11 marzo 2010

Jaliya a Tambasansang

Traduzione dal Mandinka di PAPE KANOUTE


El Hadji Lamine Suso e suo padre

Tambasansang è un villaggio mandinka della regione dell’alto fiume Gambia, a qualche chilometro da Basse. E' inutile cercarlo sulla Lonely Planet, perché la rinomata guida turistica si ferma più di cento chilometri prima, a Janjabureh - meglio nota come Georgetown Island - sede di una famosa fortezza degli schiavi. Per arrivare a Tambasansang da Banjul abbiamo attraversato il fiume Gambia due volte – a Baara e a Bansang – e abbiamo viaggiato per un’intera giornata sulla strada infestata di militari che passa per Farafegni, Bansang e Basse, a bordo di un seven place, un vecchio peujeot station wagon a sette posti attrezzato per i viaggi sulle dissestate tratte interne. Una volta arrivati a Basse restano da percorrere pochi chilometri di sterrato polveroso e cotto dal sole.


Tambasansang

In passato Tambasansang fu il centro di un regno importante, che si estendeva oltre il fiume e fino a Bansang. Ancora oggi il capo villaggio appartiene alla nobile famiglia dei Kora, i regnanti di allora. Tambasansang ha anche un’antica tradizione di griottismo, che viene trasmessa di padre in figlio dalle famiglie Suso, Kuyateh e Kanuteh.


Ma per noi Tambasansang è soprattutto il villaggio natale di El Hadji e Omar Suso, jali del Gambia conosciuti in Mali - a casa del loro cugino Toumani Diabate - e ritrovati a Milano, dove risiedono da diversi anni. Omar suona la kora, ed è uno dei musicisti che formano il nucleo della T.P. Africa Ensemble, assieme a Madya Diebate e a Naby Camara. Noi siamo andati a Tambasansang per conoscere la sua famiglia.



Mamadou Suso

“Tutto quello che esiste viene da Dio – introduce il vecchio Mamadou Suso, non appena si spengono le ultime note di Allahlake – Stasera noi suoniamo per Omar Suso e per Dio.



El Hadji Lamine Suso

Omar, tu sei nato e cresciuto qui a Tabasansang, poi sei andato in Italia. Così come io sono nato qui a Tabasansang, con accanto la kora di mio padre, anche tu, Omar, sei nato con la kora di tuo padre El Hadji Lamine Suso, ed è con la kora che sei partito e sei arrivato nel paese dei toubab. In Italia hai conosciuto questi tuoi amici, il rispetto vi unisce e ora sono venuti qui a trovare noi. I tuoi amici sono venuti per conoscerci, e noi vogliamo comunicare con loro. Li hai mandati qui per sapere chi siamo. Noi siamo jali, e manteniamo le nostre famiglie con la musica. Abbiamo sposato le nostre mogli con la kora, ed è questo che continuiamo a fare.”


Jeneba Jobarteh

Assieme a Madya siamo arrivati al villaggio da due giorni. La famiglia Suso, a cominciare dal vecchio Lamine e dalle sue quattro mogli, ci ha accolto in casa come fossimo dei figli. Le mogli di Ibu, Bambi Kanuteh e Kolda Kuyateh, si sono prese cura del nostro dormire e mangiare, mentre i bambini ci hanno adottati come fossimo i loro zii.


Kolda e Bambi

Quando era giovane Lamine era uno che con la kora diceva la sua, ed era stimato e rispettato in tutta la Gambia. Purtroppo, a causa di una frattura a una mano, non riesce più a suonare come una volta. Lamine ha molti figli, dei quali sei sono in Europa, tra l’Italia, la Spagna e la Svizzera. Anche Mudu, l’ultimo dei figli maschi, ha tentato il viaggio della speranza quattro volte, senza mai riuscire ad arrivare in Europa.


Nainy, l'ultima figlia di Lamine

“Ho provato ad attraversare il mare tre volte, passando prima dal Senegal, poi dalla Gambia e infine dal Marocco. Sono stato giorni in balia delle correnti dell’Atlantico e delle onde del Mediterraneo, senza cibo né acqua. Alcuni miei compagni di viaggio sono morti prima che venissimo intercettati dalle motovedette e rimandati indietro. La quarta volta ho provato la via che conduce in Libia attraverso il Sahara, ma sono stato arrestato dalla polizia, e ho passato sei mesi nelle carceri libiche. Quella è stata l’esperienza più brutta della mia vita. Ogni mattina mi svegliavano alle cinque, mi conducevano in una piccola stanza buia e mi massacravano di botte. Mi hanno rotto le braccia, le gambe e la schiena. E mentre picchiavano duro mi chiedevano che fossi venuto a fare in Libia. Per fortuna i miei fratelli mi hanno mandato i soldi grazie ai quali ho potuto ricomprare la mia libertà.”


bambini Suso

Durante il nostro soggiorno a Tambasansang Mudu è stata la nostra ombra. Alla guida del vecchio Mercedes 190 di Ibu, che parte solo a spinta, abbiamo girato i dintorni di Tambasansang, spingendoci fino a Bansang, dove ci siamo recati in visita a casa della famiglia di Sidiki Diabate, padre di Toumani.


Mudu

Mudu ama il contatto con la gente, è naturalmente estroverso e ha un sorriso che stimola il buon umore. Per andare a Basse non sceglie mai la strada più rapida e breve, ma attraversa il villaggio di Dampha Kunda, e mentre percorre gli stretti viottoli tra i muretti di cinta guida a passo d'uomo, fermandosi ogni volta che incontra qualcuno che conosce. “Akeregnadi” - come te la passi - è il saluto che ha per tutti. Mudu conosce molta gente, anche i poliziotti dei posti di blocco, che in genere lo fanno passare nonostante abbia l’assicurazione scaduta da oltre un anno. “I soldi non sono nulla, la comunicazione è la cosa più impertante” ci dice ridendo di cuore, esponendo con legerezza la sua filosofia di vita.



