01 agosto 2009

Griot maestro della parola

Bamako, griot


"L'uomo è il padrone della parola che conserva nella sua pancia, ma diventa schiavo della parola che lascia fuggire dalle sue labbra". (Proverbio Africano).

Nelle società prive di scrittura la conservazione e la trasmissione del patrimonio culturale si fondano prevalentemente sulla letteratura orale tradizionale, espressa quasi sempre in forma cantata. In particolare nell'Africa Occidentale o sub-sahariana la memoria storica e culturale della comunità è affidata agli specialisti della parola orale.

La conoscenza della storia tradizionale è un fattore di coesione e di identità attraverso cui l'individuo può riconoscersi come appartenente ad un gruppo etnico-sociale che si distingue da altri, o giustificare la propria posizione sociale all'interno del gruppo stesso.

"Maestro della parola” è un titolo onorifico riservato a coloro che conoscono bene la storia del proprio popolo. I cantastorie, musicisti di corte, bardi o menestrelli, che hanno cantato per secoli le gesta eroiche di principi e re con l'accompagnamento musicale, sono i detentori dell'arte della parola. Dai loro canti traspaiono miti, leggende, credenze, conoscenze che fanno di loro i depositari del patrimonio storico e culturale del popolo cui appartengono. Nella maggior parte dei gruppi etnici dell’Africa Occidentale questo compito è una prerogativa di casta e spetta ai griot, così come l'esecuzione di un repertorio vocale e la padronanza degli strumenti musicali.

Kita, griot


Un tempo i griot erano i consiglieri del re e conservavano la "costituzione del regno con il solo lavoro della loro memoria". Ogni famiglia nobile aveva il suo griot che ne registrava le gesta e che, attraverso pratiche divinatorie, era anche in grado di fornire consigli e auspici per valutare, per esempio, l'opportunità di entrare in guerra con altri popoli. Il griot era anche il portavoce del re presso il popolo, e spesso fungeva da intermediario nelle relazioni diplomatiche con ambasciatori di altri regni.

La tradizione dei griot è un mestiere che può essere praticato indistintamente sia dagli uomini che dalle donne. Le conoscenze di un griot variano in base al contesto nel quale si trova ad operare, e spaziano dalla storia alla cosmogonia, alla genealogia, alla mitologia, alla storia politica. Esse si trasmettono di generazione in generazione all’interno della stessa famiglia.

Lo storico maliano Amadou Hampáté Bá (1901-1991), di etnia fulbe (fulani per gli inglesi, peul in francese e fula per i mandinka), li suddivide in tre categorie, secondo il loro ruolo:

– i griots musicisti che suonano tutti gli strumenti, spesso meravigliosi cantori, conservatori e trasmettitori di musiche antiche e allo stesso tempo compositori;

– i griots ambasciatori e cortigiani, incaricati di intrattenere le grandi famiglie, essendo legati ad una famiglia nobile o reale, spesso ad una sola persona;

– i griots genealogisti, storici o poeti (o tutti e tre allo stesso tempo) che sono generalmente cantastorie e viaggiatori, non necessariamente legati ad una famiglia.

Di fatto, i griots sono la memoria vivente del loro popolo, per questo, come disse Hampáté Bá in una conferenza all'Unesco negli anni Sessanta, in Africa. “ogni griot che muore è come una biblioteca che brucia”.

Kela, griot


Il sangue ereditato e il sale della vita: il significato della parola griot

Sembra che il termine griot sia il frutto dell'africanizzazione di una parola estranea all'Africa sub-sahariana, forse tratta da un termine arabo oppure, più verosimilmente, di origine francese (alterazione di guiriot, e questo dal portoghese crudo, servo, domestico), che sta ad indicare il musicista di casta. Nelle varie lingue africane il griot è chiamato:
- djelí (djelimuso se donna, plurale djelimusolu) tra i Maninka (Malinke) di Mali e Guinea, i Bambara (o Bamana) del Mali e tra i Mandinka di Senegal e Gambia,
- gewel tra i Wolof del Senegal,
- gawlo (plurale awlu'be) tra i Fula o Fulani o Peul,
- gesere (plurale geserun) o diare (jaare) tra i Soninke (Sarakole o Marka) del Mali.
- jeseré (plurale jeserey) tra i Songhay stanziati nella regione al confine tra Mali e Niger.

