26 novembre 2009

Franco & TPOK Jazz - Francophonic vol. 2


ASCOLTA: (Vedi "Tracce in ascolto")


Un anno fa la benemerita etichetta inglese Sterns faceva uscire Francophonic vol. 1, una prodigiosa raccolta antologica in due CD contenente una selezione di brani tratti dallo sterminato catalogo del congolese Franco e della sua Tout Puissant Orchestre Kinshasa Jazz, altrimenti detta TPOK Jazz. Noi ne scrivemmo in occasione del primo compleanno di questo blog.

A settembre è uscito il secondo volume di Francophonic, che racconta in musica e parole del periodo che va dal 1980 al 1989, anno della scomparsa del Grand Maitre della rumba congolese.

François Luambo Makiadi, conosciuto da tutti come Franco – con l’accento sulla “o” – è una delle figure più rappresentative e amate del panorama musicale dell’intero continente africano, al pari di giganti come Miriam Makeba, Manu Dibango e Fela Kuti. E se all’orecchio degli ascoltatori euro-americani la sua musica suona meno comprensibile, è probabilmente per le stesse ragioni per cui è invece accolta con più entusiasmo dagli africani, senza distinzione di etnia, lingua o paese d’origine. La rumba dei TPOK Jazz veniva suonata, trasmessa dalle radio e ballata ovunque ci fosse un pubblico africano, ed è soprattutto grazie a Franco che oggi il soukous è il primo tra le musiche da ballo dell’Africa intera. E’ una ragione più che sufficiente per imparare a conoscerlo e ad apprezzarlo.


Durante gli anni ’80 i TPOK Jazz contavano tra i venti e i quaranta elementi. Franco viveva tra Kinshasa, Bruxelles e Parigi, e in ognuna delle città aveva la sua orchestra, formata in gran parte di musicisti residenti. Il loro sound era davvero straordinariamente potente. La maggior parte dei loro brani duravano tra i dieci e i venti minuti, e durante il loro sviluppo la musica cresceva di energia. Quell’orgia di chitarre, voci, fiati e percussioni trascinava inevitabilmente i corpi del suo pubblico, che si avvicinavano tra loro mentre intorno i sederi degli uomini e delle donne cominciavano a muoversi e a vibrare.

Cooperation, un brano del 1982 in cui la OK Jazz si riunisce nuovamente con il vecchio amico Sam Mangwana, è un esempio dell’energia irresistibile della loro musica. “Mio caro Luambo” dice Sam: “Cosa vuole fare la gente dopo che ha ben mangiato e bevuto?” “Mio caro Mangwana” risponde Franco: “è semplice. Vogliono ballare la musica della Tout Puissant OK Jazz.” “La OK Jazz del gran maestro Luambo Makiadi.” “Esattamente, è tutto”. A questo punto parte, come lanciata da un elastico, una rumba spericolata e inarrestabile.


Dopo ben otto minuti il dialogo tra Luambo e Mangwana si arresta lasciando spazio a un "sebene", una frase ritmica alla chitarra che si ripete più volte con piccole variazioni, come in una progressione minimalista, accompagnata da altre due chitarre e dal basso. Il sebene, che si dice sia stato inizialmente introdotto nella rumba congolese da Henry Bowane, maestro di Franco ai tempi dei suoi Loningisa, è la forma principale dello stile della chitarra congolese. Più sebene che si intrecciano uno all’altro formano un intricato tessuto sonoro, che resta sotto le voci fino al momento in cui prende il sopravvento. Rinforzato dagli interventi della sezione dei fiati, è il sebene che dà l’impulso principale ai danzatori, che li accende e gli spreme l’anima.

Cooperation racconta anche della personalità di Franco, sempre generoso con i suoi musicisti e libero dal rancore. Per il suo carattere collerico e imprevedibile e per il suo modo di vivere dissoluto, a base di sesso, marijuana e musica, Franco era continuamente bersaglio d pettegolezzi e maldicenze, più o meno fondate. Ma qualsiasi dissidio svaniva immediatamente quando si ritrovava a fare musica con i suoi vecchi compagni, come accade con Sam Mangwana, che aveva cantato con gli OK Jazz tra il 1972 e il ‘75. “Io e gli OK Jazz” canta Sam “quando siamo insieme e anche quando siamo lontani, torniamo sempre a questo tipo di musica.” “Qualsiasi cosa dice la gente riguardo alle scorrettezze e alle rivalità non ci riguarda” gli risponde Franco “non occupiamoci dei loro pettegolezzi. E’ questo che è importante”.


Franco ha sempre trattato con grande generosità i suoi musicisti, e persino con il suo principale rivale, Tabu Ley Rochereau, erede di Joseph Kabasele Grand Kallè e leader degli African Fiesta – che in seguito divennero gli Afrisa International – creò dei progetti musicali comuni. Nel 1983 i due chiamarono alcuni musicisti dalle rispettive orchestre e formarono i Lisanga ya Banganga – Associazione dei guaritori – con i quali registrarono ben quattro album per un totale di sei LP. Uno dei brani tratto da quei dischi, in cui Franco e Tabu Ley duettano alla voce accompagnati dalla chitarra di Michelino, è il lento, drammatico e trascinante Suite Lettre No. 1.

