18 marzo 2010

Next Stop Soweto


ASCOLTA: (Vedi "Tracce in ascolto")


La SOuth WEst TOwnship di Johannesburg, meglio nota come Soweto, può essere definita a buon diritto la vera capitale nera del Sud Africa, uno sterminato e confuso mosaico di baracche di lamiera dove negli ultimi decenni è andata in scena la fiera e tragica storia dei popoli indigeni di quella terra martoriata. La musica di Soweto ne rappresenta la naturale colonna sonora.

La crescita tumultuosa delle periferie nere di Johannesburg iniziò alla fine dell’800, epoca della scoperta in quei luoghi dei giacimenti auriferi più ricchi del pianeta. La corsa all’oro richiamò nuovi coloni da tutto il mondo, principalmente dall’America e dall’Inghilterra, e mentre i nuovi venuti si davano da fare per togliere quell’osso succulento ai boeri, i primi colonizzatori del Sud Africa originari dell’Olanda e ritiratisi nel Transvaal dope essere stati sconfitti dagli inglesi sulla costa, il numero dei minatori neri che non avrebbero mai goduto di quel sontuoso banchetto cresceva.

Arrivavano con i treni da trasporto e con ogni altro mezzo, dal Sud Africa e dai paesi confinanti, tanto che si calcola che all’inizio del ‘900 la popolazione della città era composta di 90.000 coloni e 100.000 minatori. Questi ultimi lavoravano sotto terra dalle dodici alle sedici ore al giorno, sette giorni a settimana, e la sera si ritiravano negli shebeen - bar clandestini - e nelle baracche ammassate nei ghetti predisposti dai bianchi per i neri. Una parte cospicua della musica popolare del Sud Africa e della Rodhesia, attuale Zimbabwe, nacque per allietare le serate di quei minatori lontani da casa, che affogavano la stanchezza e la malinconia nello stordimento della danza e dell’alcool.


Panorama di Soweto

Con il passare degli anni la città cresceva e si allargava, la periferia diventava centro, e i neri venivano ricollocati più lontano. Brickfields, Klipspruit, Martindale, Sophiatown, Alexandra, Dube, Meadowlands, Diepkloof, Dhlamini, Senaoane, Zola, Zondi, Jabulani, Emdeni, Chiawelo. Sono i nomi delle township sorte a Johannesburg nel corso di mezzo secolo, fino all’isttituzione del regime dell’apartheid che avvenne nel 1948. Il massacro di Sharpville, una località a pochi chilometri da Johannesburg, avvenne nel 1960.

Nel 1963 venne adottato il nome di Soweto per indicare le township situate nella periferia sud-ovest della città. Ma il mondo seppe dell’esistenza di Soweto solo dopo il massacro del giugno del 1976, quando una manifestazione di protesta contro l’apartheid condotta da 10.000 studenti neri fu soffocata con le armi, provocando centinaia di vittime. Per la prima volta le Nazioni Unite ebbero un sussulto, compostamente si scandalizzarono e decretarono le loro educate sanzioni economiche.

Mentre Soweto diveniva il centro della protesta nera contro l’apartheid, teatro di azione tra gli altri di Nelson Mandela e del suo African National Congress, del Black Consciousness Movement di Stephen Biko e dell’arcivescovo Desmond Tutu, la musica di Soweto manifestava l’isolamento imposto ai neri – l’apartheid impose lo scioglimento delle band miste e impedì ai neri di suonare nei locali per bianchi - allontanandosi dalle sonorità accattivanti del marabi, l’ibrido sud-africano che attingeva alle prime forme di jazz americano – ragtime, gospel e blues – da una parte e agli impasti corali indigeni tipici della musica tradizionale nguni, la famiglia etnica che comprende xhosa e zulu.

In lingua zulu i kwela-kwela erano i blindati della polizia, e Kwela, che vuol dire “salta su”- come strillavano i poliziotti ai prigionieri da rinchiudere nei furgoni - fu il nome dato alla musica figlia del marabi, suonata nelle strade di Soweto a partire dalla fine degli anni ‘40. L’ikhwelo era un piccolo flauto usato come solista in molte band di strada che suonavano il kwela, accompagnato dalla chitarra, dalla fisarmonica, dal basso a una corda e dalle percussioni. Nelle sonorità del kwela venivano rafforzate le strutture armoniche e ritmiche ossessive e ipnotiche tipiche della musica tradizionale da ballo e rituale. Altra musica figlia del marabi, nata alla fine degli anni ’50, era la Mbaqanga, il nome di un tipico semolino molto liquido che per la gente di Soweto costituiva il piatto principale – se non unico - della loro dieta. I primi musicisti che divennero famosi suonando mbaqanga furono Dolly Rathebe, Miriam Makeba, Letta Mbulu, Mahlathini & the Mahotella Queens.


