12 ottobre 2010

King Sunny Ade - Baba Mo Tunde


ASCOLTA: (Vedi "Tracce in ascolto")


Sunny Adé, Iwo l’Olòrun fun, enikan torotoro
Olòrun o fun,iwo l’Olòrun fun.


Sunny Ade, tu sei stato premiato da Dio.
Anche se una persona chiede e chiede, Dio può non dargli niente.
Tu invece sei stato premiato da Dio.

Siamo a Lagos, o a Ibadan, o a Ilorin, o in una qualsiasi delle citta Yoruba della Nigeria sud occidentale. Il sole sta tramontando, e sul piazzale di terra circondato dagli edifici è stato allestito tutto il necessario per un Ariya, una celebrazione tradizionale di un matrimonio, un funerale, un compleanno o un battesimo. La gente seduta sulle panche sorseggia birra Guiness e aranciata dolce, e consuma pietanze di ogni sorta cucinate dalle donne in enormi marmitte di alluminio argentato. La famiglia celebrante è vestita di abiti fatti della stessa stoffa. Accanto al palco sul quale si esibiranno i musicisti sono posizionati i tavoli e le poltrone dei personaggi importanti, gli anziani di alto rango e gli uomini di affari invitati per l’occasione e che finanziano la maggior parte delle spese.

Finalmente arriva il pulmino con gli artisti e i loro strumenti. Sulle fiancate il nome della band è dipinto a lettere colorate. Sono in ritardo, e qualcuno della famiglia protesta con il capitano – il leader della band - che inventa qualche scusa. Nel frattempo alcuni giovani scaricano l’amplificazione e preparano il palco. Poco dopo la musica ha inizio, e ai bordi del piazzale, dove sfuma la luce dei riflettori, la gente del quartiere si accalca per godere della musica e per ballare.


La banda inizia a carburare dopo almeno un paio d’ore dall’inizio della festa, e continuerà a suonare fino al mattino, con l’obiettivo di trattenere gli invitati il più a lungo possibile. Un’orchestra Jùjù è numerosa come una famiglia, e sul palco possono esserci anche una trentina tra percussionisti, coristi, chitarre, tastiere e giovani ballerine che si esibiscono nella fire dance muovendo freneticamente i loro tondi sederi. Ijoya si dice in yoruba, muovi quel culo.

La musica Jùjù prevede due figure gerarchiche maggiori: il Patron, colui che finanzia la band e la supporta economicamente procurandogli strumenti e amplificazione, e il Captain, il leader indiscusso della band che viene visto come un capitano di ventura che guida un vero e proprio manipolo di soldati. Il capitano è colui che gestisce i rapporti con il patron e con le case discografiche, che distribuisce le risorse finanziarie e che prende accordi per la partecipazione agli Ariya, durante i quali si assume il compito di condurre la truppa alla gloria, impartendo i suoi ordini ai musicisti con brevi arpeggi di chitarra.

Prima che lo show inizi al capitano viene consegnata una lista con i nomi degli invitati più illustri e alcuni dettagli sulla loro biografia, in modo che egli possa intonare canti di lode nei loro confronti, arricchendo i testi con metafore, storie e proverbi tratti dalla tradizione. La sua maestria nell’uso delle parole catturerà gli ascoltatori come un incantesimo, e chi verrà posto al centro del carosello delle lodi non potrà fare a meno di donare alla banda ingenti somme di denaro, incoraggiato dagli incitamenti ammirati del pubblico e dei musicisti stessi. Per questo la saggezza popolare avverte che, se non si vuole incorrere nello scherno collettivo, è bene non andare ad un Ariya vestiti in modo ricercato ma con le tasche vuote.

A fine serata il Capitano divide il denaro secondo una gerarchia rigidissima. Una parte cospicua degli introiti spettano al patron. Poi vengono gli “Egbòn”, i membri più anziani e fidati, che si sono distinti in numerose campagne, e infine i ragazzi più giovani della banda.

