06 luglio 2009

Clandestini per bene

LA STORIA DI AMINA


“Mi chiamo Amina, e vengo dall'Africa. Mia madre era la quinta moglie di mio padre, che aveva quarant’anni più di lei. Mio padre era un funzionario dello Stato e guadagnava molto bene, ma quando è morto la mia famiglia è precipitata nella miseria. La legge del mio paese vuole infatti che tutti i beni di un uomo vadano alla sua morte al figlio maschio più grande. Mia madre si è così ritrovata senza nulla. Io, che ero la penultima dei 27 figli di mio padre, ho dovuto interrompere gli studi quando la mia famiglia ha deciso di mandarmi in Europa, dove viveva già un altro fratello che fa il musicista.

Sono entrata in Italia come clandestina quattro anni fa, passando dalla Russia. In Russia ho atteso un intero inverno, in un appartamento gelido assieme ad altre sette ragazze africane. Quando è arrivata la primavera ci hanno caricato su un camion e ci hanno portato in Romania, poi un altro camion ci ha lasciato in mezzo ai boschi sul versante jugoslavo delle Alpi. Da lì abbiamo camminato a piedi un paio di giorni e siamo entrati in Italia.

Per pagare il viaggio per l’Europa la mia famiglia ha venduto quello che aveva: qualche gioiello di mia madre e un piccolo pezzo di terra che avevamo alla periferia della mia città. Grazie a ciò sono riuscita a pagare il debito che avevo contratto con chi mi ha portata qui, che per fortuna non era molto in quanto avevo già un fratello in Europa.


La città dove sono nata è piena di italiani. Una parte di loro lavora, vive in case con alti muri di cinta e guardie armate e gira in auto costose, accompagnandosi spesso con ragazze giovanissime. Altri hanno sposato donne africane conosciute in Italia. Qui da voi le coppie miste sono molte, e sembrano felici. Forse gli italiani apprezzano le nostre donne perché a noi viene insegnato che nel matrimonio il compito della donna è rendere felice il proprio uomo.

In Africa uomo e donna hanno ruoli diversi. L’uomo dà sicurezza alla sua famiglia, mentre la donna si occupa della casa e dà amore al marito e ai suoi figli. Se trovi un marito con un buon lavoro, gentile e che ti rispetta la vita familiare va avanti bene, ma purtroppo molti uomini africani non sono gentili con le loro donne, così molte ragazze africane vivono nella paura.

In Italia abito in una stanza assieme a un’altra ragazza. Il titolare del contratto di affitto è un uomo della mia città, sposato e con tre figli. Lui ha il permesso di soggiorno, così ha potuto prendere in affitto una casa vicino Roma con quattro stanze, di cui ne affitta due. La ragazza che divide la stanza con me lavora di notte. Una volta è tornata con un occhio gonfio e una gamba sanguinante, perché era stata picchiata da due rumeni che guidavano un grosso BMW. Per fortuna una sua amica è riuscita a chiamare la polizia, e così gli uomini sono fuggiti. Ma quando sarà in funzione la vostra nuova legge sui clandestini non si potrà più chiamare la polizia in caso di bisogno.


Io per fortuna non ho debiti da pagare, così riesco a vivere facendo le pulizie in diverse case di italiani. Tolte le spese per l’affitto, le bollette e i beni di prima necessità, quello che guadagno lo mando alla mia famiglia. Lavorare per gli italiani non è male. La maggior parte di loro sono gentili e generosi. A volte però succede che gli uomini siano fastidiosi. Vado a casa loro per lavorare, ma loro credono di potermi fare altri tipi di proposte. Te ne accorgi subito da come ti guardano. Se poi cominciano a dire che sei giovane, hai un bel fisico e una bella pelle vuol dire che vogliono da te qualche prestazione extra. Non importa se sono sposati o single, alcuni ti trattano come se si sentissero autorizzati dal fatto che loro sono italiani e tu africana. Io faccio capire loro con gentilezza che le loro richieste non mi interessano, ma spesso loro insistono, si prendono libertà che non hanno, e in qualche caso mi costringono a rinunciare al lavoro.

