18 giugno 2011

Senza acqua una pianta non può vivere

RIFLESSIONI SUL FUTURO DELLA MUSICA LIQUIDA
dialogo di Roberto Lycke e Giulio Mario Rampelli



Rob: Sono passati quasi quaranta anni dall’avvento del nastro magnetico come supporto audio, e credo sia arrivato il momento di fermarsi per tirare alcune conclusioni sull’impatto che alcune tecnologie hanno avuto in ambito musicale.

Non intendo certo portare avanti un j’accuse nei confronti di qualcuno in particolare, ma piuttosto proporre una fotografia, una riflessione (molto personale) su un mondo che per alcuni è parte integrante del proprio essere, mentre per altri e solo un luogo dove entrare e uscire con un semplice clic.

Quando ero un bambino ricordo che tra i primissimi dischi comprati con i miei risparmi ci fu “I just can’t stop it”, primo Lp dei Beat; 11.000 Lire. Da quel giorno in poi le mie visite tra gli scaffali pieni di vinili furono settimanali, se non giornaliere, a caccia di dischi. Molti anni sono passati da quel primo acquisto, e oggi, che praticamente tutti i negozi di dischi della mia città sono chiusi, mi ritrovo a navigare tra i vari siti e blog di settore che danno la possibilità di scaricare gratuitamente qualsiasi genere di musica, vecchia e nuova.

L’evoluzione tecnologica ha alla fine scardinato le logiche commerciali e legali delle major, e dopo molto tempo sono arrivato alla semplice conclusione che i danni collaterali provocati da questa rivoluzione hanno lasciato sul terreno troppe vittime innocenti, che a questo mondo davano un significato importante.

GM: Anch'io ho iniziato a comprare musica molti anni fa, ricordo che pagai i miei primi LP di pop inglese 3.500 lire l'uno, alla Nastrodiscoteca di viale Libia, a Roma. Ascoltavo un album molte volte di seguito per poterne cogliere le sfumature più nascoste. La musica africana la incontrai invece nel 1980 tra i viali dell’università, dove si vendevano cassette pirata di Fela Kuti e dei Toure Kunda.

Se parliamo dell’Africa, è negli ultimi cinquant’anni che i musicisti africani hanno imparato a sopravvivere anche attraverso la registrazione e la vendita della loro musica, praticamente da quando hanno ottenuto l’indipendenza. Tra la fine degli anni 60 e la prima metà dei 70 l’industria discografica si è sviluppata ovunque nel continente, ma certamente non in modo uniforme. In alcuni paesi - la Nigeria, il Ghana, il Sud Africa, il Congo e la Costa d’ Avorio – è accaduto molto più che altrove, e in quel periodo furono prodotte molte migliaia di LP, una miniera inesauribile che gli ascoltatori europei stanno riscoprendo oggi a distanza di decenni.

Rob: Premesso che questo non vuole essere né un elogio alle label o ai distributori, che per avidità e indifferenza si sono macchiati di gravissime colpe, né una condanna del fenomeno del peer 2 peer e della “musica a scarico”. Ma non si può negare che i comportamenti dei produttori e dei consumatori siano stati in qualche modo entrambi responsabili del degrado di quella che una volta era considerata un’arte.

Dando un rapido sguardo al percorso della musica pop del 900, e di come questa si sia evoluta attraverso i media, ci si rende conto di come la tecnologia abbia influito non solo sulla sua modalità di fruizione e diffusione, ma anche sui contenuti musicali in sé. Senza tornare troppo indietro nel tempo, saltando a piè pari l’epoca in cui fu inventato il fonografo per la riproduzione della musica classica, partirei invece dagli anni in cui i primi registratori a cassette furono messi sul mercato, e sull’impatto che questa tecnologia ebbe sulla musica in genere. Oggi le cassette sembrano risalire all’età del ferro - del cui ossido erano ricoperti i primi nastri magnetici – ma allora la possibilità di copiare la musica analogica rivoluzionò per molti aspetti il modo in cui la musica veniva recepita, suonata e ascoltata, e di conseguenza influenzò il mercato.

Samuel Fosso - Il pirata
GM: Già. E’ accaduto in Africa come in Europa e negli States durante gli anni ’80, quando la creatività turbolenta dei decenni precedenti ha cominciato a uniformarsi e svanire. Musiche come il rock, il jazz e il soul persero gradualmente la loro capacità di rinnovarsi e stupire. Qualcuno sostiene che siano stati l’affievolirsi delle spinte ideali, il nichilismo del punk, il free jazz e l’elettronica a decretare la loro fine, e magari per l’Occidente sviluppato e capitalista è stato effettivamente così, almeno all’inizio.

In Africa invece la pirateria ha avuto un effetto devastante anche all’epoca della musica analogica. Essa si è avvalsa delle cassette, e in breve tempo è divenuta una vera piaga che ha assorbito più di due terzi del denaro che nutriva il mercato della musica, risorse che dalla fine degli anni 70 si erano già ridotte a causa delle crisi economiche che divoravano il continente. Le major che avevano aperto filiali locali abbondonarono quel mercato rinsecchito e si trasferirono altrove, mentre le produzioni indipendenti, povere di mezzi e possibilità, rimasero in balia della tempesta.

Furono i più piccoli a rimetterci, e tra questi i musicisti, che in molti casi furono costretti ad abbandonare la musica per svolgere altri mestieri per sopravvivere. La storia dei vecchietti di Buena Vista Social Club è andata in scena non solo a Cuba.

Rob: In Africa l’introduzione delle cassette si rivelò una lama a doppio taglio, che se da una parte diffondeva in maniera più capillare e a buon mercato l’opera degli artisti, dall’altra li privava di quel sostegno economico che faceva girare gli ingranaggi di una macchina che tutto sommato, tra enormi sprechi di denaro, riusciva a produrre ottima musica anche in mercati dove di soldi ce n’erano veramente pochi.

So che l’argomento è abbastanza spinoso e che si presta a infinite letture e obiezioni, ma il punto non è che i dischi aiutavano a far conoscere a noi europei un artista del Burkina Faso piuttosto che uno giamaicano, che oggi si fa più praticamente e gratuitamente con un semplice clic. Il punto è che, nonostante i costi troppo elevati dei dischi e le piccole percentuali che venivano riconosciute all’autore, quel sistema, se così vogliamo chiamarlo, riusciva a creare attenzione attorno a proposte di qualità.

Oggi – e il mio non vuole essere conservatorismo o revivalismo - personalmente ritengo che la qualità della musica in generale si sia abbassata a livelli quasi imbarazzanti, malgrado le entusiastiche attese che la rivoluzione tecnologica ci aveva prospettato durante la prima metà degli anni 90. In realtà credo che l’accesso facile e gratuito a tanta musica e la conseguente polverizzazione dell’offerta musicale ne abbia danneggiato anche la qualità.


GM: Il sogno dei musicisti africani divenne quello di trasferirsi in Europa, a Parigi, a Londra, a Bruxelles. Quei pochi di loro che riuscirono a salire sul carro dell world music decisero di differenziare la distribuzione europea da quella africana della loro musica, alcuni addirittura non fecero mai uscire i loro dischi in Africa. Grazie ai pirati la loro terra gli era diventata ostile, nemica della speranza e del successo.