Il termine "djelí" proviene da una leggenda di cui ne circolano più versioni simili. Una di queste narra di due fratelli che si erano inoltrati nella foresta finendo col perdersi. Il più giovane, sentendosi mancare le forze per la stanchezza e la fame, decise di fermarsi e lasciare proseguire il maggiore da solo. Costui finse di allontanarsi per poi ritornare con un pezzo di carne fresca che diede da mangiare al fratello. Si rimisero cosí in viaggio. Solo in vista del villaggio il più giovane si accorse che il fratello sanguinava dalla coscia. Comprese allora di quanta generosità avesse beneficiato e promise al fratello eterna riconoscenza e devozione, e per il sangue versato, gli diede il nome di "djelí" (sangue).


Lo stesso termine djelì significa sia sangue che griot. In una storia raccontata in Costa d'Avorio, il griot viene rappresentato come lo schiavo dell'angelo di dio mandato sulla terra per fermare una guerra, Il quale si presenta davanti ai due capi antagonisti con due teste tagliate. In altre storie si racconta che quando i grandi guerrieri uccidevano i nemici, i griot tagliavano le teste ai cadaveri, le caricavano in spalla e le portavano al villaggio come prova delle gesta eroiche dei guerrieri. L’appellativo di djeli veniva dato loro a causa del sangue che dalle teste tagliate colava sul loro corpo.

In una leggenda islamizzata il protagonista Sourakata, antenato di tutti i griot, beve il sangue della ferita procurata a Maometto. La storia racconta che il Profeta aveva un'infezione alla gamba, e che la piaga si gonfiava. Ma la terra rifiutava il sangue; anche il cielo, le foglie e le radici degli alberi facevano lo stesso. Non volevano che il sangue di Maometto fosse versato. Allora Sourakata bevve il sangue, e la gente disse: «Sourakata ha una parte del sangue di Maometto!» Fu così che venne chiamato djelí, come pure tutti i suoi discententi.

Altri miti cosmogonici mettono in risalto come il griot sia generato dal sangue. In uno di essi si racconta che l'antenato dei griot che ha origine dal sangue del sacrificio di Faro (nella versione bambara) o di Nomino (nella versione dogon), discende dal cielo tenendo nelle mani il cranio del sacrificato, rappresentazione simbolica del primo tamburo del griot.


Senegal, griot
In wolof, lingua parlata dalla maggioranza dei senegalesi, gríot si dice guewel, che si traduce con l'espressione "formare un cerchio attorno a qualcuno". Il griot è quindi colui che parla e viene ascoltato dalla folla radunata nel penc, l'area circolare su cui la comunità si dà appuntamento per ascoltare, discutere deliberare ( in caso di cerimonie o spettacoli il penc viene detto geew). Il pubblico non si limita ad ascoltare lo specialista dell'epopea, ma può intervenire per dialogare col griot, anche provocandolo o criticando la sua esposizione dei fatti. Chi tra il pubblico prende la parola perchè ritiene di poter fare meglio affermerà di voler "aggiungere il suo pugno di sale nella marmitta". L'abilità del "maestro della parola" consiste anche nel saper usare la sua eloquenza per fornire audaci risposte e controprovocazioni nei confronti del pubblico.

Questa lotta verbale fornisce uno dei divertimenti, a cui si aggiungono il piacere di cogliere le velate allusioni a fatti passati o recentissimi, nonché le risate provocate dalle spudorate battute del gríot. Secondo l'opinione generale un mondo senza griot sarebbe "insipido come il riso senza salsa".

