14 gennaio 2011

Il tramonto dell'Impero

GLI ULTIMI GIORNI DI OBA OVONRAMWEN NOGBAISI


ASCOLTA: (Vedi "Tracce in ascolto")


Questa è la storia dell’ultimo Re dell’Impero del Benin, Oba Ovonramwen Nogbaisi, così come viene raccontata da Iro Eweka nella sua raccolta di epiche e storie tratte dalla tradizione orale nigeriana intitolata Dawn to Dusk – Folk Tales from Benin, di seguito tradotta in italiano.

La storia di Ovonramwen è anche il racconto di un’Europa astuta e predatrice, in questo caso di un’Inghilterra determinata a sfruttare le grandi risorse dell’Africa al punto da essere disposta a cancellare qualsiasi civiltà avesse osato ostacolarla, anche pretendendo il semplice rispetto del proprio popolo e delle proprie tradizioni.

Oggi i figli e le figlie dell’impero del Benin vivono non solo nella Nigeria sud-orientale, nell’Edo State e nella sua antica capitale Benin City, ma anche in Europa e nel mondo, e il paese in cui è più numerosa la loro diaspora e proprio l’Italia. Per questa ragione, perché tutti noi viviamo accanto alla gente di etnia Bini, è importante avere la possibilità di conoscere qualcosa della loro antica e nobile storia.


Iro Eweka - Down to Dusk
(London, Frank Cass Publisher, 1998)

Tramonto

Il tramonto arrivò velocemente, attraverso la grande distesa d’acqua e la nebbia grigia di un fosco crepuscolo. Scese sull’orizzonte come l’angoscia di Osànòbuà – di Dio - che durò così a lungo da apparire inconsolabile. I presagi che l’annunciavano erano andati perduti tra le nuvole dell’ignoranza, e non vi era alcun sentiero luminoso che fungesse da guida.
Cominciò come una brezza, non come una tempesta. Non all’inizio. Non fintanto che la brezza non si unì a un ciclone nato dentro le mura di casa, all’inizio così riluttante da non minacciare nessuno se non il Re in persona, attore principale del melodramma del destino.

“Qualcosa di grosso e pesante sta per accadere” Disse pensoso sua Maestà, come se parlasse tra sé e sé. Le sue palpebre tremavano irregolarmente, e le parole gli uscivano faticosamente dalla gola asciutta.
“Osànòbuà ti proteggerà, Maestà” disse Itohan, nel tentativo di consolare suo marito. Era la favorita dell’harem, portava il titolo invidiabile di Ehioba ed era di conseguenza l’incarnazione del destino del re, cosa che l’avrebbe portata ad essere venerata come una dea. Non si sarebbe mai aspettata un simile onore, perché pensava che non lo meritasse. Ma ora incarnava il destino del re, e doveva fare al meglio la sua parte.
Attaccare la Ehi voleva dire colpire una divinità reale, e nessuno doveva farlo se voleva vivere il giorno successivo.


Oba Owonramwen

Quando ascese al trono, il Re Ovonramwen Nogbaisi (significato: Sole nascente che illumina tutte le cose) sperò sinceramente di onorare la ricca tradizione reale che durava ininterrottamente da cinquanta generazioni, e che aveva ricevuto in eredità direttamente da suo padre, Oba (Re) Adolo (colui che fa andar bene le cose). Anche se non avesse migliorato la situazione dell’impero – pensava – avrebbe almeno mantenuto le cose come stavano, senza permettere che peggiorassero prime di lasciarle al suo successore. Ma il Re non aveva letto la scritta sul muro.
Nessun’altro intorno a lui aveva tentato di decifrarla, e anche se qualcuno era riuscito nell’intento lo aveva fatto per sé stesso, e non per il bene del re.
Quattrocento anni prima un altro re, Ewuare il grande, predisse che la città e il regno che amava con tutto sé stesso e che aveva fatto il possibile per edificare e proteggere, avrebbe dovuto affrontare una tempesta che sarebbe arrivata da oltre la grande distesa d’acqua, in un giorno imprecisato di un futuro lontano. La tempesta – aveva previsto – sarebbe stata seguita da un’esplosione che avrebbe distrutto la città in tre giorni. Poi sarebbe iniziata una nuova alba.
La leggenda della tartaruga era sempre attuale. E Ovonramwen stava per divenire la vittima di un fato che avrebbe portato nella sua dimora ciò che la tartaruga esclamò un tempo: “Egbemwem era na lobi, egbemwem era na sieré” (nel mio corpo viene preparato il veleno, nel mio corpo viene acceso il fuoco). A lui stava per essere rivelato il presagio nascosto nell’utero del tempo sin dai tempi di quell’alba avvenuta molti secoli prima.
Gli eventi durante il regno di Akenkpaye, duecento anni prima, erano stati soltanto un avvertimento su quanto di peggiore sarebbe accaduto in seguito. Akenkpaye non sopravvisse, e non ci sarebbe riuscito neanche Ovonramwen. Ma se furono i capi e gli anziani della città a complottare per deporre Akenkpaye nel 1684, la caduta di Ovonramwen nel 1897 fu opera dei capi e degli anziani e di uno straniero venuto da oltre il mare.
Ma Ovonramwen era più preoccupato dell’antica profezia di Oba Ewuare che dei segni premonitori nascosti negli eventi che coinvolsero Akenkpaye. La profezia era sospesa sul regno di Ovonramwen come un’ombra scura, influenzando ogni pensiero e gelando ogni spontanea manifestazione di gioia nel palazzo reale. Si sarebbe avverata? Se si, quando e come? Cosa si sarebbe potuto fare per evitarla? Ed era quell’assenza di gioia che spinse la favorita Ehioba a chiedere di essere ricevuta e ascoltata dal marito.