Molte piccole produzioni locali chiusero, e la maggior parte dei musicisti tornò a vivere dei proventi derivanti dalle esibizioni dal vivo. Per loro fortuna in Africa la musica è tessuta nella vita quotidiana, e i musicisti vengono sostenuti dalla società che di loro ha bisogno per celebrare feste pubbliche e private di ogni genere. Sostenuti certamente, ma spesso sotto la soglia della povertà, soprattutto quei musicisti che suonavano in contesti rurali lontani dalle grandi realtà urbane.

Durante gli anni 90 è arrivata la musica digitale. Copiare i compact disc è lavoro assai più semplice che riversare su cassetta un LP, e la pirateria ha dilagato. Oggi la musica si è liberata anche della schiavitù del supporto fisico e viaggia libera e gratuita in rete. Quando le connessioni africane saranno abbastanza veloci e i PC sufficientemente diffusi persino i pirati perderanno il loro sostentamento, seguendo il destino di musicisti e produttori.


Rob: Gl i aspetti positivi della rivoluzione della musica liquida sono molti, e anche evidenti, ad esempio ci sono blogger che oggi conducono oggettivamente un enorme lavoro di ricerca, mettendo a disposizione gratuitamente musica che altrimenti non avrebbe avuto modo di essere ascoltata.

Ma se penso ai viaggi che mi sono fatto (praticamente tutti) alla ricerca di vinili, di negozi o bancarelle di dischi, e se penso che oggi basta avere un nome, per andare su Google e scaricarsi in dieci minuti tutta la discografia di un artista, mi chiedo se le due esperienze abbiano qualcosa in comune, e cosa si perde nel secondo caso.

Oggi si parla di musica liquida, ma sempre più spesso ho la sensazione che si sia arrivati alla musica liofilizzata. E se questa democratizzazione della musica doveva portarci tutti verso il paradiso, in realtà ha azzerato la figura del musicista che in tutto questo è la principale vittima di logiche lontane dalla sfera prettamente artistica.

E’ vero il sistema delle major non ha saputo, né ha voluto gestire in maniera intelligente quella che è stata per troppi anni una situazione insostenibile. Come squali attirati dall’odore del sangue, anche quando tutti i segnali sconsigliavano alcune scelte, le major hanno continuato ad alzare i prezzi dei dischi per non far perdere le provvigioni a qualche commerciale senza scrupoli e una vita agiata ai suoi proprietari.

E’ stata una escalation incomprensibile, tutti potevano vedere quello che stava accadendo, ma come risposta alla pirateria le major non sapevano fare altro che continuare ad aumentare i prezzi al pubblico. Negli anni tutto il sistema di vendita è imploso e si è trasferito in rete. Distributori e negozi di dischi, che a loro modo contribuivano a raccontare delle storie e a trasferire cultura, furono tagliati fuori, ma il costo dei CD è diminuito di appena due o tre euro, e la presenza di un booklet di qualche pagina scritto in caratteri per lillipuziani nella maggior parte dei casi non riesce a giustificarne l’acquisto quando quella stessa musica è disponibile gratis.

GM: In questo contesto chi di musica si è sempre nutrito non può non porsi delle domande. Qal è il futuro della musica? E quale il destino dei musicisti che non hanno raggiunto lo status di star?

C’è chi dice che gli artisti dovrebbero vivere delle esibizioni dal vivo, ma la drastica riduzione di risorse economiche dovuta al crollo della vendita di musica registrata ha affamato tutti coloro che lavorano nel settore, i quali si buttano su ogni fonte di guadagno – compresi i concerti e i festival – per ricavarne il più possibile. In questa guerra chi ci rimette sono gli artisti. Avete mai provato ad organizzare un concerto? Per un artista senza contratto discografico è normale sentirsi proporre un cachet da 100, o persino da 50 euro. Naturalmente ci si aspetta che gli africani si accontentino. E’ inevitabile che i club siano sempre più il tempio dei DJ e propongano sempre meno musica suonata.


Rob: Dopo aver attraversato la stagione dell’elettro-entusiasmo dei primi anni 90, quando l’illusione dell’autoproduzione e dell’autopromozione erano potenti sirene alle quali resistere, me ne sono allontanato gradualmente, prima di tutto per questioni estetiche, e poi per l’appiattimento artistico che ne è scaturito. Così oggi sono tornato all’ascolto di musica analogica, e mi rendo conto che quasi tutto ciò che ascolto risale perlomeno agli anni 80, e che difficilmente parlo di musica che abbia meno 30 anni.

Oggi molti pensano che la musica non si debba pagare. A nessuno passerebbe per la mente di entrare in un pub, ordinare una birra e andarsene senza pagare, mentre per il consumo della musica ciò sembra assolutamente normale, e scaricarsi dalla rete un disco appena uscito appare quasi un gesto di legittima protesta. Dicono che la musica è di tutti, e questo è condivisibile, ma davvero ciò vuol dire che debba essere gratuita? O forse non è il caso di riconoscere che per vivere qualunque pianta ha bisogno di acqua?

GM: Sembra una questione di consapevolezza. Continuando a non dare qualcosa in cambio, la musica diviene nel nostro immaginario una risorsa ambientale equivalente all’aria attraverso la quale si propagano le onde sonore, l’aria che non costa e che di conseguenza non ha un valore. Senza tener conto che la musica è prodotta e riprodotta con il sudore, senza considerare che la svalutazione che facciamo della musica non riguarda solo il suo prezzo, ma anche il suo contenuto culturale.

Cosa fare non lo so, ma so che la musica che ci nutre ha un valore ed è giusto che chi lavora per suonarla, registrarla, produrla e distribuirla sia pagato. I musicisti devono poter sopravvivere decentemente, e così i tecnici e i produttori. Sogno anche che per gli artisti sia possibile fare musica senza sottostare ai dictat del consumo, secondo i quali per semplificare e rendere fruibile una poliritmia basta aggiungere una cassa in quattro quarti. Sogno che l’universo della musica non si riduca a Vasco Rossi e Lady Gaga, e so che un grande artista non emerge per caso, ma viene fuori da una schiera di persone che si esercitano nella tecnica e nella creatività.

La ricerca di nuove soluzioni che consentano a chi fa musica di vedersi compensato per la propria arte è in corso. Africa Unsigned è un esempio che abbiamo presentato di recente, un tentativo per far sì che musicisti e produttori vengano pagati almeno un minimo in anticipo. Certo ci vorrebbe una presa di coscienza collettiva, per questo credo che l'argomento dovrebbe essere discusso in rete anche dal punto di vista etico.

Ma in un mondo in cui tutta la musica prodotta è disponibile gratuitamente a partire dal proprio PC, chi sarà disposto a pagare il giusto compenso?


22 commenti:

Anonimo ha detto...

