30 luglio 2011

Chi ha paura dell'uomo nero

DI MAURIZIO RIBICHINI


ASCOLTA:

Tempo fa, ormai più di due anni fa, mi contatta una associazione chiedendomi se mi interessa partecipare ad un loro progetto rivolto alle scuole primarie sul tema dell’immigrazione.

Il progetto nelle loro intenzioni era di produrre un libro a fumetti di cento e passa pagine che parlasse dell’immigrazione “ma di quella buona, perché mica tutti delinquono” dice la voce nella cornetta del telefono. Ok, rispondo, ma datemi un giorno due per riflettere sulla proposta. Rifletto e penso che gettarmi sulla produzione di un libro a fumetti di cento e passa pagine è impresa lunga e faticosa, specie per chi legge e specie quando il lettore è delle scuole primarie. E allora che fare? Perché non portare nelle classi direttamente quella cultura che si vuole esclusa a priori dalle leggi vigenti? Perché non portare nelle classi direttamente la voce e la musica di quella cultura? Ma come fare per avere una partecipazione attiva da parte dei bambini e non cadere nella retorica del tipo io racconto e tu ascolti? Bene, l’idea era arrivata. Mi metto sotto e stilo un progetto completamente diverso. Intanto strutturare il tutto come un corso, un corso diviso in due parti. Nella prima parte si parlerà della cultura africana, e nello specifico della cultura mandinga, con l’aiuto di due griot entreremo nel mondo fatto di storie magiche, di proverbi strani e di strumenti musicali ancora più strani. Nella seconda parte i bambini verranno introdotti nel fantastico mondo del fumetto e con le tecniche acquisite illustreranno le storie che hanno ascoltato. Per un totale di 12 incontri (6+6). L’intro del progetto chiudeva così: “Il corso mira a suscitare la conoscenza e l’interesse per le culture altre e contemporaneamente ad avvicinare i bambini ad una tecnica specifica di narrazione a loro più vicina come quella del linguaggio del fumetto.” Titolo del corso: ‘Chi ha paura dell’Uomo Nero’. Soddisfatto mando per mail il progetto.

Il tempo passa, la Provincia accetta la proposta e dopo poco più di un anno la stessa voce dietro alla cornetta del telefono mi comunica che a febbraio 2011 si parte. Bene, rispondo e deglutendo penso al da farsi.
Chiamo Sekou e Madya gli espongo la cosa e gli dico se nel frattempo ci vediamo per parlare di quest’idea. Tra grandi bevute di the e in un crescendo di idee ci ritroviamo pronti.

Primo giorno, presentazione con i bambini. Dopo le presentazioni di rito e l’esposizione di quello che sarebbe stato il corso, le prime parole escono incerte: “Salve… siamo qui per parlarvi delle differenze, ehm…ad esempio sapete che differenza c’è tra me e lui?” indicando Sekou che ha appena inforcato gli occhiali.


I bambini si, sono piccoli ma non sono stupidi e dire che lui è nero e tu sei bianco marca decisamente male. Con sorrisetto ebete continuo “Bene, ve lo dico io… lui porta gli occhiali ed io no” e giù risate. Ok, il ghiaccio è rotto. Abbiamo stabilito che con noi si può sorridere e quindi, di noi, ci si può fidare. Soprattutto che le differenze non stanno nel differente colore della pelle ma nei modi in cui queste persone di colori differenti vedono, costruiscono e raccontano il mondo intorno a loro.


Avevamo preparato una tabella di marcia fatta di ascolti musicali con vari racconti e piccoli test giocosi da fare. Ma la curiosità dei bambini esigeva, come nei migliori jazz club, improvvisazione e disciplina. Madya armato di kora suonava e cantava quello che Sekou andava raccontando. Io facevo dei contrappunti sui racconti che Sekou chiudeva con dei proverbi. L’immigrazione, gli immigrati erano terra lontana. Noi invece eravamo lì, presenti in carne e ossa e in musica e racconti. Mamma Africa dalla cartina geografica appesa in classe ci sorrideva.


Il nostro cavallo di battaglia divenne un proverbio che Sekou tirò fuori dal cappello inaspettatamente, quasi per magia. Un proverbio che voleva dimostrare che su questa terra non siamo soli e non possiamo fregarcene di chi ci vive intorno, se non pagando il prezzo di rimanere soli.
“Chi prende la strada del me ne frego, si ritrova nel paese del ah! se lo sapevo!”