maschera di regina Edo trafugata dagli inglesi

Il fantasma di un sorriso sfiorò l’angolo della bocca del Re quando la vide. Era in ginocchio davanti a suo marito, le mani unite davanti al viso.
“Dopotutto sei solo una donna”. Mormorò tristemente. Non pensava affatto che ci fosse nulla di sbagliato nell’essere una donna. “Una donna Edo deve essere protetta a tutti i costi” aveva decretato Ewuare il terribile.
“Si mio signore” lei rispose. “Una che sua Maestà ha creato con le sue mani reali.”
“Ewuare ha pronunciato molte profezie” Disse il re. Le sue parole suonavano inesplicabilmente lontane, come un bambino impaurito che cerca spiegazioni, ma anche di essere rassicurato. Spesso, pensò Ehioba, il Re cercava dalle sue mogli il conforto che sua madre non gli aveva mai dato e che non poteva trovare dai capi e dagli anziani della città. Era circondato da nemici, e non poteva mai sapere se dietro l’amicizia si nascondeva la malvagità. Ma sapeva per istinto che un nemico amichevole era più pericoloso di un altro apertamente ostile. Mentre il secondo si vede, il primo resta nascosto.
Sua Maestà guardò la splendida figura della Ehioba inginocchiata ai suoi piedi. “Ewuare” ripeté “fece molte profezie, e tutte si sono avverate.”
“Si mio signore” disse Ehioba senza alcun dubbio nella voce. Stavano parlando di qualcuno che conosceva la verità su ogni cosa. “Tutte le previsioni di Ewuare si sono realizzate mio signore, noi lo sappiamo e ne siamo felici.” Era perfettamente consapevole che i Re del passato dovevano sempre essere onorati in presenza dell’attuale regnante, e mai se ne doveva parlar male. Certo, elogiare un Re del passato contrastando allo stesso tempo il Re attuale era come dire che il Re attuale fosse in qualche modo inadeguato. Ma tutti i re, per quanto lei sapeva, non potevano mai essere inadeguati. Per volontà divina i Re Edo non potevano sbagliare.
“Forse la profezia di Ewuare si è già avverata al tempo di Akenkpaye.” Disse il re. “Altrimenti i capi traditori e gli anziani della città non sarebbero mai riusciti a deporre un Re Edo”.
“Hai ragione, o potente re.” Confermò Ehioba. “Sei nel giusto come sempre. Chi potrebbe negarlo?”
“Nessuno può negarlo” Replicò il re, agitandosi sulla sua sedia, con le dita che tamburellavano sulle cosce. Le sua schiena era curva e le spalle piegate in qualche modo, come se sentisse troppo forte il peso del suo regno. Ma non poteva essere troppo angosciato, penso Ehioba. Un re, pensava, può comunicare direttamente con Osànòbuà, per questo non poteva mai soffrire di angoscia.
“Se la profezia di Ewuare si era avverata al tempo di Akenkpaye” continuò il Re “non potrebbe accadere ancora nella storia del regno del Benin che un Re sia deposto?” Il Re sospirò rumorosamente, come per tentare di sollevarsi. Se davvero il Re fosse stato capace di interrogarsi sul proprio destino, il suo disperato bisogno di tranquillizzarsi non avrebbe avuto senso.
"Hai ragione, mio signore” Lo rassicurò Ehioba. Era sempre pronta a sostenere il suo maestro reale in ogni modo. “Osànòbuà l’onnipotente che ti ha mandato in questo mondo proibirebbe il ripetersi di un evento così triste.”
Ma il Re non era convinto. Ci doveva essere qualcosa in agguato a giustificare il suo disagio. Una delle profezie di Ewuare affermava che in futuro un Re Edo sarebbe stato tradito dal suo popolo e consegnato a uno straniero che lo avrebbe deposto. Lo straniero sarebbe arrivato attraverso la grande distesa d’acqua.
“In ogni caso”– rifletteva il Re alla ricerca di conforto – “molti stranieri sono arrivati attraversando la grande distesa d’acqua, ma nessuno di loro a mai osato minacciare un Re del nostro regno.”
Il passato scorreva all’indietro come un’onda di marea nella testa dell’Oba. Ricordò l’arrivo di Ikpotokin – i portoghesi – molto, molto prima del suo regno, all’epoca dell’illustre Oba Ozolua (1481), noto nell’Edo come il Conquistatore. Ricordava la storia che gli aveva raccontato suo padre Adolo.


Regine Edo

“Kir n’uko ‘ba”, una voce stridente ma distante urlò dalla stanza accanto. La Ehioba aveva chiesto quell’udienza per discutere delle paure e delle preoccupazioni del re, ma l’incontro privato ora era in pericolo, e molte cose non erano state affrontate.
“sua Maestà” disse una voce maschile oltre la porta. “Chiedo di fissare un incontro urgente”.
L’Oba si alzò dalla sedia. Ehioba si domandò se stesse aspettando qualche messaggero dalla città, ma lui non diete alcuna risposta al suo dubbio. Allora inchinò la testa aspettando di essere congedata. Toccò la fronte sul pavimento ai piedi del Re e disse ossequiosamente: “possa la notizia essere pacifica e propizia, mio signore”.
Il Re allora andò davanti alla porta e disse: “Fate entrare il messaggero alla presenza del re.” La porta si aprì.
L’Oba degli Edo, in accordo con il decreto di Re Ehengbuda N’Obo deciso dopo che venne punto da un insetto velenoso sul dito medio, non poteva aprire la porta per proprio conto. L’insetto era stato mandato dalla terra degli spiriti nel palazzo reale dopo che il Re si era sdegnosamente rifiutato di conformarsi alla richiesta che veniva dall’alto di tornare nella dimora permanente del paradiso. Dopo essere stato punto il Re prese un coltello e si tagliò di netto il dito avvelenato. Da allora tutti gli Oba Edo ereditarono il titolo di Ikpihien Abo kpuru no gb’oduma, che vuol dire “dito accorciato che uccise il leone”.
La porta della stanza si aprì e il Re si accomodò nella sala adiacente pronto a ricevere il messaggero. Il messaggio veniva da Osodin, membro dell’Uzama, il consiglio composto da sette consiglieri che incoronano gli Oba. Osodin era l’unico uomo, oltre al Re e agli eunuchi, a cui era concesso di entrare nell’harem e di avere contatti con le regine. Qualsiasi altro uomo si fosse permesso di toccare una delle moglie del Re avrebbe commesso un atto abominevole e sarebbe stato ucciso. L’unica eccezione a questa legge riguardava, ovviamente, i principi. Il compito di Osodin era quello di supervisore dell’harem, in cui doveva mantenere l’ordine e risolvere le piccole controversie tra le donne.
“Lunga vita a sua Maestà” disse il messaggero stando in ginocchio. Osodin è fuori dalla porta, e chiede di entrare. “di alle guardie di farlo passare” ordinò il Re con freddezza, poi si incamminò verso la stanza chiamata Iwebo per vestirsi in modo adeguato ad una apparizione pubblica. Il messaggero vide il Re scomparire dalla porta laterale, e finalmente si alzò in piedi, rilassato come se si fosse liberato da un carico pesante e sorridente di soddisfazione per aver portato a termine quella missione. La sua ambizione lo portava a sperare un futuro migliore, e per questo era felice del privilegio di servire il suo re. Ma sapeva che se lo avesse servito bene ciò gli avrebbe portato gloria e sarebbe vissuto, altrimenti la sua testa sarebbe stata infilzata su una lancia al cancello del palazzo reale, esposta alla derisione dei passanti che lo avrebbero chiamato Eghio’ba.

Osodin era accompagnato da Ero, un altro dei sette consiglieri senza una specifica responsabilità, eccetto quella di presiedere i riti di corte che si tenevano in gran segreto e ai quali erano ammessi soltanto i capi anziani. I due nobili sedevano uno accanto all’altro in silenzio, aspettando l’arrivo del re. Ma il silenzio stava diventando opprimente, e doveva essere spezzato.
“Spero che l’Oba sia di buon umore” sussurrò Osodin. “Spero anch’io” replicò Ero. “Non riesco a dimenticare quello che è successo ieri.” “Chi potrebbe dimenticare!” Sospirò Osodin. “E’ stato terribile. Avrei voluto nascondermi se fosse stato possibile”. Schioccò le labbra rumorosamente e si avvolse un panno bianco che aveva sui fianchi intorno alla testa e al collo. “Ho dormito malissimo l’altra notte.”
Ero incrociò le braccia sul petto, sussultò e inspirò aria.
“Non ho idea di come iniziare questa conversazione con il Re quando arriverà”. Osservò ancora Osodin con preoccupazione. Si rimise il panno bianco intorno ai fianchi e incrociò anche lui le braccia sul petto.
“Quando sei stato l’ultima volta all’harem?” Chiese Ero con voce rauca, guardando di traverso il suo compagno. Si schiarì la voce e aspettò una risposta, nonostante fosse consapevole che non doveva occuparsi di ciò che non lo riguardava.
“Questa sera. Perché?” “Hai visto Ehioba?” Replicò Ero, nonostante l’aria contrariata di Osodin. “No, mi hanno detto che era con il re. Perché me lo chiedi?”
“Pensavo che potresti aprire il discorso con un resoconto della tua ultima visita all’harem. Questo potrebbe facilitarci le cose.”
“Sembra una buona idea” concesse Osodin all’amico. Tirò via di nuovo il panno bianco dai fianchi e si asciugò il sopracciglio.
“Ho dei sospetti sull’Iyase (primo ministro e sindaco della città) in questa faccenda” si confidò Ero. “Nessuno deve pensare che non siamo stati abbastanza attenti”.
“Lo so che siamo sempre stati all’erta, Ero” rispose Osodin sospirando. “Ma sua Maestà …”