Non sono d'accordo. E' una riflessione parziale e forzata.
Parziale perchè riguarda solo la musica in uno specifico contesto temporale ed economico e cioè la musica nella società dello spettacolo e nell'industria culturale e discografica.
Forzata perchè è una riflessione/editoriale già discussa nella redazione di TP Africa senza trovare il consenso necessario di una posizione comune e coerente con il manifesto che il blog si è dato.
La parzialità è già evidente dal titolo; la concezione della musica che si darà è strutturalmente e funzionalmente legata all'industria discografica: solo all'interno di questo meccanismo viene dato di poter pensare e immaginare "il suono che ci circonda".
Con nostalgia viene presentato come unico "significato importante" la mediazione tra l'ascoltatore e il venditore di merci musicali; anzì è questo l'unico "luogo musicale", quello di un esercizio commerciale con le luci e i nastrini del caso; il clic del mouse e i non-luoghi virtuali , sono banalizzati ad un gesto di noia senza nessuna capacità critica e conoscitiva.
Personalmente ritengo che i lettori di TP Africa con i loro clic esprimano una scelta chiara e consapevole di un percorso di approfondimento dialogico sul fare musicale e in particolare su quello del continente africano.
La musica ha perso il suo connotato di arte già da tempo e su questo tema evidentemente la lezione di Walter Benjamin sull'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica non è stata ben metabolizzata.
Non è corretto mettere sullo stesso piano i produttori dell'industria discografica con i "conusumatori" che definirei meglio come ascoltatori. E' proprio su questa ultima figura che la "rivoluzione musicale" si concentra; è proprio dagli ascoltatori che ogni riflessione sulla musica anche "liquida" deve prendere inizio.
Il sistema economico della musica che abbiamo conosciuto non ha mai garantito, con le piccole percentuali che venivano riconosciute all’autore, profitti ai musicisti se non a quei quattro big dello star system e così pochi sono riusciti a sopravvivere decentemente sulla falsità del concetto di "diritti d'autore".
Le maglie interpretative che avete dato sono troppe larghe e da esse sfugge tutto il suono, tutta quella musica che vorremmo rendere disponibile e che rimane così ancora più distante e inaccessibile.

[...]

Un abbraccio,
Ale.

ReeBee ha detto...

Sono d'accordo con Ale con quello che dice soprattutto su: "Il sistema economico della musica che abbiamo conosciuto non ha mai garantito......e così pochi sono riusciti a sopravvivere decentemente sulla falsità del concetto di "diritti d'autore".

Ma vorrei aggiungere qualcosa spostando il punto di vista, facendo giusto un piccolo preambolo prima. E il preambolo è: Non siamo ancora pronti alla potenzialità della rete e al suo possibile utilizzo.

In questi anni il numero di "Ascoltatori" è cresciuto in maniera esponenziale a discapito dei "Consumatori". E questo è un merito.

Il fatto è che siamo ancora all'anno 1 per quello che riguarda l'utilizzo della rete. Bisogna meditare, pensare ad un uso nuovo, come anche ad una comunicazione nuova. E qui mi sposto con un esempio che c'entra poco ma la dice lunga su modi di ri-pensare il consumo e la fruizione delle cose.

La BOMBOLETTA SPRAY: La bomboletta spray è un contenitore, in banda stagnata o alluminio, contenente del liquido la cui espulsione avviene grazie ad un gas liquefatto che ha lo scopo di diffondere il contenuto della bomboletta sotto forma di aerosol. (da Wikipedia)
E ok.
Negli anni 40 venne impiegata per diffondere l'insetticida. Nel 49 ci fu la prima bomboletta spray contenente vernice. Il suo uso si limitava, all'interno di una visione tutta pragmatico/americana, a sostituire tutto l'armamentario che serve in genere per verniciare qualcosa (pennelli, acquaragia, solventi vari, secchi ecc..) ma soprattutto sostituiva una maestria, un sapere che solo la mano esperta di un professionista deteneva. Il tutto veniva a confinarsi in quell'angusto territorio chiamato Hobby (sempre molto pragmatico, sempre molto americano).

Poco più, o poco meno, 30 anni dopo la stessa iniziò ad essere usata in un modo così lontano dal suo scopo, che ancora fa un po di meraviglia pensarci. Divenne cioè la mano armata di colore di una comunicazione che veniva e viene tutt'ora dal basso.

Ecco, tutto qui. Ri-pensiamo il consumo e la fruizione delle cose, anche cambiando la sostanza delle cose.

Altrimenti Walter Benjamin rimane un boccone amaro da mandar giù e non un faro che ha illuminato strade tutte ancora da percorrere.

Anonimo ha detto...

"C'è un quadro di Klee che s'intitola 'Angelus Novus'. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, al bocca aperta, le ali distese. L'angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l'infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può più chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta. "

GM ha detto...

Progresso, nuove strade da percorrere, rivoluzione musicale. Purtroppo vivo nel presente, e vedo musicisti che non hanno di che vivere e gli hard disk dei nostri PC pieni di musica degli anni '70.

Dov'è la musica del nuovo millennio? Quali sono le opere musicali che incarnano questa nuova rivoluzione digitale? Mica saranno i vecchietti degli anni '70 o i loro figli o nipoti!

A distanza di 80 anni, in un momento storico in cui il sistema capitalista usa artigli insanguinati per cercare di sopravvivere, forse Walter Benjamin - che proveniva dall'alta borghesia di inizio secolo scorso e non aveva alcun problema di sopravvivenza - andrebbe ripensato criticamente.

Vorrei seguirvi, ma per convincermi dovete rispondere a una domanda. In un mondo in cui tutta la musica si ottiene gratuitamente dalla rete, da cosa trarranno sostentamento i musicisti?

ReeBee ha detto...

Non ho nessuna intenzione di convincerti. Avere opinioni diverse non può che essere stimolante.

Intanto i musicisti hanno avuto da sempre vita non facile. Se escludiamo quelli che la storia ha voluto consegnare alla fama (quando erano ancora in vita), ci rimangono migliaia di persone che hanno vissuto di stenti per la loro musica o che, peggio, non conosceremo mai ma che sicuramente hanno contribuito a far grande quest’arte.

E comunque il grande merito della musica liquida sta nel fatto che ha contribuito, e lo sta facendo sempre di più, alla diffusione di musiche e musicisti che anni fa non ne avrei nemmeno immaginato l’esistenza. E questa rimane una battaglia vinta nei confronti di un industria musicale che si ostina ad essere occidentale/centrica.

La musica che sento, e parlo di musica africana, non si ferma ai ’70 arriva sino ai giorni nostri. Sei tu che sei un integralista ;-)

Di cosa vivranno i musicisti nell’era della musica liquida? Lo dicevamo prima. Cercando nuove strade e nuove formule. L’importante per me è averli conosciuti e ascoltati. Per loro importante è che ho comprato la loro musica. Ma solo dopo averne bevuto almeno un sorso a gratis.

Anonimo ha detto...

Perdonate se intervengo ancora, non vorrei autoreferenziare la riflessione ...
Le domande sono malposte, o meglio sottintendono un concetto di musica che dovresti meglio esplicitare.

Mi sembra di capire che per te la musica sia un lavoro e tutta la problematica sia quella di un mestire mal retribuito.
A questa concezione mi sembra di capire che viene associata, nel post, la sofferenza/nostalgia di un tempo perduto ... rovistare tra gli scaffali di dischi in un rapporto sinestetico con la merce (odori, tatto) ... e infine riportarsi a casa "il feticcio-disco" che solo io posso stringere tra le mani.

E' necessario quindi, prima definire cos'è la musica e poi evidenziare i suoi rapporti con la tecnologia e il sistema economico in cui essa si manifesta. Anch'io ritengo necessario parlare di musica nella sua imminenza e con un approccio materialistico ...però prima è bene chiarire concetti e definizioni come base per una riflessione comune.
Ecco perchè la rilfessione mi sembrava e lo è tuttora molto parziale.

Sono più interessato a capire la musica come organizzazioni di suoni e silenzi, come linguaggio, come un cammino dell'uomo nella storia dell'umanità.