Nella tripartizione classica, per esempio quella dei fulbe, la casta dei griot si suddivide in mabo, gawlo e tíapourta. I primi sono di solito legati a una grande famiglia, di cui costituisce l'archivio vivente e dei cui membri egli rievoca le gesta eroiche accompagnandosi con il suo liuto. Considerato un consigliere per le famiglie nobili egli ne è il portaparola nelle situazioni pubbliche, dove un tempo era considerato disdicevole per il principe o per il Re parlare ad alta voce. Questi si rivolgeva allora al suo gríot, sussurandogli all'orecchio le sue decisìoni. Il griot prendeva fiato e, con tono solenne, informava gli astanti, avendo cura di esprimere il concetto secondo le forme di uno stile irresistibile.

Se la parola del mabo è considerata veridica, quella del gawlo è presa con precauzione. Non è certo la scarsa conoscenza della storia e della tradizione che gli viene rimproverata, ma l'uso spregiudicato che egli ne fa, per costringere chiunque l'ascolti a ripagare le sue effusioni liriche con laute mance, non esitando a gettare il discredito su chi non si dimostra sufficientemente generoso, rivelando ciò che doveva essere taciuto.

Nella scala sociale dei gríot l'ultimo posto spetta però al tíapourta il quale, vagando coi suoi strumenti per villaggi città e campagne, si lascia coinvolgere troppo dal ritmo sfrenato degli strumenti e con la sua libertà di parola arriva fino all'oscenità, sfruttando a fondo la tradizione che vuole che un gríot non possa essere picchiato né punito per ciò che dice.

Anche se è vero che gríot non si diventa, ma lo si nasce, prima di diventare il poeta ispirato la cui fama valica i confini del paese egli deve subire un addestramento fin dall'età di cinque anni, magari all'interno della sua famiglia, per poi spostarsi presso veri e propri "centri di studio". Per i djeli malinkè può essere l'austera scuola di Kela nel Mandèn, dove li attende un gravoso periodo di apprendimento che può durare più di dieci anni. O ancora nella città di Kita, che è considerata la "capitale" dell'arte oratoria (djeliya) e rimane ancora oggi il centro della scuola musicale dei Mandingo.

Guinea, griot (1910
Sia i figli dei nobili che quelli dei gríot passano in realtà anni a memorizzare le gesta degli stessi antenati, senza che gli uni sappiano (ufficialmente) degli altri. I nobili non possono permettere che i griot siano i soli a conoscere per intero la storia della loro famiglia, i griot devono impedire che nella famiglia nobiliare a cui sono legati qualcosa succeda o si dica a loro insaputa. Esistono certe musiche, corrispondenti a particolari "porte" (capitoli) dell'epopea che devono essere taciute per salvaguardare il buon nome di una famiglia, e che tuttavia si devono ripetere per poter essere memorizzate e trasmesse. Ma il gríot ne è il proprietario riconosciuto e se per caso sorprendesse un nobile a ripetere il ritornello di certe canzoni sarebbe autorizzato a farsi pagare una forte ammenda, e a farsene beffe sulla pubblica piazza.

Sapendo che il griot, parlando, tace sempre una verità, gli ascoltatori nutrono una sana diffidenza nei confronti della sua arte. Consapevole di tutto ciò, prima di cominciare la sua "performance" egli spesso avverte: "Ve ne dirò una parte, per conservarne un po' nella mia pancia".