Oba Erediauwa (1979 - oggi)

Una porta si aperse e il Re entrò nella stanza, preceduta dall’Omada – l’uomo che trasporta la spada del Re camminando avanti a lui – con in mano Ada, la spada reale, affiancato a destra e a sinistra dai suoi fidati attendenti personali decorati di bracciali e collari, e seguito da una dozzina di servitori, tutti completamente nudi.
Prontamente Osodin ed Ero si inginocchiarono, unirono le mani davanti alla faccia e salutarono il Re in coro: “Oba ghato, okpéré” - possa il Re vivere e prosperare a lungo!.
“Isé-è!” – Così sia – recitò prontamente all’unisono il seguito del re.
Osodin ed Ero rimasero in ginocchio mentre sua Maestà saliva sul trono e si accomodava, e gli attendenti prendevano posto intorno al loro signore.
“alzati Osodin, alzati Ero” ordinò il re. “Lunga vita a sua Maestà” risposero i due tirandosi in piedi.
“Sedetevi pure” disse il Re con educazione. “Osodin” continuò il Re “il tuo messaggero non mi aveva avvertito che eri accompagnato. Pensavamo che eri da solo sulla soglia del palazzo.” Era un fatto, ma anche un’accusa.
Osodin cadde nuovamente in ginocchio. “Possa sua Maestà vivere e prosperare a lungo. Io … Noi…” le parole non gli uscivano dalla bocca. Deglutì. “Domo (saluto” borbotto Osodin cercando di ritrovare il filo del discorso.
Ero si mise in ginocchio accanto al compagno e unì le mani davanti al viso. “Possa sua Maestà vivere e prosperare a lungo. Osodin mi ha chiesto di accompagnarlo per fungere da testimone per confermare la sua storia.”
L’Oba si sistemò sul trono e si predispose ad ascoltare Osodin. La pazienza del Re è proverbiale, ma è anche volatile quanto la protezione che viene dal re. Entrambe, pazienza e protezione, devono essere trattate con grande cura. Osodin ed Ero si scambiarono sguardi eloquenti.
“Iyase è alla base dell’attuale crisi, sua altezza.” L’Oba fece un cenno con la testa, non mostrando alcun segno di sorpresa.
“E’ la verità, sua altezza” Replicò Ero.
“Il grande interesse personale che sta mostrando Iyase nei confronti dei nuovi stranieri non può essere ignorato.” Proseguì Osodin.
“Egli aiuta e sostiene segretamente Edogho” aggiunse Ero.
“Edogho” ripeté il re, con un chiaro tono di odio e disgusto nella sua voce. “E’ il capo di Isekiri, nell’area del delta del Niger, che sta contestando il nostro diritto di commerciare con i nuovi stranieri”.
“Esattamente, possa sua Maestà vivere e prosperare a lungo.” Sentenzio Osodin. “E proprio lui.”
“Noi sappiamo” continuò Ero “che sta dando rifugio a quel suo servo, mio signore.”
“Il servo di cui dicono conosca il linguaggio dei nuovi stranieri?” Chiese il Re con un certo interesse.
“Si, mio re.” Rispose Osodin “e anche colui che venne chiamato come interprete quando firmai il libro dei nuovi stranieri. Fu lei, sua altezza” si affrettò a precisare con deferenza Osodin “che me lo ordinò personalmente. La fiducia di sua Maestà nel suo servitore in quell’occasione mi consentì di mettere la mia firma su quel libro in sua presenza. E lo feci con orgoglio, mio signore.”
“Ricordo” confermò il re.
“E adesso i nuovi stranieri chiedono che l’embargo sul loro commercio sia rimosso. Vogliono commerciare liberamente, o mio re.”


Oba Erediauwa (1979 - oggi)

Il libro sul quale Osodin mise la sua firma in presenza del Re era il Trattato del 1892, in cui era scritto che “soggetti e cittadini di qualsiasi paese possono liberamente trasportare merci in ogni parte dei territori del regno del Benin”. Era scritto nella lingua dei nuovi stranieri, e non tutte le sue implicazioni erano state comprese dal re. Ma il trattato era stato firmato, e ora ci si aspettava che il Re lo rispettasse alla lettera, pena gravi rappresaglie. Ordinando l’embargo del libero commercio, il Re aveva affermato la sua volontà di rompere le condizioni del trattato. Per questo ci si aspettava una risposta dal nuovo straniero.
“non possiamo consentire il libero commercio” disse Ero. ”Specialmente se fosse segretamente controllato da Edogho e dagli Isekiri”.
“Che impudenza!” Esclamò il Re guardando sopra le teste di Osodin e Ero inginocchiati dinanzi a lui.
“Gli Ikpotokin – i Portoghesi – non si sono mai comportati in modo così oltraggioso, mio signore.” Affermò Ero sospirando, con evidente nostalgia in ogni parola.
“No, mai!” Aggiunse Osodin. “Il padre di mio padre disse a mio padre, che a sua volta ha detto a me, che durante tutti quegli anni gli Ikpotokin conoscevano il rispetto che era dovuto al monarca di Edo, e mai una volta rinnegarono la loro parola né il dovere della reverenza. L’Oba Esigie (vissuto all’inizio del 1500) venne sempre trattato dagli Ikpotokin nella stima più alta. E non chiesero mai a sua Maestà di mettere una qualsivoglia firma in qualche libro.”
“Lo so bene” disse pensieroso il re. “mio padre mi ha raccontato molte volte di come gli Ikpotokin aiutarono Esigie nella guerra contro gli Ida.”
“Il loro Re era un grande uomo, mio signore”. Disse Osodin. “Un Re a cui va accordato ogni onore. Ma dicono che il Re dei nuovi stranieri sia una donna!”
“Una donna!” Ripeté il Re incredulo.”Orrore degli orrori! E’ per questo che i nuovi stranieri sono così irragionevoli?”
“Forse, sua Maestà” rispose Ero. “Una semplice donna, sua Maestà!”
“Una donna che ordina al grande Re degli Edo di …. di ….” Senza parole per la collera, Osodin non riuscì a completare la frase, ma inghiottì il grumo che saliva dalla sua gola e che minacciava di soffocarlo.
“mio padre usava dire” ricordò Ero “che il primo Ikpotokin che arrivò nel nostro paese disse che il loro Re rispettava moltissimo il Re del Benin.”
“E così agirono” Gli fece eco Osodin, con lo sguardo pieno di sconcerto. Le preoccupazioni del regno gravavano pesantemente sulle sue spalle stanche.
“E” approfondì il Re “Gli stranieri che arrivarono dopo gli Ikpotokin. Come si chiamavano?”
“Guala yon’da – gli Olandesi” rispose Osodin.
“Si, guala yon’da. Era quello il loro nome.” Confermò Ero. Al ripetere di quello strano nome, Osodin ed Ero si scambiarono un sorriso furtivo e divertito.
“Erano assai cortesi ed amichevoli” continuò Osodin. “Non dimenticherò mai …”
Ero lo interruppe, ancora con il sorriso tra le labbra ma con lo sguardo grave. “E dopo di loro arrivarono gli Ezamani – i Germanici. E portarono un messaggio di pace da parte del loro re. “
“Lo so” singhiozzò il re.
“Ma questi nuovi stranieri” sibilò Osodin “sono malelingue, irresponsabili e vili in ogni modo possibile. E’ questo che accade quando sei governato da una donna.”
I nuovi stranieri erano Inglesi, e nessuno li capiva. Erano presuntuosi fino alla nausea. –volevano sempre essere ascoltati e mai ascoltare. Volevano parlare e mai che parlassero gli altri.
“gli agenti di sua Maestà dicono che mentono, imbrogliano e rubano persino” Continuò Osodin “nessuno sa come comportarsi o accordarsi con loro.”
“Potremmo dir loro di andarsene” ipotizzò Ero. “Se non riescono a restare in pace e a rispettare le nostre leggi.”
“Ma ora non corriamo troppo” suggerì il re. “Procediamo con prudenza.”
“Osodin, domani mattina, all’assemblea dei capi e del popolo, solleva la questione di Iyase. Tutti devono sapere di questo intrigo e del suo tradimento.”
“Tradimento.” Ripeté Ero.
“Che la vita di sua Maestà possa durare e prosperare a lungo.” Disse Osodin. “E’ in atto un grande tradimento, e tutti i capi devono saperlo.”
“Esatto” disse il re, alzandosi in piedi. Poi si affrettò fuori dalla camera delle udienze, lasciando Osodin ed Ero in ginocchio, mentre il drappello degli attendenti lo accompagnava con reverenza.