Tuttosommato comunque, mi interessano anche quelle concezioni di musica come esperienza soggettiva; certo non mi parlano della musica, ma molto mi dicocono sulla figura dell'ascoltatore.

Baci,
Ale.

GM ha detto...

La riflessione non vuole essere esaustiva, vuole solo porre all'attenzione un problema, e cioè che la musica soffre. E' una nostra illusione questa sofferenza o è reale?

Dov'è la musica del nuovo millennio? Ha a che fare con le suonerie dei telefonini? Dove sono le idee nuove?

Io non voglio ragionare solo dal punto di vista egoistico dell' ascoltatore, che grazie al download ha la vita più facile. Piuttosto pongo il dubbio che quel modo facile di procurarsi qualsiasi suono sposti in molti casi l'atto dall'ascolto consapevole verso un consumo fugace, e alla fine che impoverisca un evento che è anche e ancora ad alto contenuto culturale, nonostante nella ripetibilità della riproduzione possa aver da tempo perso un pezzo dell'aura.

Anonimo ha detto...

Attraverso questa chiacchierata mi piaceva l’idea di scatenare una sorta di brain-storming sul tema in attesa di ricevere degli spunti propositivi.
Interessante mi sembra il progetto di Damon Albarn, (sono molto curioso di vedere cosa succeda).
E altrettanto interessante è la strategia adottata da alcuni musicisti brasiliani.
Nella certezza quasi assoluta che le vendite dei propri cd non superassero le poche copie, hanno scelto di mettere a disposizione sui propri siti la possibilità di scaricarsi gratuitamente i cd con i booklets completi, ancora prima di essere distribuiti nei negozi.
Facendo così si spera che la propria musica circoli più liberamente, e che soprattutto i contatti per eventuali shows dal vivo arrivino copiosi.
Anche questa potrebbe essere “una delle soluzioni”, ma in realtà mi sembra che si stia giocando più in difesa che in attacco, adottando una tattica che spinge sempre di più verso una condizione amatoriale del musicista.
Mi ricordo che sino a qualche tempo fa un ragazzo poteva anche ipotizzare, che con la propria creatività avesse delle alternative per poter esprimere professionalità in campi diversi dal carrozzone informatico (un esempio, e solo un esempio, su tutti).
Purtroppo tutto quello in cui credevamo lo abbiamo regalato con entusiasmo senza renderci conto, che stavamo svendendo i nostri patrimoni per un sogno di cui non ne conoscevamo i possibili sviluppi.
Lo svilimento emozionale dell’esperienza sembra abbia banalizzato quella che solo pochi anni fa era considerata un arte, e non puro intrattenimento.
Ma se vogliamo continuare così facciamo pure, io nel frattempo riformulo l’unica domanda intorno alla quale mi piacerebbe ruotasse l’intero dibattito.
Al di là della contrapposizione tra tecnocrati e romantici rimbambiti, quali potrebbero essere alcuni suggerimenti per poter far tornare in vita questa pianta che nel caso non ve ne foste accorti, è agonizzante da perlomeno due decenni ???
Al di là del fatto di come ascolteremo la musica, se dalle bombolette spray o dai quadri di Munk, o dal lettore MP6000000000, quelli che impiegano il proprio tempo per farla, e vorrei ricordarvi che il tempo scorre uguale per tutti, quando devono andare dal dentista, come saldano il conto ????
Ciao a tutti
RL

Anonimo ha detto...

La Repubblica ha recentemente pubblicato un articolo con intervista a Brian Eno dal titolo "La musica ha perso la sua storia".

Nell'affrontare i temi del cambiamento di come viene percepita la musica Brian Eno, oltre ad evidenziare il punto di vista tecnologico, esamina la perdita del senso storico "delle musiche" che per la sua generazione era decisivo.
Brian Eno parla di "musiche" per caretterizzare e distinguere i diversi generi/stili musicali.
Personalmente propongo una concezione e definizione di musica mutuata da Richard Middleton che non effettua nessuna distinzione tra musica alta o bassa del nuovo o vecchio millennio, ma un'unico campo di significati spinti costantemente a ridefinirsi e ridisegnare i suoi confini.
In tale concezione è però importante un approccio storico al campo musicale proprio perchè il presente non si può capire senza il passato e senza di esso non è possibile pensare il futuro.
Un approccio storico sicuramente darebbe pronta risposta alle domande fatte per riuscire ad andare oltre al musicistaoperaiochenonpuòandaredaldentistamammaialacassaintegrazione.
La conoscenza storica del campo musicale andrebbe poi relazionata ad un approoccio economicista e poi dentro le trasformazioni industriali, dentro le nuove ecologie, nelle mutate sensibilità sia percettive sia cognitive. Non possiamo permetterci di banalizzare e poi affermare che "tanto questa riflessione non vuoleva essere esaustiva" ...
Più che dire che la musica sia agonizzante direi che le nuove tecnologie della comunicazione, superando tutti i confini etnici e geografici, di classe e di nazionalità, di religione e di ideologia, tendono ad accomunare tutto il genere umano e il campo musicale in un’unità paradossale di separatezza, in un vortice di disgregazione e rinnovamento continuo, di conflitti e contraddizioni, d’angoscia e ambiguità.
Il mondo è ormai un incrociarsi di codici culturali privi di un centro e anche l'attuale ascoltatore musicale ha perso quell'unità, o quella "unidirezionalità che lo appagava ... frutti puri impazziscono ed è questo forse che porta a quella sensazione di svilimento emozionale percepito.

La musica è viva. Viva la musica.

Ciao,
A

GM ha detto...

Il fatto è che la rivoluzione tecnologica ha abbattuto ben poche barriere. Corrado Guzzanti ha chiarito da tempo che il problema della comunicazione con l'"abboriggeno australiano" non e' certo di natura tecnologica, ma cognitiva, e perciò tu parli giustamente di unità nella separatezza. Ma la distanza cognitiva a noi non spaventa, piuttosto ci entusiasma.

La nostra riflessione riguarda piuttosto il prosciugarsi di risorse economiche da un lato, e l'accesso troppo rapido e senza sforzo alla musica dall'altro.

La mancanza di risorse impedisce a chi vuole di investire tutto se' stesso nella musica, e cio' provoca riduzione nella qualita' della musica prodotta.

L'accesso rapido e facile impedisce a chi ascolta di ricevere informazioni di contesto, di conseguenza impoverisce il senso e il significato di un ascolto, fino a farlo divenire solo meccanico e istintivo. Consumo di "potato music", per dirla con Talvin Singh, una sintesi globale che a nessuno interessa sapere da dove viene e perche', come le patatine fritte di Mac Donald.

Tu dici che la musica trovara' la forza di rinnovarsi e sopravvivere in un contesto mutato. Ne siamo convinti, ma auspichiamo anche che il futuro della musica non sia la potato music.

Anonimo ha detto...

