17 giugno 2010

Kora profonda


ASCOLTA: (Vedi "Tracce in ascolto")


La notte del Gabu sale frettolosa dalla pancia della terra. Le ombre spazzano via i riflessi rosso sangue sui volti e sulle cose, e all’improvviso siamo avvolti dal buio, come nel nulla. Birimin den - una kora sta suonando accanto a noi.

Ancora appiccicosi del caldo appena andato rimaniamo sdraiati sulla stuoia, pesanti, aspettando che qualcuno ci porga un altro bicchierino con il the. L'intorpidimento sparisce solo quando il nero della notte è oramai impenetrabile, e dalla brousse comincia a venire il richiamo lugubre del gufo, che magari è solo il corpo momentaneamente abitato da una strega indaffarata. Qualcosa, forse un topo, sgranocchia la traversina di legno del tetto.


Giovani uomini accendono il generatore a gasolio, che stancamente comincia a borbottare. Perde qualche colpo e sembra spegnersi, ma poi si riprende sbuffando ruggine. La luce vecchia della lampadina che pende nuda davanti alla porta inonda all'improvviso il cortile, e confina gli spiriti dietro gli angoli delle case.


Qualcuno sta accordando una kora nel buio. Il suono e alto, secco, ricco di armoniche oltre lo spettro dell’udibile. La kora sembra nata per la notte nera e per il silenzio di piombo della brousse, per unire le persone e sconfiggere le inquietitudini che salgono come spettri dalle radici dei baobab e dei manghi.

Lentamente l’aria si fa opaca. Trasporta con sé l’umidità del fiume, che sale dalle sue sponde e arriva al villaggio come una bruma invisibile. Le donne impilano le marmitte di alluminio tintinnante, appena lavate e strofinate fino a brillare. Scherzano, ridono.


Bimbi e bimbe che rincorrono l'ultimo gioco vengono preparati per la notte. Dormiranno in tre, quattro, o anche cinque su una branda, altri a terra. Siamo forse noi che gli abbiamo sottratto i materassi?

Quando tutti i bambini sono a letto le kore – che nel frattempo sono diventate una moltitudine - cominciano a suonare insieme, come se volessero fondersi in un segreto amplesso. Rifs insistenti, ipnotici, meditativi, nervosi, aggrumati. La kora tradizionale incalza cone le sue imprevedibili sequenze, e non indugia sulla melodia. Il tempo si fa incerto, sembra addormentarsi, ma è il mio respiro che suona dalla lontananza di una leggera trance.


La kora profonda del Gabu ammaestra i grilli, suonando ancora per una volta, non certo l’ultima, gli stessi ritmi elettrici e sbilenchi e le stesse armonie dolci e acide dei tempi di Mama Janke Waali.

“La forza che unisce le persone si chiama amore - canta il djeli spezzando la quiete - vuol dire essere attenti a chi ami e a chi ti è amico, per questo amare vuol dire scegliere. Na mandi mogoye i kani fassama – Non pretendere di essere amico di una persona a cui non piaci.”

“Quando ami una persona la accetti per quello che è, e non ti importa quale sia la sua posizione sociale, il suo modo di parlare,di guardare, di muoversi e camminare. Questo è il significato dell’amore. Ami qualcuno, e semplicemente vuoi che non stia male.”


“Al tempo dell’imperatore Sunjata si regalavano schiavi, cammelli e cavalli ai griot, ma voi ci avete dato di più, fiducia e amore. Nella vita non c’è cosa più importante dell’amore. Voi siete come l’albero sunsun nella boscaglia, che non ha bisogno di aspettare la pioggia per dare frutti. Vi ringraziamo dal profondo del nostro cuore.”



Tracce in ascolto:
1-2. Djamana (Landing Kanuteh - kora, voce; Madya Diebate - voce; Bambi Kanuteh - voce; Fatoumata Suso - voce; registrato da Wallai Records a Tambasansang, Gambia, gennaio 2010)
3-4. Chedo (Malang Diebate - kora, voce; Kedjan Diebate - kora, voce; Bakari Diebate - percussioni, voce, registrato da Wallai Records a Bolonbalola Darsalam, Casamance, gennaio 2010)


Nessun commento:

Creative Commons License
This opera by http://www.blogger.com/www.tpafrica.it is licensed under a Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Condividi allo stesso modo 2.5 Italia License.