Oba Akenzua II (1933 - 1978)

Il giorno successivo una vasta assemblea si radunò nel cortile del palazzo reale. Tutti i capi erano presenti e indossavano i vestiti più sfarzosi. Sembrava come un grande festival. Eghaevbo N’ore – il capo della città - e Eghaevbo N’oghe – Il capo dell’organizzazione del palazzo reale - erano circondati dai loro gruppi di dignitari disposti in base all’età e all’importanza. L’aria era densa di aspettative.
“Chiama Iyase” ordinò il capo anziano Eson. “E avvertilo di non far aspettare il Re” aggiunse minaccioso. “dovrà rispondere dell’oltraggio se provocherà l’attesa del suo re, anche se possiede una sola testa con cui pagare.”
Una indicibile miscela di approvazione e disapprovazione seguì alle parole di Eson, in un rombo sordo che attraversò l’intera assemblea. Erano in molti a sapere che quelle non erano affatto parole vuote di significato.
Un importante funzionario del palazzo reale chiamato Iseghure fece un passo avanti. “Salve Eson” salutò. “Il mio messaggero è ritornato dal palazzo di Iyase poco prima che io venissi qui, e mi ha riferito un messaggio fastidioso.”
“Quale messaggio?”
“il messaggio, mio signore, è che Iyase sarebbe malato e non potrebbe partecipare al nostro incontro.”
Nuove ondate di approvazione e disapprovazione percorsero l’assemblea affollata di nobili.
“Possa egli non guarire più” imprecò Eson con la voce più cavernosa che sarebbe riuscito a produrre.
“Ise – e” (Così sia) rispose l’assemblea all’unisono.
Quando finalmente arrivò il re, una volta ricevuto il messaggio di Iyase si infuriò. Appariva maestoso nel suo vestito rosso scarlatto, mentre una massa di perline adornavano la sua persona dalla testa ai piedi. Ciò che incuteva timore nella sua figura era la collera che traspariva dal suo volto divino. Le sue braccia erano sostenute da entrambi i lati da attendenti premurosi, mentre il suo Omada, il portatore dell’Ada – la spada dell’autorità – lo precedeva. Sua Maestà si sedette sul trono è squadrò i presenti. Nella sua collera sembrava più un dio che un comune mortale. Le parole che sarebbero uscite dalla sua bocca, con i bianchi denti leggermente serrati, avrebbero determinato la vita o la morte.
“Eson” comandò sua Maestà, “Arresta Iyase e conducilo qui in catene.”
“Lunga sia la sua vita, Maestà.” Rispose Eson inginocchiandosi come per scusarsi, con i palmi delle mani uniti davanti al volto. “Avevo già ordinato l’arresto di Iyase, ma i guerrieri sono tornati a mani vuote.”
“Come sarebbe?” Chiese il Re, quasi alzandosi in piedi ma subito rimettendosi seduto. “Cosa hanno detto i guerrieri incaricati dell’arresto?”
“Onore a voi, mio Re e maestro” Rispose Eson chiaramente preoccupato. “Hanno detto che Iyase è scomparso.”
“Scomparso?” Domandarono in coro molte voci sconcertate, rubando in tal modo le parole al re.
“Si è smaterializzato” singhiozzò il re. “Ma vedremo cosa è più potente, se i poteri magici di Iyase o la forza divina del re. Trovatelo, e trascinatelo davanti alla giustizia.” Ordinò.
“Si!” Urlò la folla con approvazione.

Come il suono delle voci della gente si affievolì, Ovbivbi – l’indovino cieco al servizio del Re – che per partecipare all’assemblea aveva percorso i cinque giorni di marcia che separavano il villaggio di Okhunmwun dalla città, avanzò accompagnato per mano da un bambino. Il suo corpo era quasi piegato in due sotto il peso dell’età.
“Lunga e prospera sia la sua vita, o mio Re e maestro.” Salutò il veggente.
“Fate silenzio!” Urlò Eson. “Ovbivbi vuole parlare con il re.” Tutta l’assemblea ammutolì.
“Parla Ovbivbi” ordinò il re, ma con un grande rispetto che rasentava la venerazione. A causa della sua età e del suo incommensurabile contributo al benessere del Re e dell’intero regno, Ovbivbi godeva del privilegio di non doversi inginocchiare di fronte a sua Maestà. I suoi poteri sovrannaturali lo risparmiavano da qualsiasi dovere di obbedienza, anche nei colloqui privati con il re.
“Il nemico fuori dalla città, mio re” cominciò Ovbivbi con la sua voce stridula “ha cospirato con il nemico che è dentro le mura. I presagi non sono buoni”.
L’assemblea precipitò in un profondo silenzio. Qualcuno cominciò a respirare rumorosamente. Due dei capi minori al seguito di Eghaevbo N’ore barcollarono in avanti e caddero a terra svenuti. Furono presi e trasportati in una stanza limitrofa al cortile del palazzo, dove sarebbero stati svegliati e poi interrogati.
“Cosa possiamo fare, Ovbivbi?” Chiese Eson, parlando a nome del re. Le lacrime scorrevano liberamente sul suo volto smunto.
“Non saprei come rispondere” rispose Ovbivbi. Poi si mosse lentamente e gentilmente, andando via per mano al bambino che lo accompagnava.