Il pragmatismo dimostrato dal blog di A. non allevia l’angoscia di sapere quale sarà il futuro della pianta e soprattutto delle sue foglie …
Come dicevo Mp3, Munch, Klee o bombolette non fa differenza.
Il musicista inteso come figura astratta che segue le proprie intuizioni e si ciba di concetti non esiste.
Questa visione della cosa porta dritti dritti a quell’ operaio di cui si parla nel suo commento.
La musica è viva perche un tempo c’è stato qualcuno che ci ha creduto più di quanto si faccia oggi.
Il musicista è un musicista, e l’operaio se vogliamo fare analogie tra un operaio e un musicista, molto probabilmente è un musicista che per gioco forza è diventato un operaio, e non il contrario.
Il discorso del feticismo discografico e dell’esclusività dell’oggetto discografico è già stato superato a piè pari dalle migliaia di blogs, che mettono a disposizione a titolo gratuito il lavoro di produttori, musicisti e ingegneri del suono, che hanno vissuto in un contesto che gli ha permesso di interpretare il proprio ruolo.
Nessuno si scandalizza del fatto che la musica si possa scaricare gratuitamente, il fatto è che la maggioranza dei blogs non produce musica, la veicola, la recensisce, la commenta, la recupera, la propone ma non la produce.
Lo svilimento emozionale non è una sensazione determinata dalla mancanza di esclusività e possesso dell’oggetto, (vedi il vinile o il cd). Ma è una frustrazione dettata dalla banalizzazione, e dalla mancanza di idee che vengono continuamente superate e cancellate da un pensiero comune, che secondo me è ormai condiviso da molte, troppe persone, e cioè che la musica non si paga.
Una birra si paga, una multa si paga, una BMW si paga, ma la musica no … sarebbe da stupidi …
Rimaniamo in attesa di sapere cosa ne sarà di iniziative tipo quella di Damon Albarn, e di idee e suggerimenti che ipotizzino un’alternativa allo stato in cui siamo.

Anyway VIVA LA MUSICA !!! … certo viva la musica …

Abraços
RL

Jazz from Italy ha detto...

"...consentici di auspicare e agire in modo che il futuro della musica sia migliore"
dice GM, e "il fatto è che la maggioranza dei blogs non produce musica, la veicola, la recensisce, la commenta, la recupera, la propone ma non la produce", aggiunge RL.

inizio dalla fine, perchè è quà la differenza!

Perchè è questo il senso della musica:
partecipare, creare curiosità, permettere il dibattito, sperare, far schierare e pensare, cercare strade nuove, offrire risorse condivisibili, appassionare, fare...
E questi, cari amici d'intenti, sono le stesse caratteristiche, non a caso, del web.

Produrre cultura, non ha valore in questo Paese dei balocchi?
Salvaguardare la memoria storica, non è un investimento per il futuro dei nostri figli?
Diffondere il sapere, che prezzo ha?
Non ci credo che queste parole nascano da voi, anche se le leggo.
Così ragionano i magnati e/o i burocrati dell'Industria dello spettacolo e non noi, sempra più un 'mbuto del ragionamento (citando ancora Guzzanti) che un'apertura a nuove vie.

C'è una grande differenza tra lo scenario della musica in rete ed il panorama imposto dalle Major o dalla SIAE, che hanno sempre usato i contratti, le protezioni tecnologiche e la legge sul diritto d'autore per cercare di ottenere prima di tutto un controllo esclusivo e assoluto dell'informazione, che hanno sempre guardato l'ascoltatore (suo princìpe pagante) dall'alto in basso, senza permettere partecipazione o concreta condivisione che non sia dopo sonante compenso.
Dov'è la passione in tutto questo? dove l'amore ed il rispetto dell'altro (che sia l'artista o il fruitore)? Dov'è il desiderio reciproco? Dove la Qualità?
Questo è un pò come scopare con una puttana, che può essere sempre una gran bella scopata, ma con tutt'altra intenzione.

Ma io vi conosco, sò del vostro spassionato amore e allora, dico io, in questo nostro bel ragionamento, che c'entrano i pirati e che c'azzeccàno poi gli imprenditori, fratè?

Non mi vorrete dire che è colpa dei primi se la musica ha cambiato forma fino a divenire intangibile, privando noi fans, almeno in parte, dell'esperienza privata ed impagabile del ritrovamento (e relativo acquisto) del concreto disco, dell'aspetto estetico/tattile a completamento dell'esperienza uditiva?

Jazz from Italy ha detto...

In questo sito appassionato, potrà sembrare inutile ricordare che proprio l'industria discografica ha optato per il CD, obbligando tutti i consumatori al primo passaggio dall'analogico al digitale, vendendo falsi miracoli che andavano dal miglioramento assoluto dell'ascolto, al recupero dello spazio fisico, trattando per prima, e sola nel panorama, il prodotto musicale non più come un'espressione artistica che necessitava di un supporto adeguato per la trasmissione, ma come semplice merce che doveva sottostare al mero calcolo di produzione, con conseguente abbassamento del prezzo di costo, nessuna variazione sul prezzo di vendita (of course...) e relativo incremento dei profitti, ma dei loro profitti!

E non mi vorrete davvero raccontare che i gestori del music business sono tutti filantropi?
Potrei citare la storia di "Mbube" di Solomon Linda, ceduta nel '40 alla Gallo Record per 10 shilling e che sembrerebbe aver fatto guadagnare al "Re Leone" della Disney circa 1,5 milioni di dollari, di "Straighten Up and Fly Right" di Nat King Cole, che ha aperto la strada al rock and roll, venduta per soli 50$, della forzata accettazione di uno dei più grandi interpreti della musica del '900 che, dopo essersi inventato un linguaggio unico e personale, è finito a cantare Grassa e Bella a Sanremo...

Anche tra gli artisti, o i loro detentori dei diritti, dovremmo fare una distinzione, su questo specifico tema degli interessi, vi dice niente la storia tra i Wailers e la moglie di Bob Marley?

"Le ultime leggi occidentali sulla proprietà intellettuale sono pessime leggi, lunghe, complesse, contraddittorie e troppo sbilanciate a favore dei titolari dei diritti di esclusiva, in particolare, degli intermediari del mercato della creatività" (Roberto Caso, docente di Diritto Privato all'Università di Trento)

Ma insomma, voi siete uomini di mondo e queste cose le conoscete già, io temo, e perciò vorrei tornare al tema più importante da voi citato, diffusione = qualità.

E sì, perchè ritengo, magari a torto, che è molto meglio fare mille lezioni nelle scuole delle borgate romane per insegnare ai ragazzini come si racconta una storia, o almeno far desiderare loro l'ascolto, che stampare un unico libro sulle fiabe africane, lavorare per preservare le logiche economiche e giuridiche tipiche delle tecnologie del passato, passare 0,65 cent per ogni copia venduta all'autore e lasciarlo poi marcire nei grandi magazzini o sui polverosi scaffali delle librerie delle stazioni italiane, alla casuale mercè del viaggiatore di passaggio.
Voi di T.P. Africa, nello specifico, non avete registrato musica nei vostri viaggi?
E dove la possiamo ascoltare? Secondo voi è meglio aspettare un contratto "serio" di pubblicazione e distribuzione oppure farla in ogni caso girare, usandola come tool d'aggancio per eventuali proposte altre, oltre che per la felicità dell'autore? e, nel frattempo, gli artisti ai quali avete fotografato l'anima, che se la mettiamo in rete verrà distribuita gratis, I know, cosa ricevono?

Se allarghiamo la base di curiosità e di conoscenza, preserviamo e diffondiamo il sapere (e questo attraverso i vari blogs accade, lo sapete), il desiderio si genera da se, creando a sua volta nuove forme di sapere comune, e questo non va assolutamente a discapito della qualità, che anzi, fra i veri appassionati, è molto più ricercata che nel consumo di massa.
Nuovi appassionati di oggi, saranno i futuri clienti della musica di domani, sotto quale forma è tutto da scoprire, ma tenere nascosto il seme ed aspettare che cresca la pianta, beh, forse non c'è mai stata acqua più sprecata.