Soweto - Sud Africa, 1976

All’inizio la mbaqanga era soprattutto musica acustica, in cui i fiati del jazz si associavano con la chitarra e con i possenti canti antifonali di derivazione zulu e xhosa. Ma negli anni ’60, anche in seguito a una nuova disposizione anti-violenza che proibiva l’esibizione di gruppi locali nei teatri e nelle sale da ballo, la mbaqanga divenne più grezza e arrabbiata. Le chitarre divennero elettriche, il ritmo si stabilizzò sugli 8/8 con l’accento sui 2/4 offbeat, il basso elettrico assunse un ruolo predominante nella ripetizione del motivo principale e i testi cominciarono a deridere la società contemporanea e ad esaltare la cultura pre-coloniale. Lo chiamavano anche Jive, era oramai musica che rappresentava quel periodo di ribellione permanente, e in breve fiorì in innumerevoli varianti, come la Maskanda o il Simanjemanje di Mahlathini, che introdusse i registri bassi e rochi per la voce solista – il cosiddetto groaner – come nella musica corale degli zulu.

Next Stop Soweto, l’ultima sorprendente compilation della rinata etichetta Strut nonché primo volume di una serie di tre, fornisce una fotografia della scena musicale della mbaqanga di Soweto negli anni in cui l’apartheid si faceva più duro e violento, dai ’60 fino alla rivolta del 76. Frutto di anni di ricerche e accompagnata dalle ricche note di copertina scritte dall’autorevole David B. Coplan, la selezione di single prodotti in quegli anni soprattutto dalla Gallo Records, una pioneristica e meritoria etichetta discografica locale, consente di farsi un’idea delle diverse varianti della mbaqanga originale di Soweto, e allo stesso tempo di cogliere quegli elementi musicali e quegli accenti ritmici comuni che rendono quello stile riconoscibile e universale.

Ma soprattutto Next Stop trasmette vivido e potente il risveglio dell’orgoglio del popolo nero in reazione a quella politica prepotente, perversa e imperdonabile che fu l’apartheid del governo del grande coccodrillo, soprannome del presidente Botha. Per chi pensava che negli anni ’60 la musica di protesta fosse stata incarnata soprattutto dalle rock band del nord del mondo, forse dovrà ricredersi.

Purtroppo, nonostante il sistema dell'apartheid sia stato formalmente demolito, ha lasciato le sue cicatrici nell'immaginario collettivo della gente sudafricana e del mondo, come sempre accade quando una violenza ingiusta e ingiustificata viene esercitata in modo generalizzato e prolungato. Ma proprio ora che la situazione sembra tornata accettabile in Sud Africa, da dove a breve arriveranno molte immagini a condire le partite della coppa del mondo, è bene ricordare la storia di Soweto anche attraverso la sua musica, perché l'apartheid è molto più vicino a noi di quanto spesso non immaginiamo, forse è nelle nostre città, nelle nostre strade e nei nostri campi, e forse è persino nell'ordinamento del nostro sedicente Stato di diritto.


Rosarno - Italia, 2010

Tracce in ascolto
2. the mgababa queens – maphuthi
5. mahlathini & the queens – umkhovu
10. mahotella queens – zwe kumusha
16. amaqawe omculo – jabulani balaleli (part 2)

Autore: AAVV
Titolo: Next Stop Soweto - Township Sounds from the Golden Age of Mbaqanga
Anno: 2010
Label: Strut Records

Tracce:
1. melotone sisters with amaqola band – i sivenoe
2. the mgababa queens – maphuthi
3. s.piliso & his super seven – kuya hanjwa
4. the big four – wenzani umoya
5. mahlathini & the queens – umkhovu
6. zed nkabinde – inkonjane jive
7. intombi zephepha – ingoina le nyathi
8. tempo all stars – take off
9. boy-nze na maqueens – i’smodeni
10. mahotella queens – zwe kumusha
11. african swingsters – emuva
12. ubhekitshe namajongosi – umaduna omnyama
13. lucky strike sisters – mr j.s. mpanza
14. aba-lilizeli – sikhwele
15. reggie msomi & his hollywood jazz band – soul chakari
16. amaqawe omculo – jabulani balaleli (part 2)
17. piston mahlathini & the queens – nomacala
18. sammy boy – 10 to 11
19. izintombi zasi manje manje – awufuni ukulandela na?
20. ‘iza wena’ happy africa


2 commenti:

SigurRos82 ha detto...

Bellissimo post, grazie. E' incredibile constatare come questa musica magnifica e piena di energia sia stata concepita in un tale contesto...anzi, pensandoci bene, non è poi così incredibile.

Grazie di nuovo :)

GM ha detto...

Già mia cara,
più che piena di energia è il tipo di energia che colpisce, comune a molta musica di protesta africana, un'energia diversa - ad esempio - dal blues rurale americano, che più che un canto di gioia e rabbia sembra un grido di sofferenza. Forse le energie girano meglio quando si è nella propria casa?

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