Oba Eweka II (1914 - 1933)

Quando si alzò dal trono per tornare nel palazzo, il Re venne accompagnato da Eson, Ero e Osodin, e dietro di loro tutti i consiglieri reali. Entrarono in una sala privata assieme al Re e si disposero in ordine di rango davanti a lui. Il Re non si era ancora ripreso dalla shock causato dalle parole di Ovbivbi, ed era ancora in collera per la scomparsa di Iyase.
“Ho fatto arrestare il servitore Isekiri di Iyase, mio signore.” Riportò Eson. Sapeva che ciò non sarebbe stato di grande consolazione per il re, ma in quel momento di ansia e tensione qualsiasi cosa – pensò Eson – sarebbe stata meglio di niente. “Ora giace in catene nella prigione del palazzo.”
“Il prigioniero” aggiunse Eson “è in attesa delle decisioni di sua Maestà.” Possiamo farlo portare qui, se è questo che sua Maestà vuole.”
“Bene Eson” replicò il re, “domani sarà sacrificato alla mia presenza.”
I capi annuirono silenziosamente, con le braccia distese lungo i fianchi.
“Per quanto riguarda lo straniero recalcitrante” continuò il Re con il suo usuale tono conciliante “dovrete trattarlo con la gentilezza e l’ospitalità per le quali il mio regno e la nostra gente sono oramai famosi in tutto il mondo. Dovrà essere protetto in accordo agli editti di Ewuare.”
Ero e Osodin assentirono rispettosamente.
“La cura deve essere esercitata” disse il Re “uccidendo il topo che è caduto nella brocca d’acqua, evitando di rompere la brocca mentre uccidi il topo” (antico proverbio Edo che risale al tempo di Oba Ewuare).
“Che la tua vita possa durare e prosperare a lungo, mio signore.” Disse Osodin. “Come diceva mio padre, tutti gli stranieri che sono arrivati nel nostro regno, per quanto lontano sia il luogo delle loro origini, espressero senza eccezioni la loro ammirazione per il nostro governo, le nostre leggi, la nostra tolleranza, la nostra ospitalità, la nostra cura verso gli stranieri e la nostra indipendenza.” Il capo mostrò chiaramente il suo orgoglio nel parlare della storia del suo popolo. Ovviamente il suo ricordo del padre era fresco, ricco di dettagli e pieno di fierezza. Essere il figlio di un grande e illustre capo Edo ed ereditarne il titolo e la reputazione non era affatto una cosa da prendere alla leggera. “E pensando a ciò” continuò “il mio illustro padre usava dirci quando eravamo bambini, che Ikpotokin e coloro che arrivarono dopo onorarono sempre la nostra ricchezza e industriosità, e ci considerarono persino superiori a loro per come venivamo governati dai nostri Re e nobili, e perché il ladrocinio era un fenomeno sconosciuto tra noi. Inoltre abbiamo sempre vissuto con una tale sicurezza che non abbiamo bisogno di chiudere la porta di casa neanche di notte.”
“Lo so” disse calmo il re. E offrendo le sue reminiscenze, parlò di quanto aveva imparato da suo padre. “Mio padre – sia egli in pace e in pace sia il luogo dove dimora”
“Isé-è” Risposero gli attenti ascoltatori
“Usava dirci quando eravamo giovani principi, che tutti gli stranieri che erano venuti a per svolgere commercio a Benin City giuravano che l’Edo aveva buone leggi e un sistema giudiziario molto ben organizzato. E che vivevamo un buone condizioni tra noi e con tutti gli stranieri che arrivavano, con i quali siamo sempre stati amichevoli e ospitali.”
“Vero, sua Maestà” confermarono Ero e Osodin.
“Ma perché” borbottò Ero. “Perché questi nuovi stranieri non seguono le orme dei loro precursori e in tal modo ci confondono?”
Il Re guardò premurosamente i suoi devoti ufficiali. C’era un velo di compassione nei suoi occhi regali. Si schiarì la nobile gola e i capi compresero che stava per pronunciare altre parole di saggezza. Così ascoltarono con attenzione.
“Prima che andiate via voglio farvi una domanda, Ero e Osodin.”
Le braccia stese lungo il corpo, lo sguardo abbassato, aspettavano attentamente.
“Ero, immagina che stai per fare il tuo bagno.”
“Si, mio re. Sto immaginando che sto per fare il mio bagno.” Ripeté Ero per dimostrare che stava ascoltando con molta attenzione.
Sei nudo, in piedi vicino al mastello di acqua calda e i tuoi vestiti sono ordinatamente ripiegati là vicino.”
“Lunga vita a sua Maestà” rispose Ero, ripetendo le parole del re.
“Ora” continuò il sovrano, cambiando posizione “Immaginiamo che un uomo nudo venga avanti, afferri i tuoi vestiti e scappi via. Cosa faresti in tali circostanze?”
Ero e Osodin si scambiarono l’un l’altro uno sguardo obliquo.
“Questo è un dilemma” disse Ero con un leggero imbarazzo. “Che cosa uno dovrebbe fare in simili circostanze? Io …. Io ….” Balbettò Ero, inghiottendo la saliva. “Io rincorrerei quel pazzo, sua Maestà” disse Ero, come se fosse costretto a dire qualcosa. “Cercherei di riprendere i vestiti dalle mani di quel pazzo” Concluse in qualche modo.
“Correresti nudo dietro a un altro uomo nudo? Faresti così?” Chiese il Re “In piena luce, solo per riprenderti i tuoi vestiti? Il Re sorrise, ma senza alcuna malizia.
“Così” Commentò Osodin “Chiunque vi vedesse poi direbbe ‘ho visto due pazzi che si rincorrevano l’un l’altro per la strada’”.
“Esattamente, Osodin.” Commentò sorridendo il re. “Questo è ciò che rischia di succedere, nei nostri rapporti con i nuovi stranieri.”
“Che la sua vita duri e prosperi a lungo, mio signore!” declamarono in coro i due nobili.
“Ho capito!” Disse Ero, chinando la testa.
Lentamente la stanza si svuotò, il Re si ritirò all’interno del palazzo, rimuginando sulla profezia di Ovbivbi. Corrispondeva forse a ciò che Ewuare aveva predetto? Ci sarebbe stata un’altra caduta di un Oba dopo Akenkpaye? Si domandava preoccupato sua Maestà. Se fosse questa l’interpretazione, come si poteva evitare? Queste erano le domande alle quali avrebbe voluto trovare una risposta.


Oba Ovonramwen (1888 - 1914)