Jazz from Italy ha detto...

Forse è di questo che dovremmo parlare, del livellamento dei gusti, dell'azzeramento dell'impegno partecipativo, della fruizione della musica come sottofondo d'intrattenimento, dell'abbassamento del livello culturale inteso come livello di conoscenza, di approfondimento, di ricerca, della mancanza di leggi serie ed aggiornate sulla tutela degli artisti tutti, dell'assottigliarsi degli investimenti pubblici.

E questo lo dobbiamo ai pirati, secondo voi?
Nessun dubbio sull'industria che manda in TV solo chi vuole lei, che promuove a spron battuto solo alcuni e che assolutamente non investe se non annusa il ritorno maggiorato dello stesso capitale iniziale?
Ma almeno qualche pensiero sulle istituzioni, che tagliano da una parte e continuano a finanziare dall'altra, lo vogliamo fare? Non esiste più un Festival di ricerca, non si parla mai di rassegne emergenti, se non dei rimbecilliXamici, solo tante popular kermesse con in cartellone i soliti noti...
Solo per fare un esempio, a Roma ci ritroviamo il proprietario di un noto club jazzistico che è anche direttore di una delle storiche rassegne dell'estate romana (in un posto esclusivissimo...) e, allo stesso tempo, presiede la Casa del Jazz, l'unico spazio istituzionale della Città.
Quali sono i veri pirati? quelli che si muovono esclusivamente per interesse o quelli che diffondono a gratis??

Riprendiamo un attimo il discorso sulle bombolette spray o meglio, dei risultati ottenuti con quello strumento.
Fino a qualche anno fa, la cosiddetta Street Art, non veniva nemmeno contemplata dalla critica ufficiale e raramente trovava posto tra le pareti dei musei o nelle esposizioni istituzionali (a parte Basquiat, ma patto che lavorasse su pannelli asportabili...).
Sintesi estrema della massima: non vale niente = non è arte vera.

Poi, con un'intelligente operazione di marketing (ed un notevole livello di sintesi comunicativa/artistica), Banksy ha convinto qualche "grosso nome" ad acquistare le sue opere che, dal momento che sono state riconsiderate in valore economico, e solo da quel preciso momento, badate, sono state riconosciute a tutti gli effetti come opere d'arte, e sdoganate, con un effetto domino su tutte le espressività di quel linguaggio e dei suoi tanti "misteriosi" autori (finanche il nostro astuto Sgarbi ne ha organizzata un'esposizione in quel di Milan, ed ho detto tutto...).

La questione allora è:
il graffito non vale niente o non vale niente fino a che non possiamo attribuirgli un valore in dollaroni, euro o sterline inglesi?
E la sua qualità è direttamente proporzionale al prezzo di vendita, secondo voi?
ma mi facci'l piacére! non mi sembra una logica che paghi, questa, se non per i galleristi squali e per qualche sparuto, fortunato artista...

Certo, direte voi, parli bene in generale, ma gli uomini che della loro Arte vorrebbero campare?

Mi fa sorridere il dilemma di Roberto, dei poveri artisti che quando vanno dal dentista non sanno come pagare il conto.
E i pensionati? e gli operai edili? e i fruttaroli arabi? e i commessi part-time dei centri commerciali? e tutti i venditori ambulanti? ed i precari di Atesia, Robbè??
Anche io, che lavoro una media di 10 ore al giorno, a discapito della mia passione, che sono inquadrato come un 1° livello, per cui uno dei tanti managers di questa società dei consumi, quando ho chiesto un preventivo per curare una parodontite trascurata, ho dovuto chiedere un anticipo sul TFR, e da solo avrebbe coperto poco più della metà del conto...

Sentite puzza di pirata??

Jazz from Italy ha detto...

L'artista per primo deve tutelare se stesso e la sua creatività, ma usando i nuovi mezzi, come per esempio le licenze Creative Commons "che provano a promuovere un nuovo equilibrio fra interessi contrapposti, garantendo lo sviluppo dell'innovazione tecnologica. In questa prospettiva il contratto e la tecnologia supportano modelli di business che non sono basati sulla vendita delle copie (come nel vecchio scenario dei libri cartacei o dei dischi in vinile) ma su altre logiche di incentivo: ad esempio le logiche finalizzate a moltiplicare la reputazione dell'autore". (R. Caso)

Poi deve essere presente sul territorio attraverso performance uniche (concerti), deve storicizzare il suo percorso attraverso archivi di memoria (web), deve connettere similitudini d'intenti (rete), deve permettere la fruizione della sua opera nel nuovo formato (liquida), deve partecipare allo sviluppo emozionale e cognitivo (seminari, dibattiti), essere il primo strumento di marketing naturale di se stesso e smettere di guardare al suo orticello salariale, che altrimenti è meglio fare l'impiegato, lavorare 10 ore al giorno, farsi una pensione privata e lasciar perdere l'Arte.

Modigliani ha mai smesso di dipingere?
Monk avrebbe composto tanto senza la Baronessa?
Lennie Tristano, senza le sue lezioni private, cosa avrebbe fatto?
E quello splendido pazzo di Vincent, quanto guadagnava al mq?

Gli appassionati possono invece, sorreggere e moltiplicare questi sforzi, fare trait d'union tra le necessità dei tanti, elaborare scritti di divulgazione critica, presentare preview delle nuove uscite, raccogliere fondi di altri appassionati per future opere su commissione, organizzare Festival che allarghino la base dei fruitori, creare reti di appoggio per tours nazionali, connettere la musica allo sviluppo della società tutta, sia di quella d'appartenenza della stessa, sia di quella che ne fruisce, interporsi tra l'artista e le Istituzioni, diffondere ed esaltare l'opera e smetter di crogiolarsi nel desiderio privato di soddisfare una curiosità intima, un vezzo privato, come faccio io con il mio blog, oppure farlo per diletto, senza sparare massime.
Perchè dovrebbero per forza trasformarsi in produttori?
Per mettersi poi la maschera ed indossare le armi del mercato?

Se l'AMREF costruisce pozzi in Africa [...], noi non potremmo provare a portare una linea telefonica in un paese ricco di musica? E non potremmo insegnare agli artisti, almeno a quelli a noi più vicini, a cavalcare la tigre della "rivoluzione Tecnologica"? Magari formando web editors, segretari redazionali, esperti di nuove tecnologie, produttori e managers di sé stessi?
O vogliamo continuare a produrre noi la loro Arte, poveri artisti impegnati ed incompresi, che è un pò come continuare a mandargli un pò d'acqua anzichè insegnargli a scavare un pozzo?
Con un click i soldi dell'acquisto andrebbero direttamente alla comunità, il loro nome sarebbe più visibile nel mondo tutto, i contatti più fruibili e senza intermediari e la qualità della musica, disponibile subito e direttamente dal creatore o dal suo entourage, non ne nuocerebbe.

Insomma, se è vero che senza acqua una pianta non può vivere, è vero anche che l'acqua è un bene comune.

Stay tuned!