Abito fuori Roma, e a volte per andare a lavorare devo uscire di casa molto presto. Mi sveglio alle 5 per prendere il pulmann alle 6, in modo da essere al lavoro alle 8. Mentre aspetto l’autobus, soprattutto quando torno a casa la sera, molte auto si fermano per offrirmi un passaggio. Prima accettavo, poi ho smesso, perché molti degli uomini che mi accompagnavano a casa chiedevano poi un qualche tipo di pagamento per il disturbo. Una volta uno di loro a provato a prendermi con la forza, ma quando io mi arrabbio divento una tigre. Prima gli ho graffiato il viso a sangue, poi l’ho afferrato per la camicia, strappandogliela, e a quel punto lui ha cominciato a piagnucolare, pregandomi di lasciarlo andare e dicendo che non sapeva come spiegare a sua moglie di quei graffi. Sembrava un bambino impaurito, mi ha fatto pena e l’ho lasciato andar via.

Io sono cristiana. il giovedì sera e la domenica mattina vado in chiesa, dove incontro stranieri che vengono dall’Africa ma anche dal Bangladesh. Il nostro prete è sud-americano, ed è molto bravo. Con le mani lui riesce a capire se una persona ha problemi, e ci chiede di pregare per loro. Io credo che tutto dipenda da Dio. Se sono in Italia, fino ad oggi sono riuscita a lavorare e non mi è successo niente lo devo prima di tutto a Dio, poi a coloro che mi hanno aiutato. Per ringraziare Dio e fare in modo che continui a proteggermi devo cercare di non fare cose sbagliate. Ci sono cose gravi e cose meno gravi. Dio perdonerebbe le colpe meno gravi, ad esempio se capita una volta di non pagare il biglietto dell’autobus, ma la legge italiana non perdona. Se i controllori ti fermano e tu non hai i soldi per pagare subito la multa, allora loro ti portano in commissariato, e corri il rischio di finire a Ponte Galeria.


Quando entri a Ponte Galeria la vita diventa difficile. Se sei fortunata puoi cercare di richiedere un permesso come rifugiata, ma non è facile. Puoi chiederlo raccontando che se torni nel tuo paese rischi la vita. Io non rischio la vita, ma avrei la certezza di tornare a vivere nella miseria, di non poter pagare l’ospedale in caso di malattia e di non poter mandare i figli dei miei fratelli a scuola, perché nel mio paese la sanità e l’educazione costano cari, e una famiglia povera non se li può permettere. Per questo per me è importante restare in Italia, per assicurare alla mia famiglia ciò che occorre per vivere e dare ai bambini una speranza per il futuro.

Molti italiani non sono razzisti, ma negli ultimi mesi mi sembra che il razzismo stia aumentando. Te ne accorgi da come la gente ti guarda, da come ti tratta e anche da come borbotta sugli autobus contro gli stranieri. Vedendo il razzismo che c’è qui in Italia ho capito che anche noi africani siamo razzisti. Nella mia città, ad esempio, la maggior parte di noi non vede bene le persone di etnie differenti. Mia sorella una volte si fidanzò con un uomo di un altro gruppo etnico, e mia madre ci rimase male. Adesso ho capito che anche mia madre è in qualche modo razzista, e che il razzismo è come una malattia che può attaccare chiunque, anche chi crede di esserne immune."


Il nuovo decreto razzista sulla sicurezza approvato al Senato la scorsa settimana introduce nella legislazione italiana il reato di clandestinità. Il ragionamento che lo giustifica è l’equazione clandestino = criminale, e infatti il ministro leghista Maroni ha dichiarato che “questa legge creerà difficoltà a mafiosi e clandestini, ma aumenterà la sicurezza delle persone per bene”. Come se clandestini e persone per bene fossero due categorie separate di persone.

Abbiamo già scritto della Bossi-Fini, la legge che regolamenta l’immigrazione in Italia, che obbliga lo straniero che vuole venire nel nostro paese ad entrare come clandestino e trovare un datore di lavoro disposto a seguire procedure impossibili per metterlo in regola. Lo straniero non ha alternative, perché la legge vorrebbe che si presenti alla frontiera con un contratto di lavoro già firmato, ma nessuno assumerebbe un dipendente che non ha mai neanche visto in faccia. Grazie alla Bossi-Fini l’Italia è mandata avanti da clandestini che lavorano nei campi, nei cantieri o come colf e badanti nelle nostre case, e grazie al nuovo DDL sicurezza ora questi onesti e sfruttati lavoratori sono tutti fuorilegge ricercati, perché il decreto razzista persegue non solo l’ingresso, ma anche il soggiorno.

Quei clandestini per bene oggi sono sotto ricatto.



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1 commento:

Anonimo ha detto...

Abbiamo imparato a volare come gli uccelli, a nuotare come i pesci, ma non
abbiamo imparato l'arte di vivere come fratelli.
(Martin Luther King)

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