Quando il servitore Isekiri fu portato fuori da Ewedo il mattino seguente, non aveva dubbi su quale fato lo attendeva. Ovonramwen salì sul suo trono in tutto il suo terribile splendore. Il prigioniero Isekiri, con polsi e caviglie incatenati, fu gettato per terra davanti al re. A un lato del trono c’era Ehondo, il cui dovere nel palazzo era quello di trucidare le vittime sacrificali. Il coltello che utilizzava per svolgere il suo dovere era chiamato Abieze, una parola che descriveva la sua affilatezza, un termine vecchio come lo erano tutte le parole usate per descrivere i vari aspetti degli eventi che avvenivano nel palazzo reale di Benin City. Accanto attendevano le altre vittime umane destinate ad essere trucidate quella stessa mattina. Quei sacrifici sarebbero stati offerti per salvare il regno dalla catastrofe incombente, disse il re. Il sacrificio umano è il più alto dei sacrifici che si può eseguire, e solo il Re poteva ordinarlo.
“So che sto per morire” disse Isekiri. La sua voce squillante si levò sopra al vociare delle persone presenti nel tempio. La vittima, durante il suo servizio a fianco di Iyase, aveva imparato a parlare fluentemente la lingua Edo.
“Fai silenzio davanti al re!” Intimò il capo Isekhure, incaricato di recitare le formule rituali che precedono il supplizio della vittima.
“Lasciatelo parlare” disse il re. “Questo sono le sue ultime parole in questo mondo. Io le ascolterò.”
“Prima di morire” Ricominciò il prigioniero senza alcun rimorso “Devo dire qualcosa di cui sono a conoscenza. Il nuovo straniero sta arrivando a prendervi. Lui vi deporrà, brucerà il palazzo, devasterà il regno e vi porterà in esilio in un luogo dal quale non ritornerete mai più.”
Il Re vacillò. Era come se la vittima stesse pronunciando le parole che Ewuare aveva lasciato come profezia 400 anni prima. Era il segreto terrore che tormentava il Re da mesi. Sarebbe successo, pensò. Ed era un pensiero che lo gettava nel panico.
A dispetto di tutte le storie che padri e antenati dei Re e dei capi avevano raccontato, sembrava esserci una profonda frattura con ciò che sapevano dei vecchi stranieri, i quali sembravano tutti aver ammirato il regno. Guardando in dietro negli anni, fino al tramonto che adombrava l’antico impero in quel 1897, non era chiaro se avrebbe fatto qualche differenza se qualcuno avesse detto alla donna monarca che governava la terra del nuovo straniero della grande reputazione di cui godeva il regno del Benin a cui lei aveva deciso così insensatamente di porre fine e di dominare, e se lei sapeva che molto tempo prima che lei esistesse il Re Edo già aveva un esercito di 20.000 guerrieri, e che avrebbe potuto radunarne 100.000 semplicemente schioccando le dita.
Ovonramwen si era ridotto ad eseguire in fretta e furia sacrifici umani per proteggere il suo regno, che era stato messo in pericolo a cominciare dagli intrighi domestici. Così, quando la vittima Isekiri pronunciò quella che assomigliava a una sentenza di morte il Re e tutti i presenti rimasero paralizzati da quelle parole. Come faceva la vittima Isekiri a sapere quello che diceva di sapere? Le sue parole erano affidabili?
Udire quella profezia minacciosa fece infiammare di rabbia il re. Egli fece un cenno nella direzione di Ehondo il quale, prendendo quel segnale come l’ordine di agire, fece un passo avanti, afferrò con rabbia i capelli della vittima e vibrò un unico colpo con l’Abieze sulla sua gola. Il sangue zampillò alto e colpì come un proiettile il corpo e il volto del re. Nonostante egli non fosse vestito di rosso come per andare in battaglia, il suo abito bianco venne tinto all’istante del sangue dell’odiata vittima.
“Isé-è” disse Eson. “La direzione del sangue, sua Maestà, dice che il nostro Superiore ha accettato il sacrificio”.
Le altre vittime vennero rapidamente sacrificate con la stessa destrezza da Ehondo, e la folle che era stata testimone del sacrificio si disperse in varie direzioni, rassicurata dall’indiscutibile convinzione dell’efficacia del rito a cui avevano appena assistito. Erano tutti convinti che il Re aveva fatto ciò che era corretto e necessario per proteggerli.


Oba Ovonramwen catturato dagli inglesi (1897)

Ciò che seguì al sacrificio fu un incontrollabile bagno di sangue in tutta Benin City. Molti altri sacrifici umani vennero eseguiti. Il disperato bisogno di ciò era per appagare i vari Dei, i quali dovevano essere persuasi a sospendere la minaccia che gravava sulla testa del Re e dell’intero regno. Ma la credenza diffusa secondo cui, 400 anni prima, Ewuare il grande non aveva risparmiato alcuna pena pur di rinforzare e difendere il reame contro le aggressioni esterne, influenzò poco o nulla il modo di pensare del popolo. Come Ovonramwen cercò di mettere insieme un grande esercito, Iyase e gli altri cospiratori operarono per dividere le persone, e furono così efficaci che il Re non fu in grado di mettere insieme i guerrieri necessari a combattere la minaccia incombente.
Se doveva scoppiare la guerra contro i nuovi stranieri, Iyase era determinato a non prendervi parte. Restava nascosto, ma gli era fedele più della metà dell’esercito che avrebbe dovuto radunare il signore della guerra, tra cui il generale Esogban e gli altri capi dell’esercito del regno.
“non siete obbligati a combattere per il re” Dichiarò loro Iyase. “Ma non siete neanche obbligati a combattere contro di lui. Osànòbuà N’oyan Agbon (Il Dio supremo che possiede e governa il mondo) proibisce di rinnegare i giuramenti di fedeltà – disse – ma quando un bambino e sua madre sono intrappolati dal fuoco, è ognuno che cercar individualmente la propria salvezza. Così” concluse Iyase “dovete essere preparati a difendere le vostre stesse vite.”

Quando al palazzo arrivò il messaggio che il nuovo straniero voleva incontrare il re, gli eventi precipitarono. Non era un buon momento per i nuovi stranieri di chiedere udienza. Era il periodo dell’Agué, durante il quale per tre mesi la gente eseguiva digiuni, abluzioni, evitava di bare alcool e di sposarsi, e agli stranieri era proibito entrare in città né di vedere il re, qualunque fosse l’urgenza della loro richiesta.
“Dì loro di attendere la fine dell’Agué” ordinò il re, “quando saremo felici di incontrarli e di trattarli con la famosa ospitalità degli Edo”. Sua Maestà era consapevole del significato della sua risposta, ma sapeva anche che, date le cattive circostanze in cui era stato messo da Iyase e dagli altri cospiratori, doveva cercare di guadagnare tempo.
Senza tener conto della gentilezza del messaggio del re, il nuovo straniero insistette e impose la sua visita a Benin City.
“Dite al vostro re” replicarono sprezzantemente “Che noi non possiamo aspettare. Ditegli che le piogge stanno arrivando e che vogliamo prima che comincino.”
Sua Maestà stava quasi per cedere alle richieste dei nuovi stranieri. Ma rimanevano ancora alcuni capi e guerrieri che tenevano così in conto i loro costumi e tradizioni da essere pronti a sacrificare la loro vita per difenderli e preservarli. Ovviamente non avrebbero mai disobbedito al Re per difendere la tradizione della quale egli era l’incarnazione umana. La loro scelta era tra la collera degli Dei e la rabbia del Re il quale, erano convinti, sarebbe stato più facile da placare una volta che lo avessero messo a conoscenza su ciò che intendevano fare in suo nome.
Così tesero un’imboscata al nuovo straniero, perpetrando ciò che in seguito fu chiamato “il massacro del Benin”, che avvenne nel febbraio del 1897. L’immediata conseguenza fu la cosiddetta “spedizione punitiva” che mise in ginocchio il Re e l’intero regno il 17 febbraio del 1897.
Con Iyase nascosto assieme alla metà delle forze difensive della città, l’esercito del Re era frammentato e troppo dipendente dai guerrieri che rispondevano agli ordini dei nobili che rimasero fedeli al Re fino alla fine. Tra loro vi erano uomini insigniti di antichi titoli e dall’onestà impeccabile. Erano i titoli ereditari del regno. Ciò che li mantenne fedeli e straordinariamente uniti fino alla fine erano gli antichi giuramenti ai quali erano legate le loro famiglie. Loro era la responsabilità di controllare le entrate della città in caso di invasione dall’esterno. Ma fino a quel momento nessuno, eccetto forse Iyase, sapeva che se l’invasione ci fosse stata sarebbe stato assai difficile pianificare qualsiasi difesa sostenibile della città.