Che lavori per la verità o per la menzogna, la lingua del gríot viene da lui stesso paragonata al miele e al peperoncino piccante, con essa, egli afferma, si può spegnere un incendio o farlo divampare. Disprezzato dagli uomini liberi perché appartenente ad una casta, egli ricambia il disprezzo vantandosi "di non curarsi né della pioggia né del sole", cioè di non aver bisogno di lavorare la terra per vivere. Infatti nella ripartizione delle caste, gli uomini liberi sono contadini, i nobili guerrieri. Le caste comprendono gli artigiani, i fabbri, i falegnami, i calzolai, i tessitori ed i gríot. L'ultimo gradino della scala sociale è occupato dagli schiavi. Ai principi fieri nel maneggiare le armi che lui non può toccare, simbolo di un potere da cui gli uomini di casta sono esclusi, egli ricorda che "la lama del coltello può certo essere affilata ma non potrà mai tagliare il suo stesso manico", vale a dire che l'uomo nobile non può parlare bene di se stesso, ha bisogno di un altro che lo lodi per essere credibile. A coloro che, appartenendo ad un'altra casta lo denigrano perché vive della sua parola, elemento quanto mai inconsistente, egli risponde: "Se dici che saper parlare non serve a niente è perché la tua parola non ti ha mai salvato dalla morte".

Tuttavia, l'ambivalenza della figura del gríot sembra essere legata a quella della parola. Come dice il proverbio, "La bocca è la spada che sventra la pancia di un uomo", e alla base della formazione delle caste nella tradizione malinkè sta, non a caso, un segreto svelato.

Casamance, Malang Diebate


Leggende e storie dell’origine

L'epopea malinkè di Sundjata permette di risalire alla formazione delle caste nell'area dell’Africa Occidentale, rimandando alla figura del potentissimo re Sumanguru (o Sumaoro), capostipite della dinastia dei fabbri Kantè, grande mago e stregone. Alla sua sconfitta nella lotta avvenuta nel corso del XIII secolo contro il principe cacciatore Sundjata, fondatore della dinastia dei principi Keita, fece seguito una ripartizione delle famiglie in nobili e "cascati".

La società tradizionale mandinga è fortemente stratificata, ed era tripartita in horon (agricoltori, cacciatori), nyamakala (artigiani, commercianti) e jon (schiavi). La nobiltà. o horon (nati liberi), costituita dai discendenti del fondatore dell'impero del Mali, Sundjata Keita, e dei suoi generali, è in cima alla scala gerarchica, mentre i discendenti degli schiavi occupano lo strato piú basso; nel gradino intermedio stanno gli artigiani, che includono i fabbri (numu), i pellai e vasai (garanké) e i cantastorie (djelí), considerati "artigiani della parola".
Poiché la schiavitú è stata abolita alla fine del periodo coloniale, la società mandinga si presenta bipartita in horon e nyamakala.

Gli artigiani hanno la facoltà di "dare forma' con le proprie mani all'energia spirituale (nyama). I fabbri, in particolare, sono considerati coloro che piú di tutti possiedono il dalílu (plurale daliluw), il potere di trasformare la materia che dominano attraverso forze sovrannaturali (nyama).

Ogni casta è riconoscibile dal cognome: i nobili sono Keita, Konaté, Touré; i djelí portano i cognomi di Kouyaté o Diabaté; i numu quelli di Camara, Konté o Kanté, Dumbia, Sissoko. L’appartenenza alla casta di griot può essere facilmente identificata dal nome della famiglia: Kouyaté, Diabaté, Dramé, Niakaté, Soumano sono alcuni esempi fra i più noti tra Mali, Senegal e Burkina Faso.
Ad ogni famiglia appartenente alla casta dei griot è dato in dono uno strumento. Se il balafon è suonato dalla famiglia dei Kouyaté, la kora, che è un’arpa-liuto a 21 corde dal suono celestiale e evocativo, lo è dalla famiglia Diabate.

Narra la storia di come il primo balafon o xilofono appartenesse a Sumanguru Kantè e fosse da lui gelosamente costudito. Il griot personale di Sundjata entrò di nascosto nella casa in cui Sumanguru accudiva i suoi feticci per apprendere il segreto del suo potere, e si mise a suonare lo xilofono, violando così un divieto. Sorpreso dal re-fabbro, il griot improvvisò una canzone di elogio per Sumanguru che, compiaciuto, esclamò "è troppo piacevole farsi lodare da un altro" e gli tagliò i tendini, affinché non potesse mai più allontanarsi da lui. Dopodiché gli impose il nome di 'Bala Faseke Kouyate", cioè 'Tu che hai visto il mio xilofono e l'hai suonato, c'è un segreto fra te e me".