Durante gli anni ’60 le juju band yoruba si dividevano la scena musicale con le orchestre di highlife guidate da musicisti igbo, che tenevano saldamente il controllo di molti night club e balere. Quando nel 1967 esplose la guerra civile, la maggior parte degli igbo si ritirarono nei territori a est del delta del Niger, e a Lagos gli echi dell’highlife si affievolirono, lasciando un vuoto sonoro da riempire. Nel 1970, alla fine delle guerra, grazie a nuovi importanti contratti stipulati dal governo nigeriano con le sette sorelle del petrolio, l’economia del paese esplose. Lo chiamavano oil boom. Parallelamente crebbe in modo tumultuoso l’industria discografica, e il vinile nigeriano – non a caso un materiale derivato dal greggio - invase non solo le strade e le notti di Lagos, ma dell’Africa intera, mentre migliaia di musicisti e di band di ogni genere sbarcarono nella metropoli nigeriana per tentare la fortuna.


In quegli anni nacquero l’afrobeat - prodotto dall’africanizzazione del funk – e la fuji music – genere musicale derivato da forme tradizionali e legato soprattutto agli yoruba mussulmani. Ma il vuoto lasciato dall’highlife - che conservò comunque un suo spazio per evolversi - venne occupato dalla musica Jùjù, che dagli anni ’50 in poi fu scelta dai movimenti indipendentisti e dalle società yoruba come bandiera del neo-tradizionalismo e dell’orgoglio etnico, elementi culturali essenziali alla lotta per l’indipendenza e all’affrancamento dal colonalismo.

Il ritorno alla tradizione pose al centro delle orchestre Jùjù l’adamon drum, il tamburo a pressione o tamburo parlante, in grado di imitare la lingua yoruba - che è una lingua tonale - e di richiamare proverbi e citazioni tratte dalla tradizione orale. Per questo i tamburi parlanti - chiamati onomatopeicamente dundun il più basso e gangan quello intermedio - dovevano essere suonati da musicisti nati in lignaggi specifici, in cui il linguaggio dei tamburi viene tramandato di padre in figlio. Solo così i tamburi saranno in grado di parlare e di farsi capire dalla gente, imitando non solo i toni della lingua, ma anche le vocali e persino le consonanti sonore e mute.

Durante gli anni ’70 le orchestre di Jùjù erano dunque le più richieste per animare le lunghe notti di musica e danza degli Ariya, e tra queste le star emergenti erano Ebenezer Obey e Sunny Ade, che con i suoi African Beats conquistò il titolo di re indiscusso della Jùjù music.

Sunday Adeniyi - il vero nome di King Sunny Ade - è nato il 20 settembre del 1946 nella città yoruba di Ondo, a est di Lagos. Figlio di un ministro della chiesa metodista, entrò in contatto giovanissimo con la musica, grazie alle cerimonie che il padre officiava e accompagnava con il suo organo.

Presto il giovane Sunny iniziò a frequentare anche gli ambienti della musica tradizionale, a cominciare dalle grandi sensazioni di quegli anni, l’Highliife di matrice igbo e il Juju, un genere musicale nato negli anni ’30 anch’esso da una costola della musica palmwine, e associato alla comunità yoruba di matrice cristiana.


Affascinato dagli innovatori del Juju come I.K. Dairo e Tunde Nightingale ma ostacolato dai genitori, che non vedevano di buon occhio quella “esagerata passione”, a diciassette anni Sunny Adè si trasferì a Lagos, dove entrò nell’orchestra highlife di Moses Olaiya chiamata Federal Rhythm Dandies. Tre anni dopo, nel 1966, Ade fondò il suo primo gruppo, gli High Society Band, che un anno dopo divenne la base della sua Green Spot Band.

La fondazione dei Green Spot indicava che Sunny Ade era stato scelto da un patron – Mr. Jide Smith - e promosso al ruolo di capitano. Ben presto Sunny Ade esaurì i suoi obblighi economici con mr. Smith e trovò un nuovo patron, Chief Bolarinwa Abiuro, presidente dell’etichetta discografica Nigerian African Song, con la quale registrò in quegli anni alcuni dischi che faranno epoca, e che grazie alle continue ristampe della African Songs abbiamo ancora oggi il piacere di ascoltare.

Sunny Ade divenne famoso per la qualità del suo equipaggiamento tecnico e per la modernità delle sue innovazioni, come l’introduzione di un basso elettrico e di una tenor guitar usata come nell’afrobeat a supporto dei talking-drums, e un attento uso dell’elettronica e delle tecnologie di registrazione. I suoi dischi si riempirono di chitarre dai riverberi spaziali e di slide-guitars che davano al suono un tono di modernità senza precedenti, e ben presto nell’immaginario collettivo Ade divenne il musicista di Jùjù al quale tutti dovevano far riferimento.