Jaliya a Tambasansang

La sera del terzo giorno alcuni jali di Tambasansang si sono riuniti a Susokunda – la casa dei Suso - per suonare per noi. Tra loro c’è il vecchio Mamadou Suso, fratello maggiore di Lamine, entrambi con un’età che supera gli ottant’anni. C’è anche Daba Kuyateh, accompagnato da sua moglie Jabo Kuyateh. Quella mattina stessa, mentre venivamo su dal fiume, lo abbiamo incontrato che tornava in bicicletta da un villaggio vicino, con la kora a tracolla, un pollo vivo appeso al manubrio e una vecchia radio a transistor legata sul portapacchi.


Daba Kuyateh

Poi c’è Landing Kanuteh,un tipo davvero molto blues. E’ lo zio di Bambi, ha imparato a suonare la kora dal vecchio Lamine e oggi è uno dei migliori korafola della regione. Ha un contratto a tempo indeterminato con la radio nazinale della Gambia, dove suona la kora e canta per alcune ore ogni mercoledì sera. Lui, il vecchio Lamine e Daba si siedono in prima fila sulla stuoia colorata, mentre gli anziani Mamadou e Moussa Kanuteh - che da giovani suonavano entrambi la kora - gli si posizionano accanto con i dundun.


Landing Kanuteh

Dietro di loro si posizionano in piedi le donne, tra cui Jabo Kuyateh, Filly Kuyateh - la terza moglie di Lamine e madre di Jemba e Mudu – Bambi Kanuteh e la sorellina Fatumata Suso. Sono tutte cantanti straordinarie, soprattutto Filly, Bambi e Fatumata, di cui qualcuno dice che in futuro potrebbero divenire ngara, che per un jali è il riconoscimento più grande del suo valore. Tra le donne siede anche la vecchia e orgogliosa nonna Aminata Kuyateh, che un tempo aveva una gran voce. Di lei si dice che abbia più di centoventi anni.


Moussa Kanuteh e Mamadou Suso

I bambini di Susokunda e delle case vicine si sono riuniti nel cortile per far festa. Le occasioni come queste, in cui si suona per degli ospiti, non sono così comuni. I toubab arrivano di rado fino a Tambasansang, e ci viene raccontato che poche settimane prima del nostro arrivo c’erano degli svizzeri che hanno istallato un impianto solare fotovoltaico. Alcuni mesi prima si erano invece presentati degli americani, che avevano portato via da Tambasansang molte pietre raccolte vicino al fiume. “Probabilmente hanno trovato qualcosa che li interessa – ci ha detto il vecchio Lamine – loro lo sanno, ma a noi non lo hanno detto.”


Bambini a Susokunda

La musica parte sulle note di Allahlake, mentre Alessandro esegue un rapido e confuso sound-check, reso quasi inutile dai capricci del vecchio generatore a gasolio che sbuffa dietro la casa. Poi il concerto ha inizio.


La ultracentenaria Aminata Kuyateh

“Allahlakè è suonata da tutti i djeli mandé, in Casamance, in Mali e in Gambia – continua il vecchio Mamadoou - Allahlakè è stata composta il secolo scorso per Mamadì Kora, re di Tabasansang.


Jabo Kuyateh

Mamadì Kora, figlio di Julabà Falai, era re all’epoca di Moussa Molò [figlio del capo Fulani Alpha Yaya Molo Balde fondatore del regno di Fouladou ; 1846-1931]. Finita l’epoca di Moussa Molò arrivarono i bianchi, e lui, Mamadì Kora, era ancora re. Nella sua casa c’era un palazzo di pietra [un tempo palazzo del re, fu usato come fortezza per la detenzione degli schiavi dopo l’arrivo degli inglesi], e questo palazzo l’ha costruito Mamadì Kora. Allahlakè è il suo brano.


Filly Kuyateh

Quando perse il regno Mamadi Kora non volle più stare a Tabasansang. Andò a Kombo e si insediò a Afdai [tra Banjul e Serekunda]. Poi si trasferì ancora a Mandinarin [villaggio; significa piccolo], dove fece quattro figli: Infallì, Siginì, Mama e Binna.


Fatoumata Suso

Tutto proviene da Dio. Se devi iniziare una cosa devi dire che Dio l’ha fatta, e non la gente. Tutto può non avvenire, ma se Dio vuole accadrà. Quando Dio ha creato il mondo e le genti non siamo stati fatti tutti uguali. I centomilaventiquattro santi sono stati creati da Dio. Tutti veniamo da quelle creature.


Jalimuso

Ora i tuoi amici [di Omar] vedranno chi siamo e quello che facciamo. Ora suoneremo per jali Madya e per i suoi amici italiani. Siate sempre uniti nel rispetto, vi auguro di lavorare e vivere nel giusto.”


Bambi Kanuteh


Fatoumata e Jabo

Il sole tramonta dietro la casa che i jali stanno ancora suonando. Quando la musica si spegne i musicisti sono visibilmente felici, ma forse noi lo siamo di più. Siamo contentissimi, “contante bake bake”, si dice in mandinka. Ci ritiriamo nella camera da letto di Lamine per ringraziarli, mentre nel cortile viene acceso il vecchio televisore. Landing rimane a suonare fino a tardi. Sdraiati sulla stuoia colorara e cullati dalle variazioni imprevedibili del nostro amico blues, sprofondiamo nell'incanto del cielo del Gabu dalle infinite stelle.



1 commento:

Anonimo ha detto...

thank for remenbering me my villages i miss it. Hammeh Kora

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