Un altro degli elementi che davano al sound della TPOK Jazz un’incredibile potenza era l’intreccio dei canti, a quattro, cinque o persino sei voci. L’elenco dei cantanti che negli anni hanno collaborato con gli OK Jazz, da Rossignol a Vichy Longomba, da Sam Mangwana a Josky Kiambukuta, fino a Madilu System, è straordinariamente lungo e incredibilmente ricco. In Sandoka, un brano tratto dal quarto volume di Le Quart de Siècle,ben cinque cantanti oltre a Franco – Dalienst, Pépé Ndombe, Josky, Wuta-Mayi e Djo Mpoyi – si rincorrono in frasi a due, tre o quattro voci, raccontando il dialogo di una ragazza con i suoi genitori, che vogliono dissuaderla dalla relazione con un fidanzato indesiderato. Se ci si lascia andare all’intreccio liquido di quelle voci e di quei controcanti ci si ritroverà avvolti nella loro dolce e ammaliante bellezza.


Per riuscire a entrare nel mondo di Franco non bisogna avere fretta nell’ascolto. Le sue canzoni si prendono tutto il tempo necessario, usano con fiera ostinatezza la ripetizione, nei temi, nei riff dei fiati e nei sebene delle chitarre, con l’effetto di impossessarsi dell’anima in trance e del corpo di chi danza. Ma questa non è l’unica porta di accesso alla sua musica. Se capissimo il lingala – una sorta di esperanto urbano di origine bantu, parlato o comunque compreso da oltre dieci milioni di persone che vivono in Congo e nel resto dell’Africa Centrale fino alle coste dell’oceano Indiano – potremmo apprezzare la magia della sua affabulazione.

Con la sua voce grossolana e baritonale, in contrasto con la dolce morbidezza tenorile di molti grandi cantanti congolesi – primo tra tutti Tabu Ley – Franco era il più grande tra i cantastorie, e i filmati documentano l’attenzione con cui il suo pubblico lo ascoltava, ridendo quando dipingeva situazioni e personaggi grotteschi e cercando di cogliere i significati multipli delle sue metafore e dei suoi doppi e tripli sensi. I suoi racconti erano ricchi, e si sviluppavano su piani diversi e per la maggior parte impliciti. La mbakwela è l’arte popolare di raccontare una storia alludendone altre, e Franco la padroneggiava a tal punto che i significati impliciti di molte delle sue canzoni sono ancora oggi un interrogativo. Storie aperte dunque, che potevano essere interpretate in base agli avvenimenti del momento e al comune sentire della gente, che riuscivano a capirlo perché Franco era uno di loro, veniva dalla strada e ne incarnava lo spirito.

La sua perizia con le parole fu la causa dei suoi continui dissidi con il presidente Mobutu, che era il suo più grande fan, ma era anche convinto che dietro ai suoi testi Franco nascondeva sottili critiche al suo operato. Dopo l’assassinio di Patrice Lumumba, primo presidente del Congo, gli African Jazz di Gran Kallè, che lo avevano appoggiato in modo esplicito, furono considerati da Mobutu la voce della dissidenza politica, e ben presto furono costretti a interrompere la loro attività artistica. Al contrario Franco non si era mai schierato con Lumumba, mentre in più occasioni cantò in favore del nuovo presidente, e questo gli procurò notevoli vantaggi.

Mobutu non poté mai fidarsi completamente di Franco, ma nonostante ascoltasse ogni suo disco con attenzione per coglierne le critiche della mbakwela, non riuscì mai a inchiodarlo per la sua dissidenza. Così accadde che Franco fu arrestato nel 1978 per alcuni testi osceni e mai per ragioni politiche. Quella tensione continua costrinse Franco a trasferirsi in Belgio, e tornò nella sua amata Kinshasa solo dopo che l’Unione degli Artisti Zairesi gli conferì il titolo di Grand Maitre.



Nel 1985 Franco registrò il suo più grande successo, che vendette oltre 200.000 copie e fu suonato dalle radio e dai DJ di tutta l’Africa, e persino in Europa. Si tratta di Mario, un brano di oltre quattordici minuti dallo stile fortemente originale, che lo stesso Franco non definiva né rumba né soukous, ma odemba, un termine che sosteneva derivare da una danza rituale della tradizione bantandu, l’etnia di sua madre.

Franco registrò in Gabon ben due versioni di Mario, che uscirono contemporaneamente su LP differenti. La OK Jazz era assemblata con quattro chitarre – compreso il basso e la chitarra solista di Papa Noel – due sax soprani, due trombe e varie percussioni, comprese alcune basi campionate. Oltre a Franco, i cantanti erano Madilu e Josky.