Nel 1976, Ade entra in studio con i suoi African Beats – il nuovo nome dato alla sua band per evitare controversie sui diritti con un’azienda produttrice di sigarette - per incidere un disco che avrà un grande impatto in tutto il continente. Syncro System Movement è un’astronave interstellare che ci trasporta attraverso suoni cosmici in nuove galassie. La registrazione è perfetta, i talking-drums si inabissano in profondità senza fine. Le chitarre sembrano realmente provenire da un altro pianeta, come del resto anche la voce che, con un tocco di riverbero, diviene ancora più sognante del solito. Subito dopo quel disco Sunny Ade si affranca definitivamente da ogni Patron e fonda la sua etichetta discografica, la Sunny Alade.

Qualche anno dopo King Sunny Ade viene contattato da Chris Blackwell della Island Records per prendere il posto dello scomparso Bob Marley. Chissà cosa avrà spinto “qualcuno” alla Island a mettere in atto un piano tanto “diabolico”. Il marketing chiede agli African Beats di far sì che i brani non durino più di 6-7 minuti - che per una banda di Jùjù non è nemmeno sufficiente per trovare il volume o la tonalità che dia il giusto groove - e ad Ade di usare un poco più di inglese per rendere accessibili i testi.


Nonostante in quell’operazione l’anima stessa del Jùjù ne esca trasfigurata, la band riesce a produrre due buoni dischi, Juju Music e Synchro System, che danno comunque ai consumatori del mercato internazionale un’idea di cosa possa essere la musica Juju. Ma con l’uscita di Aura, un drammatico flop commerciale, la jùjù music si palesa per quello che è, un fenomeno culturale incomprensibile ed evidentemente troppo distante dalla sensibilità estetica non africana. Da allora Sunny Ade ha seguito il destino di molte star africane, che riscuotono uno straordinario successo in patria ma rimangono confinati nell’ambito delle società tradizionali dei loro paesi. La sua produzione discografica si è divisa in album per il mercato locale – che escono a un ritmo di due o tre l’anno – e album per il mercato internazionale - dopo Aura del 1984 è uscito Odu nel,1998 e Seven Degree North nel 2000 – per il quale sono state prodotte anche alcune compilation di materiale degli anni ’70.

Dopo dieci anni di silenzio internazionale da Seven Degree North, il Re torna con un disco doppio e pieno di sorprese, prodotto grazie alla volontà e alla passione di Andrew Frankel e alla Indigedisc, etichetta californiana da lui fondata, specializzata nel produrre pezzi rari e importanti della scena musicale nigeriana, e anch’essa rimasta silenziosa per alcuni anni, tanto da farci temere per la sua sopravvivenza. La produzione Indigedisc di Frankel in Baba Mo Tunde è impeccabile, e caratterizzata da un rispetto quasi religioso non solo per la musica, ma anche per gli elementi del suo contesto. Per la prima volta un produttore euroamericano sembra aver chiesto agli artisti di mantenere il loro stile senza adattarlo al gusto lontano degli ascoltatori. Il risultato è che i brani non hanno alcuna fretta di chiudersi, e si prendono tutto il tempo che serve, quasi come in un Ariya.

Persino le note di copertina rispettano il contesto culturale originario e ne offrono un ulteriore squarcio.Per scriverle è stato scomodato il prof.Wande Abimbola,fondatore e presidente dell’Ifa Heritage Institute di Oyo e consulente speciale del Presidente della Nigeria per gli affari culturali e tradizionali yoruba. Il suo saggio sul contributo di King Sunny Ade alla lingua, alla poesia e alla letteratura yoruba conduce l’attenzione su ciò che la musica e i musicisti possono rappresentare ancora oggi nell’ambito della società africana, un mondo così diverso dal nostro che si rischia di equivocare completamente anche quando semplicemente si sta ascoltando un disco.

Ma passiamo alla musica. Baba mo tunde – il cui titolo vuol dire Papà (Dio), sono tornato – sono in tutto sei tracce più un remix. In compagnia dei suoi African Beats Ade apre il CD con “Baba Feran Me” e “Oro Yi Bale” due tracce di Jùjù in cui i cori e le chitarre prendono corpo su ritmiche che sembrano strizzare l’occhio al Fuji. La prima è un ringraziamento a Dio, mentre la seconda si basa su una storia tradizionale. Il marito dona a sua moglie del denaro per un vestito, ma il suo amante le dona molto, molto di più. Con i soldi del marito la donna compra una pezza di cotone pettinato, e con i soldi dell’amante acquista della preziosissima seta. Quando la donna esce in strada con il vestito di seta, la gente si mostra piena di ammirazione per suo marito, che la tratta con così tanta attenzione.