Oba Ovonramwen in esilio in Calabar

La notizia del ‘massacro’ raggiunse Eson nel palazzo, il quale non seppe rispondere a nessuna delle domande che gli pose il re. Eson era innocente, e il Re gli credette. Ma qualche risposta era necessaria, e il capo anziano non seppe darne. Egli era anche consapevole del fatto che la difesa della città era un’impresa senza speranza.
Così Eson tornò al suo palazzo abbattuto e depresso. Lasciò liberi tutti i suoi servitori e mandò a chiamare la prima moglie e autorità dell’harem, una impassibile donna Edo chiamata Edugie. Doveva essere nata lo stesso giorno di una importante festa della tradizione Edo e gli era stato dato il nome dal padre, che era un capo di alto rango sin dai tempi del precedente Oba, poi decaduto. Nel nome Edugie Ede vuol dire giorno, e Ugie vuol dire festa.
Edugie arrivò di corsa e mezza svestita. Non aveva dubbi, avrebbe ricevuto dal marito una richiesta per svolgere qualche importante commissione. Ma si sbagliava.
“Stai qui con me” le ordinò Eson. ”Io …. Io ….” Eson non trovava le parole per spiegarle ciò che aveva in testa. Edugie restò sconcertata, e cominciò a preoccuparsi dello stato mentale di suo marito.
“Qualsiasi cosa tu intenda chiedermi, mio signore” lei disse “sarà fatto”.
Cominciò a massaggiargli i piedi dolenti. Poi passo alla schiena,facendo attenzione a non sfiorare nemmeno la sua testa con le dita della mano sinistra. La testa del Re e dei nobili di alto rango, infatti, non doveva mai essere toccata dalla mano sinistra di una donna, e chi si fosse reso responsabile di un simile oltraggio sarebbe stata condannata a morte. La mano sinistra, nella tradizione Edo, e una mano sporca, la mano del demonio. Con la mano sinistra non si può fare nulla di buono, e offrire qualcosa con la sinistra era tra gli Edo segno di disprezzo o di odio. La mano destra al contrario e quella dell’amicizia, del rispetto e dell’onore.
La prima moglie di Eson, inginocchiata accanto al marito prostrato, stava facendo di tutto per confortare il vecchio consigliere del re. Ma non fece alcun progresso, e finì per addormentarsi ai suoi piedi, la testa appoggiata su una delle sue gambe distese. Nel frattempo Eson sognava. Sua moglie si sveglio in tempo per vedere la testa di Eson ciondolare da una parte all’altra, e in tal modo comprese che suo marito era in preda a qualche brutto sogno.
Nel suo incubo, Eson stava difendendo il suo re. Nell’incubo una donna stava accanto al re, la sua mano sinistra posata sulla testa di sua Maestà. Eson avanzò freneticamente in avanti e gridò, ma la sua voce uscì debole e rotta.
“No” stava urlando. “Mai una donna potrà toccare la testa del Re con la sua mano sinistra. Mai una donna potrà comandare sul mio Re e sul suo regno. No, no, no.” Poi si voltò, afferrò il grande coltello che teneva appeso alla cintura e lo piantò nella gola della donna dell’incubo. All’improvviso saltò in piedi, e in preda all’orrore, vide la sua Edugie in una pozza di sangue, con un coltello piantato nella gola.
Non venne udito un urlo né un lamento. Devastato, Eson capì che la sua fine era alle porte.


bronzo del regno del Benin

La stessa notte, come il cortile del palazzo reale fu liberato dal pianto stridente di Akaeromwon, il Re cominciò ad avere visioni del nobile passato degli Edo. L’immagine del re/creatore entrò nelle visioni del re. Poi passarono davanti ai suoi occhi uno dietro l’altro i Re del passato, chiamati complessivamente Ogiso, i Re venuti dal cielo, con la famosa tartaruga e altre creature che galleggiavano tra loro, prima che apparisse Osànòbuà per mettere in ordine i problemi più difficili. Poi arrivò la visione del primo Oba Eweka, fondatore dell’attuale dinastia, seguito da Ozolua, Ewuare, Esigie, Ehengbuda, tutti quanti suoi diretti antenati. Ma nessuno di loro offrì ad Oworamwen alcun aiuto. Adolo, suo padre chiudeva la processione dei Re nella visione.
Così stava, seduto da solo reggendosi il mento con le mani, osservando lo spazio vuoto davanti a lui.
“Mio padre” borbottò il re, parlando sommessamente tra sé e sé. “Avrà apprezzato i sacrifici eseguiti per lui oggi al tempio? E se non li ha apprezzati, perché?” Da ultimo arrivò la figura di Aiguobasinmwin, il suo figlio maggiore, il principe che gli sarebbe dovuto succedere all’antico trono negli anni a venire. Il nome del principe voleva dire “la regalità è imprescindibile”. Nella visione il principe era solo, ed era di fronte quello che sembrava un gigantesco muro. La schiena del principe era girata verso l’esterno delle mura del palazzo. Aveva un bastone nella mano destra, mentre nella mano sinistra impugnava l’Ada, la spada reale dell’autorità. Sembrava che stesse con determinazione e senza paura sfidando i nemici a non osare l’avanzata. In campo nemico, di fronte al principe, il Re vide prima di tutto la figura di Iyase. Poi l’oscurità arrivò da qualche parte dentro sé stesso, e la visione si dissolse completamente.

“Possa la sua vita durare e prosperare a lungo, sua Maestà” una voce fioca sussurrò vicino al suo gomito. Il Re tornò istantaneamente lucido e consapevole. A parlare era Asuen, uno dei capi rimasto a lui fedele e leale. Aveva un importante messaggio dal palazzo di Eson che diceva che il nuovo straniero era già in marcia verso la città. Cosa stava per accadere?
Eson non fu più visto dopo quella notte. Scomparve e morì poco dopo aver incidentalmente ucciso sua moglie, che aveva scambiato in un incubo per la regina Vittoria.
La notizia del massacro dei nuovi stranieri fu tenuta nascosta al Ovonramwen ben oltre dopo la fine della festa Agwe, nonostante egli chiedesse spiegazioni.
“Non sono da nessuna parte, non si trovano, sua Maestà.” Disse il figlio e successore di Eson. Immediatamente dopo la morte di suo padre aveva già assunto il suo ruolo al palazzo, mentre il Re ancora piangeva la morte del suo miglior alleato e amico.
Lo straniero non è mai arrivato all’Iwebo, all’interno degli appartamenti reali” riportò il giovane statista (che fine avessero fatto rimase un mistero fino a poco prima che gli inglesi marciassero su Benin City).
Il Re cominciò a preoccuparsi su cose fosse successo ai nuovi stranieri. Non avrebbe mai voluto che il loro sangue sporcasse le sue mani, ma conosceva bene la mentalità di alcuni suoi sostenitori fin troppo zelanti, che non avrebbero esitato di percorrere un miglio anche se fosse stato necessario avanzare di un solo pollice. Il Re era pienamente convinto che se il nuovo straniero era stato assassinato, ci sarebbe stato chi avrebbe chiesto spiegazioni. Non gli piaceva affatto come si stavano mettendo le cose. Quella stessa notte Esogban andò a cercare il nascondiglio di Iyase e si unì alle forze dei traditori.
La rappresaglia per il massacro arrivò rapidamente da oltre l’acqua. Ero e le sue truppe erano a difendere la città alla porta Ovia. Il suo esercito era formidabile e ben addestrato. Ezomo, un altro dei consiglieri e capi rimasti fedeli, difendeva la porta Ughoton. Ezomo era capace, leale e pronto a dare la sua vita per difendere il Re e il regno. Lui e le sue truppe erano indomabili, come avevano scoperto i portoghesi quando avevano avuto a che fare con il nonno del nonno di suo nonno.
Uso, un altro dei capi fidati, nonostante la sua giovane età, l’inesperienza e il suo aspetto effemminato, presidiava l’accesso Agbo. Era affidabile, e le sue truppe erano disciplinate e pronte a difendere il Re e il regno. Era dovere per ogni cittadino maschio del regno impugnare le armi per difendere la propria terra natale. Ed era orgogliosamente dovere di ogni cittadina femmina del regno sostenere il proprio uomo in ogni modo durante la guerra, fino al punto di prendere loro stesse le armi.
Il solo ingresso alla città lasciato virtualmente incustodito era la strada Ologbo. La palude che si sviluppava su quella strada era di per sé stessa considerata una difesa naturale. Alla fine ciò fu deciso alla riunione del Consiglio di guerra. Nessuno, venne detto al Re a ai suo consiglieri, poteva entrare da quella direzione. I capi avvertirono Ogiamen, leader di quell’area della città, che sarebbe stato lasciato da solo a curare i propri affari familiari.
Sfortunatamente le loro convinzioni a proposito della strada Ologbo si rivelarono sbagliate. Fu proprio quello l’ingresso che l’esercito straniero scelse per invadere la città. Gli invasori, supportati dai guerrieri Urobo, perfettamente a loro agio negli ambienti paludosi, e dagli amanti dell’acqua Isekiri, guidati dal loro capo Edogho, attraversarono senza difficoltà le paludi ed entrarono in città dalla direzione in cui nessuno li aspettava.
Le truppe di Eson, che difendevano il palazzo, vennero spazzate via dal fuoco dei fucili. Lo stesso giovane Eson perì durante l’attacco, che sembrò durare un eternità.