Jazz from Italy ha detto...

concedetemi ancora un pò di spazio (basta!! che palle... direte voi), dal momento che mi avete ìstigato.

il primo per una citazione dal bellissimo post di Nevio Gàmbula su Nazione Indiana, che vi invito a leggere:

"Oggi, in particolare grazie al file sharing, la democratizzazione delle arti auspicata dalle avanguardie è realtà: è possibile la massima condivisione delle esperienze, al di là delle forme di proprietà. Ma allora perché la stragrande maggioranza delle persone insiste ad ascoltare musica di consumo?"
http://www.nazioneindiana.com/2011/06/15/playlist/

Il secondo per ricordare un amico che, anche per la precarietà di questo nostro mondo musicale, si è tolto la vita appena qualche giorno fa.
Ciao Pierpà...
http://www.statoquotidiano.it/23/06/2011/il-mondo-del-giornalismo-precario-di-pierpaolo/51460/

Lo avevo intervistato proprio in riferimento all'esproprio che la nuova giunta comunale del suo paese aveva fatto alla sua creatura, l'Open Jazz Festival di Ceglie
http://jazzfromitaly.splinder.com/post/22897555/who-killed-the-ceglie-open-jazz-festival

Anonimo ha detto...

Quoto JFY.

Il post e le domande insistenti che sono state poste avevano probabilmente altri intenti, altre urgenze: con il tempo capiremo.
Conosciamo bene i musicisti; li frequentiamo, ci viviamo assieme e sappiamo bene come sbarcano il lunario.
Sappiamo pure che, ad esempio, un ipotetico bassista, ora come prima, poco becca dalle società dei diritti d'autore se non figura come compositore o autore delle liriche.

Ho reagito con forza a questo post di TP Africa perchè questi argomenti, così come sono state esposti non sono nelle "corde" del blog e nella prassi quotidiana dei suoi associati.

TP Africa e GM in particolare, sono stati contraddistinti da sempre per uno stile del racconto che, pur non avendo la presunzione dell'esaustività,
riusciva a cogliere quei frammneti per restituire e rapperesenteare una costellazione di significati "sideralmente" allargati.
Le modalità di rappresentazione che TP africa ha fino ad ora dispiegato erano consapevoli che tanto più si chiarisce il disegno tanto più ci si allontana da esso.
La modalità scelta nella narrazione di TP Africa è sempre stata consapevole di sfuggire al rischio della sintesi e delle sue aprioristiche chiusure iper-metodologiche per superare differenze e conflitti.
Anche se interessati ad uno specifico contesto musicale quello che fino ad ora GM e TPA ha proposto è stata una sorta di ecologia musicale, una struttura mentale che connette diversi modelli comunicativi ed esperenziali tra loro.
Le diverse centinaia di "ascoltatori" giornalieri che frequentano i luoghi informatici di TP Africa, ripeto, non sono dei passivi e superficiali compulsivi dal clic del maouse.
Sappiamo e conosciamo il ritorno della diffusione del nostro lavoro e delle storie raccontate. Sappiamo bene quanto sono stati da stimolo ad altri nuovi cultori-ascoltatori dell'argomento. Sappiamo della curiosità che abbiamo istigato ...
Siamo consapevoli che il lavoro di diffusione fatto fino ad ora, seppur in tutte le difficoltà e le contraddizioni del caso, si muove in quel fluido in quella corrente calda che lambisce i territori del fare musicale, delle connessioni istaurate e dello sviluppo cognitivo indotto.

L'alternativa che viene richiesta e ricercata nei vari commenti è già presente: noi stessi lo siamo!

Ciao,
Ale.

Anonimo ha detto...

Allora diciamo che i pirati non sono i bloggers.
Nessuno ha etichettato i bloggers come pirati, la cosa parte da molto prima, prima della nascita del web come lo conosciamo noi.
Noi si parlava della pirateria su cassetta, che nel caso africano vedeva attivi in particolare spregiudicati imprenditori libanesi corrodere gli spazi dei musicisti africani.
E nessuno ha voluto mettere in discussione il lavoro che molti Blogs fanno.
Senza i blogs questa conversazione sarebbe stata impossibile… mi pare …
Ale ha finalmente centrato alcuni punti, l’urgenza di cui parla è dettata dalla paura che a furia di fermarsi per guardare il passato ci si dimentichi del presente.
Basta guardare le date di registrazione dei dischi che molti blogs recensiscono per capire, che di musica attualmente se ne produce molto poca, pochissima !!!
Per quanto riguarda la metafora del dentista che tanto ha fatto sorridere, e dalla quale voglio uscire il più presto possibile, aggiungo e concludo, che per quanto riguarda la stragrande maggioranza dei musicisti, al contrario dei fruttaroli arabi ai quali la frutta viene pagata con una semplicissima e banale transazione, diversamente dai pensionati che ricevono i contributi versati nell’arco di una vita intera di lavoro, differentemente da chi ha un TFR, tutto questo è una chimera irragiungibile per chi è costretto dall’humus culturale dei tempi, a suonare per 100€ a serata, tre/quattro volte al mese.
(Questa voleva solo essere una metafora per mettere il dito nella piaga).
L’argomento che insieme a GM volevamo affrontare con tutti voi, voleva avere il tono di un padre preoccupato che non vede futuro e sbocchi per il proprio figlio.
Nessuno difende il vecchio sistema Majors/SIAE, quello a cui stiamo assistendo è un azzeramento delle logiche di questo mercato che ormai mi sembra giustamente arrivato al capolinea.
Per fortuna la discografia del 900 non è stata fatta solo dalle majors, se ricordate tra le strette maglie dei denti di questi vampiri, molte e degnissime labels indipendenti hanno contribuito all’arricchimento culturale dei nostri ascolti, offrendo la propria musica a prezzi equi e creando un mondo parallelo in cui ci si muoveva per altri canali … Genesis P Orridge e i suoi Throbbing Gristle avevano il loro perché …
E’ chiaro che il gioco non valeva la candela, è chiaro che per far vivere questi carrozzoni 1000 bassisti facevano la fame non ricevendo i diritti semplicemente perché non venivano citati tra gli autori. Ma è anche vero che quel sistema orribile, basato sulle logiche del profitto e del consumismo aveva creato, suo malgrado, una società abituata sia all’ascolto che alla produzione della musica.
Probabilmente quando Ale ci dice che “L'alternativa che viene richiesta e ricercata nei vari commenti è già presente: noi stessi lo siamo” ha ragione, e in un certo senso mi emoziona, ma arrivati a questo punto della conversazione mi chiedo se si possa fare di meglio e di più, e soprattutto cosa ?
Saluti a tutti
RL

Anonimo ha detto...

Questione spinosa ed almeno apparentemente irrisolvibile sull'onda del dibattito che si è aperto in questa nuova agorà che è divenuta la rete...indi per cui mi ci infilo a piè pari, dicendo la mia, come sempre faccio da qualche tempo a questa parte mettendoci nome e cognome...ed in sparuti casi...anche la facciaccia!!...e con vero piacere!