La banda è composta da sedici elementi, più ospiti. Due chitarre, una tastiera, un basso, e dodici musicisti tra percussionisti e cantanti. Con l’ausilio di questo gruppo “non molto numeroso”, ma estremamente versatile, KSA costruisce un album con le caratteristiche di un classico nel quale sono inserite le sue solite diavolerie. Rock e soli di Hammond danno ad alcune tracce –vedi ad esempio Baba L’oun S’ohun Gbogbo - sapori che ci rimandano la memoria allo Stevie Winwood dei Traffic. “Nella mia musica potete trovare tutto, non solo la tradizione yoruba, ma anche il jazz e il rock” ha affermato Ade in una recente intervista.


Il nuovo album è l’opera di una persona che è tornata per continuare a esplorare territori musicali lontani da casa, a bordo dell’astronave Jùjù, per non rimanere confinato e prigioniero della propria leggenda e del proprio passato, che ripercorre in “Emi Won N’ile yi O” una traccia bellissima e sognante che si muove su terreni Jùjù-HighLife. In assenza di un fronte fitto di chitarre e tastiere, i brani acquistano un suono più acustico e tradizionale, basato soprattutto sull’uso delle percussioni e dei talking-drums, che trovano spazi sempre più ampi per poter ”parlare”. I cori accompagnano la voce del leader, che mantiene uno stile dai toni molto rilassati e persino sussurrati, senza mai eccedere anche quando si potrebbe. Quando canta, King Sunny Ade sembra intonare con dolcezza un invito a ballare, con la grazia tipica di questa danza. Una grazia e una dolcezza che sono mantenute anche quando le progressioni di chitarre e Hammond si fanno via via più impetuose e intricate.

“Baba Mo Tunde”, che apre il secondo dei due dischi, sono trentuno minuti di vero Jùjù che potremmo definire devozionale. “I know Father loves me why I dance. I Father loves me that’s why I celebrate … I broght my songs of praise. Thank you, Father”. La traccia è di quelle che lasciano il segno, e ci fa pensare a quando il Jùjù era la musica che poteva tutto, e che i presidenti, i generali e i gli uomini di affari volevano ai propri Arìyà. Tutto l’abum sembra svilupparsi intorno a Baba Mo Tunde, traccia che viene celebrata nel remix che la segue, in cul il Dj King Britt mette le mani ai nastri. Un Remix che ipnotizza ma non morde, e che sembra voler essere un messaggio per coloro che hanno bisogno comunque di una traduzione per poter capire. L’album chiude con “Eyi Ma Dun to”, un brano strano e tranquillo basato su ritmi e testi antichi, in cui compare il suono lontano di un flauto delle sabbie del nord. Il suo titolo vuol dire “Questo è dolce a sufficienza”.

Cosa aggiungere ancora? Baba Mo Tunde è una delle migliori produzioni internazionali di Jùjù mai uscite fino ad oggi, un vero e proprio documento di antropologia culturale, creato secondo il principio per cui chi è interessato all’Africa non pretende che l’Africa si renda digeribile anche agli stomaci più delicati. Ma Baba Mo Tunde è anche un disco godibilissimo tutto da ballare, abbandonandosi ai ritmi ora feroci ora rilassati delle feste yoruba e ai discorsi intonati dai tamburi parlanti. The King is Back!!!

di TP Africa e R. Lycke (Lusofonie)

DISCOGRAFIA DI KING SUNNY ADE (T. Endo)


Tracce in ascolto:
1. Emi Wo N'ile yi O
2. Baba L'oun S'ohun Gbogbo


Autore: King Sunny Ade
Titolo: Baba Mo Tunde
Anno: 2010
Label: Indigedisc

Brani:
Disco 1
1. Baba Feran Mi
2. Oro Yi Bale
3. Emi Wo N'ile yi O
4. Baba L'oun S'ohun Gbogbo

Disco 2
5. Baba Mo Tunde
6. Baba Mo Tunde (King Britt Remix)
7. Eyi Ma Dun To

1 commento:

SigurRos82 ha detto...

Ma che meraviglia, questo articolo (e nuovo disco di King Sunny Ade) mi era proprio sfuggito. Grazie infinite :)

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