Altare dedicato a Ovonramwen

Ma la vittoria non fu così facile per l’esercito invasore. L’eroe della battaglia fu un guerriero che era sconosciuto ad entrambi gli eserciti. Il suo nome era Asoro, una parola Edo che vuol dire lancia.
Praticamente solo tenne gli invasori a bada per cinque giorni, sfidando i bagliori dei fucili e gettandosi come un folle nel mezzo delle truppe nemiche, seminando tutto intorno a lui morte e mutilazioni. Tenendo tra i denti il suo amuleto magico, Asoro non poteva essere ucciso dai fucili e dalle spade. Le sue mortali frecce avvelenate e la sua lunga e larga spada colpiva i bersagli con una devastante accuratezza tutto intorno a lui. Quando combatteva in mezzo a un gruppo di nemici non lasciava mai neanche un uomo in piedi. Poi si muoveva oltre. C’era solo una condizione che doveva rispettare per rimanere vivo. Non doveva mai guardarsi dietro le spalle.
Asoro combatté e combatté e combatté. A un certo punto la faretra delle frecce che spuntava dalla sua spalla sinistra sembrò che gli venisse strappata via. Asoro guardò a destra e sinistra, ma non riuscì a vederla. La pressione era su di lui da ogni direzione. Senza accorgersene guardò indietro oltre le sue spalle, e vide Ofoe. Cadde per terra su una delle sue frecce che lo infilzò al cuore e lo uccise. Uno dei soldati gli recise allora la testa e la portò lungo le strade della città infilzata sulla punta della baionetta. Ma si dice che, anche senza testa, il suo corpo si risollevò dalla polvere e continuò a combattere. Il suo corpo fu seppellito alla fine appena dentro le mura della città, in un luogo vicino a dove oggi sorge la Cattedrale di St. Matthew, in Sokpomba road. Nessuna targa segnala il luogo dove Asoro riposa in pace. Nella giungla, a dieci miglia a sud-ovest dalla città, è stato invece eretto un monumento per ricordare gli stranieri uccisi in quel luogo.

Alla fine la città si arrese all’invasore, e con lei l’intero regno. Era il 17 febbraio del 1897. Il palazzo reale e l’intera città furono bruciati, e il grande fuoco ricordò quello acceso da Ewuare mezzo millennio prima. Solo che Ewuare bruciò la città con l’intento di ricrearla, mentre il nuovo straniero la bruciò per distruggerla.
Il Re fu nascosto dai suoi sostenitori, e fu Asuen, l’ultimo a passare dalla parte di Iyase, a tradire il Re e rivelare il suo nascondiglio agli invasori. Di fatto il Re non era consapevole di essere stato nascosto. Nonostante la morte e la distruzione che lo circondava, la sua intenzione era quella di presentarsi al nuovo straniero, di chiedere scusa a nome dei suoi capi e di trattare la pace. I cattivi consiglieri lo avevano portato a credere che il nuovo straniero avrebbe accettato un simile incontro e di trattare la pace.
“Lasci soltanto che la situazione si raffreddi, o Maestà.” Lo imploravano ingannandolo. ”Poi sua Maestà potrà incontrare il nuovo straniero e trattare con lui.”
Il Re accettò il cattivo consiglio e attese, e mentre attendeva il nemico entrò dalla porta di servizio del suo nascondiglio e lo catturò. Fu arrestato e portato fuori con i polsi e le caviglie incatenati, fatto marciare in quelle condizioni davanti al suo popolo e in tal modo pubblicamente umiliato. La sua testa alla fine fu toccata dalla mano sinistra della donna che governava un luogo lontano oltre la grande distesa d’acqua. E il sole tramontò per sempre sull’antico impero.
Sulla nave che lo conduceva verso l’esilio dal quale non sarebbe mai tornato, accompagnato dalla Ehioba e da un manipolo di attendenti personali, piangendo pronunciò il suo famoso lamento.

Mi appello all’Onnipotente e agli spiriti degli Oba scomparsi del Benin, i miei padri, affinché giudichino tra me e i bini chi è stato a mal-consigliarmi e a vendermi con l’astuzia nelle mani delle truppe straniere per perseguire la propria libertà e il proprio beneficio. O Benin ingrato e malvagio! Addio! Addio!

Segretamente, nel profondo del cuore, il Re esiliato ammirò e invidiò la magia che aveva sconfitto il trono e il regno. E come Ehioba rivelò in seguito, l’Uhimwiem del Re – la sua scelta per la futura vita – sarebbe stata quella di rinascere per imparare i segreti della magia dell’invasore, per poterlo battere nel suo stesso gioco.





Tracce in Ascolto:
1. Edo Cultural Group & Igho-Olokun - Otubutu (Akpola)
2. Joseph Osayomore & Creative 7 - Oba Ovonramwen (Premier, 197?)
3. Joseph Osayomore & Creative 7 - Asovia akesudo(Premier, 197?)
4. Joseph Osayomore & Creative 7 - Wado Wado (Premier, 197?)
5. Monday Edo Igbinidu & His Ogbaisi Music - Iyovbere (Spaco Sound)
6. Ebohon International Theatre Group - Ovonramwen N'Ogbaisi (Akpola)
(Quest'ultima traccia, dalla grande importanza culturale ed emotiva per i Bini, è purtroppo una registrazione quasi inascoltabile. La stessa melodia, su un tema differente, è cantata da Monday Edo nel brano precedente.)

Traduzione di Giulio Mario Rampelli

2 commenti:

Anonimo ha detto...

Sei come al solito...interessantissimo, fratello Giulio Mario.

Costantino

GM ha detto...

Grazie amico mio.
A presto reincontrarci, e attendo i tuoi approfonditi resoconti sulla terra dei wolof.

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