19 febbraio 2009

Mali '09 - Vita di cortile

cortile sambou
il cortile di Sambou


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“Siete venuti fin qui lasciando a casa tutto ciò che vi è caro,
e ora l’ospitalità è tutta per voi.
Il mondo non è iniziato oggi, e non sarà oggi che avrà fine.
Che Dio vi doni prosperità e una lunga vita.
Voi siete come la pioggia, sempre benvenuti.
State cercando un’avventura che vi auguro di trovare.
Siete partiti per una battaglia e tornerete vincitori.
Voi siete stati mandati da Soundjata,
un’amicizia che rimarrà intatta per l’eternità.
Siete dei re, e in quanto re io suonerò per voi.”
(kora be kuma lema)



in cortile
prima colazione


La mattina successiva al nostro arrivo a Bamako l’eccitazione ci spinge giù dal letto presto. Le camere in cui alloggiamo sono alla maison de la kora, la casa della seconda moglie di Toumani Diabate a Ntomikorobougou, e quando usciamo in cortile troviamo Sambou e Tene ad attenderci. Uno sguardo, un sorriso e un riconoscimento. La colazione, the, Nescafe, baguette, furu-furu di miglio fritti e burro duro di congelatore, ci attende a casa di Sambou.



da Ntomikorobougou a Badialan


Il tempo di lavarci e indossare abiti puliti e ci dirigiamo a piedi a Badialan 3, a pochi passi oltre la ferrovia. L’harmattan, il vento che viene dal Sahara, soffia nell’aria polvere sottile come borotalco e freddo, il cielo è bianco, la pelle si asciuga e gli africani si coprono con giacconi, sciarpe, cappelli e persino guanti.



Tene e la sua amica


Tene Sinaba è la terza moglie di Ibu, l’amico del Gambia che ho conosciuto a Bamako tre anni orsono. Sarà lei a cucinare per noi durante il nostro soggiorno maliano. Sambou Diebate è invece uno dei fratelli maggiori dell’amico Madya, e con Binta, sua moglie, si è trasferito dalla Casamance a Bamako sei anni fa, in cerca di fortuna e in attesa di un’occasione per emigrare in Europa. Come Madya anche lui suona la kora, e Toumani gli ha trovato un lavoro al lussuoso hotel Salaam, in centro, dove si esibisce tre volte a settimana per turisti facoltosi e personalità locali. Lo stipendio non è granché, ma lui arrotonda costruendo e vendendo kora.



Sambou monta le corde di una kora


Sambou vive in un cortile giallo e assolato di terra battuta assieme con altre quattro famiglie. Appena entrati, sulla sinistra, si trova la latrina comune, un piccolo locale impregnato del puzzo di orina ed escrementi, con il cielo come tetto e un buco al centro del pavimento collegato direttamente al canale della fogna che costeggia il muro di cinta. Niente acqua corrente né luce dopo l’ora del tramonto, quando la latrina diviene territorio di scarafaggi e altri insetti del buio.



la casa di Amin


Subito sulla destra vive la famiglia di Amin Dembele, figlia di un fratello maggiore di Toumani, che ci accoglie sorridente con il il rituale botta e risposta del saluto bambara, al quale via via che passano i giorni ci abituiamo a rispondere abbastanza naturalmente e persino appropriatamente. Sopra il sorriso il suo sguardo è intenso e penetrante, e presto ci accorgeremo del suo carattere forte e deciso, della sua severità di madre e di quanto sia rispettata e persino temuta dagli altri abitanti del cortile, compresi gli uomini. Nella veranda di Amin è sistemata una lavagna nera, dove Djakassa, la figlia più grande di Amin che ha 17 anni e frequenta la scuola superiore, scrive ogni giorno con il gesso le cose da fare e altre informazioni. Il signor Dembele, marito di Amin, è un militare, e lo incontreremo solo fugacemente ai suoi rientri la sera.



Yaya


La prima casa a sinistra, subito dopo la latrina, è senza veranda, e sulle sue mura gialle di argilla secca le grandi lucertole si scaldano al sole, che vi batte per tutto il giorno. E’ lì che abitano Bela, Sunje, madre della piccola Sane legata sulla sua schiena, e due donne anziane, Aminata e Fatoumata. Sul muro di fronte all’ingresso del cortile si affacciano gli appartamenti di Mahkounta, sorella di un altro fratello di Toumani, e di Yaya Doumbia, un marabout che ha condiviso con noi molte serate. Assieme a Sambou è l’unico uomo adulto che passa l’intera giornata nel cortile, e forse per questo, oltre che a causa della sua espansività e intelligenza, che lo abbiamo conosciuto meglio degli altri uomini. Legge il futuro nelle conchiglie, porta cuciti nei vestiti sacchetti di pelle contenenti feticci e custodisce in un angolo nascosto del cortile un piccolo altare per i sacrifici rituali.