Mario tratteggia l’icona di una figura caratteristica della società africana, un maschio indolente, prepotente, sbruffone, che ama la bella vita ma per farla sfrutta il lavoro e il denaro di una donna più grande di lui, rimasta vedova. Ma arriva il momento in cui la sua compagnia esaurisce la pazienza e, stufa di quell’uomo che non la merita, lo ridicolizza e lo caccia di casa.


"Oggi problemi, domani problemi"
cantano Franco e Madilu nei panni della donna:
"Sono stanca. Oggi litigi, domani zuffe. Ne ho abbastanza.

Mario ha cinque diplomi,
ma non lo si può importunare chiedendogli di cercarsi un lavoro.
Lui lascia credere ai suoi genitori che è lui a supportarmi economicamente,
ma io sono la sola che si occupa di vestirlo,
di dargli da mangiare e una casa dove abitare.
E dopo che ha distrutto la mia Mercedes
si aspettava che io gli comprassi un’automobile nuova.
Il mio letto non è abbastanza confortevole per te?
Guadagna qualche soldo, così te ne puoi comprare uno da solo.
Ecco, Mario, tieniti pure il vestito di Valentino
come ricordo del nostro amore,
E vai fuori da casa mia. Vattene ora!"


Per la gente quella storia divertente doveva essere necessariamente mbakwela, ed era convinta che parlasse di Franco e di Mobutu. Ma chi era la vedova, e chi il mantenuto? Probabilmente Franco si riferiva alla classe sociale della nuova elite urbana, che non faceva nulla per il bene e il progresso del paese ma si preoccupava solo di sé stessa, in contrasto con le donne congolesi, che pur continuando a sobbarcarsi gran parte del lavoro familiare stavano conquistandosi una nuova indipendenza.

Grazie a Mario, Franco si conquistò una grande fama internazionale, e dal 1985 cominciò a girare il mondo, tenendo concerti che duravano oltre quattro ore in Africa – dove riempiva gli stadi - in Europa e negli Stati Uniti.

Nel 1986 Franco cominciò a cantare della malattia e della morte, ad esempio nel brano Testament ya Bowule. Nel 1987 scrisse Attention na SIDA, attenti all’AIDS, in cui ammoniva la gente comune che l’AIDS può colpire chiunque, e che era necessario fare attenzione e prendere le opportune precauzioni. Nonostante Franco lo negasse, aveva cominciato a dimagrire ed era spesso malato, e la gente capì che aveva contratto la terribile malattia che lo avrebbe portato alla morte due anni dopo.


In Sadou, un duetto con Madilu del 1988, Franco cantò ancora della morte. “Sadou, tutela la mia stirpe, tutela l’amore che abbiamo condiviso, tutela le cose che abbiamo fatto insieme.” E mentre il brano sta finendo, Franco esclama: “l’ammalato esalò il suo ultimo respiro.” Franco entrò in ospedale nel settembre del 1989, per morirvi il 12 ottobre. Lasciò sua madre, diciotto figli, dodici delle sue quattordici donne da cui li aveva avuti e oltre mille brani di musica sensazionale. La sua salma fu esposta al Palais du Peuple a Kinshasa, e mentre la TPOK Jazz suonava, l’intera cittadinanza si recò a dargli l’ultimo saluto. Mobutu proclamò il lutto nazionale di quattro giorni durante i quali radio e televisioni trasmisero ininterrottamente la sua musica, e gli conferì il titolo di Comandante dell’Ordine del Leopardo.

Assieme al vol. 1, questo secondo volume di Francophonic – in tutto sono quattro CD - racconta la storia del gigante della rumba zairese Franco Luambo Makiadi, apprendo una piccola ma estremamente significativa finestra su un mondo artistico e sociale che per noi ascoltatori e appassionati europei è difficile da penetrare quanto affascinante. Non vi resta che leggere nei due preziosi booklet il resto della storia, oppure semplicemente ascoltare e ballare la sua musica.




Tracce in ascolto:
Cooperation (con Sam Mangwana)
Sandoka
Suite Lettre No. 1 (con Tabu Ley Rochereau)
Marie Naboyi (da Francophonic vol. 1)
Ku Kisantu Kikwenda Ko (da Francophonic vol. 1)
Likambo Ya Ngana (da Francophonic vol. 1)
Kinsiona (da Francophonic vol. 1)
Lisolo Ya Adamo Na Nzambe (da Francophonic vol. 1)


Autore: Franco & TPOK Jazz
Titolo: Francophonic vol. 2
Anno: 2009
Label: Sterns

Brani:
1. Tokoma Ba Camarade Pamba
2. Bina Na Ngai Na Respect
3. Sandoka
4. Princesse Kikou
5. Nostalgie
6. Coopération
7. Suite Lettre No. 1
8. Missile
9. Pesa Position Na Yo
10. Kimpa Kisangameni
11. Mario
12. Testament Ya Bowule
13. Sadou


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