Non so a quale traduzione si era rifatto Sekou per dare voce a questa piccola perla di saggezza. Fatto sta che i bambini la fecero da subito propria applicandola dalla classe al mondo intero.Come dargli torto, sono piccoli i bambini ma non stupidi e capire che viviamo in un mondo fatto di egoismo, ipocrisia e menzogna non ci vuole tanto nemmeno per loro. (*)

Avevamo deciso di impostare un paio di linee guida. Una su tutte era quella del rispetto verso se stessi così come per gli altri. Retorica abusata certo, ma con le armi e l’eloquenza del griot diventava acqua fresca di ruscello.


“Ci sono delle cose che non si riescono a dire senza sorridere. Una fra queste è il vostro nome. Vediamo se qualcuno di voi riesce a dire il proprio nome senza sorridere…”
I bambini più tenaci non duravano più di sei secondi, poi scoppiavano in un risolino mal trattenuto. Altri pronunciavano il loro nome sorridendo apertamente.
“Il vostro nome è importante, è una parola importante, potente, è una parola che vi accompagnerà per tutta la vita ed è per questo che non si riesce a pronunciarla senza lasciarsi andare ad un sorriso.”


Da bravi griot passammo ad illustrare la potenza della parola.
“Cosa significa secondo voi Straniero?”
“Che non è del nostro paese!”
In coro e all’unisono la classe orgogliosa rispondeva.


“Bene, ma secondo voi la parola straniero si può applicare solo alle persone o anche alle cose?”
“Anche alle cose!!!”
“Quindi sono ‘straniere’ anche le cose. Date un occhiata alle vostre scarpe, alle vostre magliette, alle matite, agli astucci, ai vostri zaini e cercatene la provenienza.”
“Cina!”
“Corea!”
“Germania!”
“Ancora Cina!”
“Mh a quanto pare siamo circondati da un mondo di cose straniere. Ma, pensandoci, noi abbiamo paura delle cose straniere? Diffidiamo di loro nonostante le portiamo con noi?”
“Noooooo” sempre all’unisono e con rinnovato orgoglio.
“Perché allora dobbiamo aver paura delle persone straniere?”


Incroci di sguardi silenziosi e sorrisi soddisfatti accompagnavano questa piccola grande scoperta. La scoperta di una parola abusata che, spostata dal suo senso abituale, acquistava un senso tutto nuovo. Straniero perdeva la sua aurea di inaffidabilità e di conseguente diffidenza.
Un bambino con la mano alzata e con una leggera vis polemica: “Ma straniero è anche quello che non conosciamo
”Sekou intercetta il passaggio e allargando le braccia e il sorriso: “Infatti. Siamo qui per conoscerci!”
Goal! Uno a zero per noi! Palla al centro.


I bambini iniziavano a capire che tutto questo li avrebbe condotti verso sentieri inesplorati, che il gioco, lo scherzo, il racconto e la musica sarebbero diventati gli strumenti per orientarsi durante il viaggio e che il viaggio stesso sarebbe stato strumento di conoscenza.
Sperimentare l’esperienza collettiva con il gioco cercando di far luce su concetti complessi sembrava l’arma vincente.


Purtroppo non fu così per la seconda parte del corso. Gli incontri stabiliti erano stati decurtati e mi trovavo a dover fare dei tagli e delle accelerazioni proprio su le lezioni del fumetto. Qui necessita una piccola parentesi. Nelle intenzioni si trattava di dare ai bambini gli strumenti per costruire una storia, non insegnando loro come si disegnano i guantini bianchi di topolino, ma come si fa a immaginare una storia.

Nel poco tempo a disposizione oltre alle cose tecniche che avrei dovuto spiegare, le inquadrature, il soggetto, la sceneggiatura, lo story board eccetera, l’argomento a cui tenevo di più era la costruzione della storia, come mettere in fila una serie di eventi e dargli un senso compiuto.