Per la kora invece, una leggenda sostiene che fu sottratta a uno spirito femminile nelle grotte di Kansala, nell’attuale Gambia, da Touramakan, un generale di Soundjata della stirpe dei Traore, che in seguito la donò al suo djeli, Djelimaly Oule Diabate: da quel momento la kora appartiene ai Diabate.

La tradizione dei griots viene fatta risalire a Diakuma Dua, il griot personale di Sundiata Keita, anche se, nell'ottica islamica, il precursore è considerato Surakhata, colui che recitava gli elogi dei Saaba, i compagni del Profeta. Sono gli stessi Kouyate che riconoscono in Sourakata Ben Zafara, compagno di Maometto, l'antenato di tutti i griots. In una leggenda raccolta in Costa d'Avorio troviamo Sourakata torturato perché non vuole pregare; quando egli grida per chiedere perdono, Maometto dice: "Dal momento che egli grida bene, non uccidetelo! Lui resterà con noi e griderà. Tutti i figli e i nipoti di Sourakata saranno griot".

Bamako, griot


Un tempo al servizio del re per quale svolgevano il ruolo di intrattenitori, consiglieri, messaggeri, oggi i griots sono spesso indipendenti e svolgono il ruolo di intrattenitori presso le case di privati, dove sono invitati in occasioni festive (matrimoni, battesimi o altro) per raccontare le gesta degli antenati dell'ospite. In Mali, il djeli dei Mandingo e lo gnegno (plurale gneibe) dei Peul, oltre ad animare le feste nuziali, ricoprono il ruolo di mediatori e messaggeri tra due famiglie nobili per fare una domanda di matrimonio (le noci di cola portate in offerta al padre della futura sposa hanno un grande significato simbolico). Il griot talvolta interviene come mediatore in situazioni conflittuali, come ad esempio le dispute familiari, per tentare di trovare una soluzione o un compromesso tra due famiglie o due componenti appartenenti allo stesso nucleo familiare.

Nonostante il loro livello sociale sia molto basso, i griot sono rispettati e stimati per la saggezza e l'abilità musicale, ma sono anche temuti, sia perché si ritiene che possiedano poteri magici, sia per la loro conoscenza del passato. L'eccentricità, al limite del comportamento deviante, consente loro di dire cose "scomode" o addirittura di insultare il committente per la sua avarizia, rimanendo comunque impuniti. La loro posizione ambigua, caratterizzata da un basso livello ma da un'alta importanza sociale, consente loro una singolare mobilità e libertà all'interno del sistema delle caste.

Il repertorio dei griots è costituito da brani (julo) o canti (donkili), soprattutto i fasa (da fa, padre e siya, lignaggio), relativi alla narrazione cantata delle genealogie, della storia e delle leggende delle dinastie dei Mandingo. I brani più famosi tra i djelí sono Sundjata (Sundiata fasa), Keme Burama, Allah La Ke, Bani (Sanou), Duga, Janjon, Kaira, Kedo, Kulanjan, Mali Sadjo, Mansane Cisse e Tubaka.(ac)

EPICHE:
1) Keme Bourama
2) Kelefa Ba


English Version

2 commenti:

borguez ha detto...

e io imparo da un griot bianco che mi racconta ciò che volevo mi venisse raccontato!

ringrazio per questa trasmissione di sapere. bravo alessandro!

a presto,
borguez

GM ha detto...

Grazie caro Marco, non vediamo l'ora di fare ancora qualcosa insieme.

Questo articolo è il primo di una serie, in cui cercheremo di raccontare in parole e musica le antiche storie della tradizione malinke, quelle che abbiamo ascoltato a Russi in una splendida serata di luglio ...

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