Chi vi scrive, fino a poco più di due anni fa, si cimentava in una delle sue passioni (la scrittura!) usando una vecchia remington, e conservando gelosamente in un baule brogli, fogliacci e tovaglioli d'osteria vari. Poi, nella mia vita, è entrato il PC (che non è il Partito Comunista...quello già c'era...e rimarrà ancora!), un infernale artifizio con il quale ci eravamo sempre scambiati sguardi ostili e diffidenti. Con il suo arrivo, nella mia casa è arrivata anche la rete, anzi, la maledetta rete...nella quale lascivamente mi impiglio e mi crogiolo in errabonde, ribalde ed inebrianti scorribande! Devo dire che la mia vita è cambiata, pur rimanendo di fatto un individuo intimamente bercioso e asociale, ho scoperto il piacere di condividere con persone apparentemente estranee, sensazioni visive, acustiche, a tratti addirittura olfattive! Tutto questo è sensazionale (scusate l'eufemismo)!!
Il Dottor Louis-Ferdinand Auguste Destouche, al secolo Céline, era un uomo nato del XIX secolo che ci ha regalato una prosa nuova, ricca, sicuramente irripetibile per bellezza e stile, ma ha fatto una fatica incredibile ad entrare nel XX secolo, oggi, nonostante i suoi grandi capolavori, molto spesso viene ricordato per i pamphlet antisemiti, Bagatelle per un massacro è un libro di un indicibile razzismo scritto con una prosa di incomparabile bellezza! In realtà (secondo me) si tratta di un libro scritto da un patriota francese rimasto arroccato alla sua Francia colonialista del XIX secolo. Ora, tornando al punto, noi siamo tutti nati nel XX secolo...per quale cazzo di motivo non dobbiamo entrare nel XXI nel quale siamo (lo dico per chi ancora non se ne è accorto!)??

...M'inganno?....C'inganniamo? Vi lascio con una frase di un grande poeta romantico nato nel XVIII secolo, ma vissuto nel XIX...”...e chi non s'inganna? E chi, quand'anche tema di ingannarsi, lascia intentate le passioni che accarezzano il perpetuar della vita?”

Vi voglio bene a tutti.

Vostro

Costantino Spineti

GM ha detto...

Ovviamente grazie di tutti i contributi, utili per condividere e per riflettere.

“Non ci credo che queste parole nascano da voi, anche se le leggo.” Ecco, vorrei partire dalle parole di JFI per provare a spiegarmi e spiegarci ancora meglio.

Quelle parole vengono da noi, che certo non siamo amici di potenti produttori discografici né abbiamo mai goduto della spartizione di qualsiasi bottino. Anzi, neanche li ascoltiamo i dischi prodotti dalle major, se guardo tra i miei scaffali del presente e del passato ne trovo davvero pochi.

Di cosa allora stiamo parlando? A noi sembra che sulla musica in rete accada molto, ma che di musica “nuova” se ne produca davvero poca. Cioe’, mentre la musica circola di piu’, i musicisti registrano molto meno di prima. Forse questo e’ un sintomo di “mancanza d’acqua”.

Ciò che auspichiamo pero' non è una contrapposizione tra Davide e Golia, tra ascoltatori e produttori, ma la ricerca di un nuovo equilibrio che sia rispettoso degli scambi di valore e di valori.

Contribuire alla “moltiplicazione della reputazione” e’ certamente un modo per ripagare i musicisti, ma non e’ sufficiente. Secondo noi e’ giusto che la musica venga pagata il giusto – che non e’ il troppo ma neanche il niente - sia quando viene suonata dal vivo che quando viene distribuita tramite registrazioni. Mentre lo dico so benissimo che voi che avete partecipato alla discussione comprate molta musica, e che non siete certo voi a far mancare l’acqua.

Questo fra l'altro e' il motivo per cui il link per fare il download dei dischi su TP Africa non c’e’. C’e’ il racconto di storie, e c’e’ un assaggio sostanzioso di musica, che messo tutto insieme fa una lunga strada che dal Mediterraneo arriva fino a Capo di Buona Speranza. La stessa forma attuale di TP Africa e’ il risultato di questa riflessione, e credo che non ci sia contraddizione tra lo stare sul web con tutta la generosita’ di cui siamo capaci e al tempo stesso porsi dei dubbi sulla giustezza delle proprie azioni.

Infine, anche se sarebbe bello poterlo credere, purtroppo penso che noi - i bloggers e tutti gli altri - non siamo sufficienti a rappresentare l’alternativa. Ci vogliono i musicisti, ed e’ prima di tutto a loro che bisognerebbe chiedere cosa ne pensano della situazione del presente musicale.

Jazz from Italy ha detto...

Ma infatti!

E' proprio perchè vi conosco, che non vi riconoscevo, Gimà...

Comunque, c'è da dire che la riflessione ha cambiato diverse forme, e meno male, durante i commenti, perciò tu ringrazi noi, ma io ringrazio voi per l'imput.
A questo punto ancora una manciata di appunti, più per riepilogo e per tentare di partecipare attivamente alla discussione che per alimentare la polemica, che non ho mai avuto intenzione d'intavolare con voi, 'chè io sò quanto è difficile tenere in vita 'nà passione, figuriamoci mantenere un blog e vi rispetto:

1) la storia dei "pirati" libanesi che mettono a rischio lo sviluppo della musica e la metafora del dentista che non ho ancora capito e, spero, avrò occasione di approfondire ancora con RL davanti ad una birra.

2) siamo nel XXI secolo

3) a guardare il passato ed a dimenticare il presente, io aggiungerei "partecipare al futuro"

4) Ri-pensiamo il consumo e la fruizione delle cose, anche cambiando la loro sostanza

5) l'alternativa siamo noi, come connettori e fruitori della rete

6) ma noi bloggers - e tutti gli altri - non siamo sufficienti a rappresentare l’alternativa. Ci vogliono i musicisti

E nei blog raramente ce ne passa uno, almeno attivamente, siamo sempre il debole riflesso degli uomini che ammiriamo e l'eco della loro Arte.

Allora, cosa possiamo fare?

Non ho risposte univoche, ma quando mai, ma un'indicazione la vorrei dare, anche se penso di averne già parlato con voi. Esistono già nuove forme organizzative del panorama musicale, le conoscerete anche voi, penso a El Gallo Rojo - http://www.elgallorojorecords.com - che ha seguito l'imput di storiche associazioni come l'AACM di Chicago e la tedesca FMP o, più curiosamente alla ArtistShare - http://www.artistshare.com - una fan-funded che permette ai fans di finanziare e partecipare direttamente alla produzione di dischi, concerti, biografie e progetti vari dei loro artisti preferiti.

In cambio ricevono gratificazioni di vario tipo, che vanno dai posti riservati ai concerti, ai crediti stampati nel packaging dei progetti che hanno contribuito a realizzare, dal materiale discografico personalizzato con le tante ghost tracks, agli inviti ad eventi di premiazione, dalla possibilità di assistere ad una session di registrazione in studio fino a cene organizzate tra il fan e l'artista prescelto.
Gli stessi fan, poi, contribuiscono ad allargare lo zoccolo duro dei collaboratori, come è stato nel caso della biografia di Ron Carter.

Un progetto che esiste, se non ricordo male, dal 2003 ed ha raccolto contributi non solo tra le persone fisiche, ma anche da diversi istituti di ricerca musicologica, negozi di dischi online, gli stessi artisti coinvolti in altri progetti, fondazioni!!!

Partecipare e re-inventare possono essere le parole del futuro?

Anonimo ha detto...

... forse la parola esempio al posto di metafora era più appropriata ... è la foga, è la foga ... ma la birra l'accetto comunque ...
Quando sei da queste parti fai un fischio.
A presto e saluti a Jazz from Italy.
RL

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