“Osservare, farsi delle domande e darsi delle risposte. É tutto qui. Ogni cosa che osservate e vi colpisce chiedetevi perché. Sempre.” Affacciandomi alla finestra e invitando i bambini a fare altrettanto: “Vedete? C’è un signore fermo sul marciapiede. Chiedetevi perché. Perché quel signore è fermo sul marciapiede? Aspetta qualcuno? E quel qualcuno chi è? Cosa è andato a fare?”“Chiedetevi sempre perché. Scrivete tutto quello che vi viene in mente senza un ordine cronologico. Poi mettete in fila le varie risposte e avremo una bozza di storia sulla quale lavorare.”Concludevo la lezione dando un appuntamento: “Alle sei di questo pomeriggio, preparatevi con quadernetto e penna, affacciatevi alla finestra e guardate fuori.” Chiedetevi perché. (**)


I bambini erano eccitatissimi di iniziare a fare fumetti ma non coglievano il legame che c’era con la prima parte del corso. Soprattutto mancava l’esperienza collettiva sulle cose apprese, bisognava correre alla realizzazione delle storie, storie ancora tutte da elaborare.
Avevano, come dire, imparato a digerire senza aver mangiato ed ora bisognava masticare.

Parlando a tu per tu con i bambini mi rendevo conto che i miei nemici erano i linguaggi di fuori. La massa indistinta di informazioni dei media, la cascata di immagini che emana la tv costruiscono un mondo caotico e irrazionale da decostruire per esser letto e raccontato poi.
Infatti, le storie che i bambini avrebbero voluto raccontare, erano in alcuni casi molto complesse e articolate per essere risolte in due battute così come il tempo a nostra disposizione ci aveva imposto.


Anzi la complessità delle storie era tale che anche uno sceneggiatore esperto avrebbe avuto bisogno di tempo per trovare le linee giuste per gli intrecci e i fili narrativi che avevano escogitato. Questo a riprova del fatto che i bambini sono piccoli, ma non stupidi.
Ma non solo.

L’esclusione del bambino dalla vita attiva e partecipata dell’adulto mi sembrava, fra le tante, una questione di linguaggio. Vero. Una volta acquisito il linguaggio (in questo caso del fumetto), le storie da raccontare diventavano ricche e dense di contenuto. Come a dire, per troppo tempo i bambini erano stati zitti a osservare, ora avevano da raccontare. Così facendo entravano compiutamente nel mondo adulto. Raccontandolo appunto.


In parte si è trattato di rielaborazioni delle storie che avevamo raccontato in classe ma aggiornate e riadattate con personaggi e attori nuovi colti tra i compagni di banco o addirittura tra di noi. Infatti, in alcune storie, i protagonisti sono Sekou e/o Madya alle prese con problemi quotidiani come il permesso di soggiorno, il lavoro, la famiglia lontana.


O anche storie di fantasia dove Madya diventava il creatore della kora chiamandola così perché si era innamorato di una ragazza che si chiamava Kora, oppure Sekou e Madya che diventavano guaritori e con i loro canti e racconti curavano un bambino finito in ospedale perché se ne era fregato del semaforo rosso ed era stato messo sotto da un’automobile.


Storie che descrivevano l’amicizia che si era stabilita fra loro, bambini bianchi, e Sekou e Madya, gli uomini neri. Un’amicizia per la quale i bambini ne andavano fieri e all’uscita di scuola davanti ai genitori ci tenevano a salutarci con la manina bene in evidenza. Noi li guardavamo andare via mentre spiegavano con fare sicuro al papà o alla mamma chi eravamo e cosa facevamo. Al dunque: chi aveva paura dell’uomo nero?




CONCLUSIONI:
Sin dall’inizio del corso ho fatto fatica a sentirmi nel posto giusto al momento giusto. Si perché lavorando con i bambini non avevo la sensazione che loro potessero cogliere fino in fondo il senso di quello che volevamo dimostrare e cioè il fatto che se esistono delle differenze fra di noi sono solo una ricchezza e come tale va considerata. Non mi sembrava che i bambini si ponessero il problema delle differenze o quanto meno non le avvertivano come tali. O meglio, capivano che si trattava di una cosa del mondo degli adulti ma era una cosa che non riguardava loro.
Fra di loro si riconoscevano come bambini. Si sentivano e si identificavano come bambini, e questo bastava. Un’Umanità Bambina.
La distanza era semmai tra noi e loro, il mondo adulto e il mondo bambino. Una distanza che abbiamo tentato di colmare togliendoci spesso e volentieri la maschera dell’adulto, cercando di dare senso e dignità a quell’umanità bambina fornendo elementi di una cultura altra che di loro ancora parla e vive.
Se si potesse sperare nell’integrità e nella conservazione del mondo bambino potremmo sperare un mondo sicuramente migliore. Con questa idea abbiamo lavorato. Abbiamo lavorato affinché, in futuro, non ci sia bisogno di noi.



RIFLESSIONI A MARGINE:
(*) i bambini si sentono soli. Sono soli. I bambini rimangono in attesa imparando le regole di un mondo già fatto, non in atto ma già fatto, un mondo che per loro verrà e verrà troppo tardi quando loro non saranno più così bambini da cambiarlo.

(**) in una di queste lezioni una bambina mi dice che lei non sa inventare storie, o meglio non gli vengono proprio in mente, meglio ancora non gli viene in mente proprio niente. La bambina ha due occhi grandi incorniciati in un viso con un’espressione già adulta, il suo sguardo serio e diretto non sfugge il confronto. Tra di me penso che non è giusto che una bambina di nove anni abbia uno sguardo così. Uno sguardo di chi non ha e non avrà sorprese in questa vita. No, non è giusto. Inghiotto a fatica la poca saliva rimasta per l’emozione e le chiedo di aspettare almeno che finisca la lezione. Poi magari ne parliamo.
A lezione finita e in disparte le chiedo timido: “Che dici ci può venire in mente una storia adesso?”
“Adesso si.”



Un sentito grazie va a:
Franci per le foto;
Daniela che è un'insegnante formidabile ma lei non lo sa;
SEKOU DIABATE e MADYA DIEBATE senza i quali questo progetto non sarebbe stato possibile;
a tutti i bambini che abbiamo conosciuto e a tutto quello che ci hanno insegnato.

Progetto Condotto nelle seguenti scuole:
SCUOLA ELEMENTARE I.C. FONTANILE ANAGNINO
SCUOLA ROSALBA CARRIERA
SCUOLA P. RENZI
SCUOLA G. CAPPONI

5 commenti:

Anonimo ha detto...

Si potrebbe continuare l'esperienza...anch'io con un'altra associazione zona roma sud, castelli, ho curato un'esperienza con le scuole medie sul tema del diverso e degli stranieri... un lavoro artistico sui simboli che acomunano le diverse culture. Chissà, magari può nascere e svulupparsi qualcosa di grande!MaryJane on facebook

GM ha detto...

Mary-Jane ... ma come ti troviamo? :-)

ReeBee ha detto...

mooolto interessante. Riparliamone ma ormai a settembre.

marina ha detto...

Ciao, noi abbiamo un'associazione che si chiama bambini e bambine afroitaliane e ci incontriamo una volta al mese a Roma. Siamo famiglie di vario tipo: coppie miste con figli e famiglie adottive in prevalenza
I bambini sono felici di incontrarsi una volta al mese, di non essere sempre la minoranza, di conoscere persone interessanti, positive di liberarsi da quest'idea deleteria di Africa che gli arriva vivendo in Italia (penso alle scuole italiane impegnate in Kenia o in altri posti che mostrano foto di orfanotrofi e bambini malati a quest'idea di continente di incapaci che chiede solo l'elemosina, a una totale mancanza di foto e informazioni di un'africa paese normale fatto di persone normali, ai libri sull'africa che mostrano persone intente in riti spaventosi o ai bei documentari che immancabuilmnete offrono immagini di un continente disabitato (quando sono positivi) o meglio abitato solo da scimmie e leoni
Quale coscienza di se sviluppa un bambino "nero" nato e cresciuto in Italia? Tanto più che gli africani adulti che vivono qui hanno nella maggior parte dei casi ruoli umili - se non sono musicisti..
Questo in breve il motivo della nascita dell'associazione che volevo segnalarvi.
Organizziamo come possibile attività
E questa dei fumetti mi sembra moolto carina anche per noi
Ci possiamo sentire?
La mia mail marinacollaci@mclink.it

ReeBee ha detto...

ciao Marina
leggo solo ora
mooolto interessante quello che fate
che bello che condividiamo strade comuni.

a questo punto mi sembra giusto incontrarsi...
mi segno la tua mail e ti scrivo

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