Binta e Sunje in cucina


Al centro del cortile ci sono il pozzo e un albero che crea la zona d’ombra dove spesso l’anziana Fatoumata sistema la sua poltrona, dove si pulisce i denti con un bastoncino di kungue o gioca con la piccola Sane seduta sulle sue ginocchia. L’appartamento di due stanze e la veranda di Sambou sono proprio di fronte all’albero. Sul muro sono appesi gusci di calabasse e kora in stadi differenti di costruzione, mentre appena fuori dalla veranda, addossate al muro, le marmitte di alluminio grezzo brontolano sui fornelli a carbone. E’ là che cucinano Binta e Sunje.



Fatoumata e Sane


Delle cinque famiglie solo Sambou non ha bambini, ma con loro vive Tulai, una bimba con le trecce come antenne, figlia di suo fratello maggiore. Che una figlia possa essere affidata a un fratello o a una sorella che non riesce ad averne è un fatto del tutto normale in Africa, dove i bambini rappresentano sin da piccoli una risorsa familiare indispensabile. Tulai ha otto anni, ma quando non è a scuola già aiuta Binta in cucina e nello sbrigare altre semplici faccende domestiche.



Tulai


Il cortile è comunque pieno di bambini di tutte le età, più o meno sorridenti, timidi o espansivi, diffidenti o coraggiosi. Oltre a Tulai e Sane ci sono Marietou, Bakuruni, Fati, Fatoumata, Fantasi, Mama, Ibrahim, Adama, Sanata, Kadi, Fanta, e non sono ancora tutti. Nei giorni che abbiamo frequentato il cortile, ma anche strade e altre case, non abbiamo mai assistito a un litigio tra bambini o a un capriccio, al punto che il pianto di Adama quando è caduto dietro alla panca di legno e di Sane mentre la madre le insaponava il viso strofinandolo forte con la spugna ci hanno colti di sorpresa.



bambini del cortile


Perché i bambini africani sembrino più felici e meno viziati dei nostri non lo abbiamo capito. Che dipenda dalla quantità di tempo che passano a contatto con la madre, o dallo stare insieme a una moltitudine di fratelli, sorelle e amici di cortile, o dal fatto che la loro vita è integrata nella famiglia e che ciascuno di loro, fatta eccezione per i più piccoli, ha un compito da svolgere, oppure semplicemente perché l’educazione è più severa, sta di fatto che i bambini in Africa non rappresentano un peso per le madri, ma una gioia e un sostegno. Anche per questo ne partoriscono tanti.



Fantasi


Nel cortile abbiamo sempre visto le donne sgobbare con la schiena piegata. C’è da cucinare, da lavare i panni, da pulire il terreno dai rifiuti che vi si accumulano continuamente, da allattare i più piccoli, da fare e disfare trecce e pettinature senza le quali i capelli diverrebbero selve inestricabili. Raramente in Africa si vedono tavoli, normalmente il piano di lavoro è il suolo, e quando le donne si piegano per raggiungerlo i movimenti sono plasmati da una scienza antica. La loro schiena resta sempre dritta e le gambe semi tese, i piedi poggiano a terra con tutta la pianta e i gomiti fanno perno sull’interno delle ginocchia per scaricare il peso dalla schiena.



bucato in cortile


L’acqua viene tirata su dal pozzo alto 6 o 7 metri a braccia, ed è un bene prezioso che non va sprecato. Passa da un recipiente all’altro, e man mano che si sporca ne viene fatto un uso diverso e appropriato. Ci sono molti tipi di acqua sporca, alcuni dei quali sono ancora buoni per farne qualcosa. Il bucato passa dall’acqua saponata ai catini successivi sistemati in fila, in cui l’acqua è via via sempre più pulita. Vicino all’albero sono poggiate le curiose teiere striate di plastica riciclata, contenenti l’acqua per lavarsi e per andare alla latrina.



Wasa e Djeneba


Wasa e Djeneba lavorano più di ogni altra donna del cortile. Entrambe hanno meno di vent’anni e la loro storia ha avuto inizio in un villaggio. Le loro famiglie le hanno affidate ad Amin e Mahakounta che, in cambio del lavoro, le garantiscono cibo, vestiti e alloggio, e forse anche una speranza. Quando arriva la sera, e le donne possono finalmente riposarsi, Wasa e Djeneba non hanno più la forza di fare nulla, e restano sedute sulle loro sedie. A volte si addormentano sedute, ma prima di coricarsi aspettano che tutti gli altri membri della famiglia siano andati a dormire.



Sambou suona in cortile


Ogni sera, dopo cena, Sambou prende la kora e comincia a suonare. Sotto la veranda, intorno al tavolo basso appena sparecchiato, si siedono allora oltre a noi Yaya, Mariko, Cheick, Sissoko e Keita, mentre Binta, Tene e le altre ospiti di passaggio, come madame Camara, si accomodano sulle sedie e gli sgabelli bassi oltre il gradino fuori dalla tettoia. Sambou suona pizzicando le corde nello stile della Casamance, e canta uno dopo l’altro i brani del suo repertorio. Kelefaba, Mofola Terrya, Kedo. La sua voce non fa venire i brividi, ma è dolce e delicata, e ogni canzone contiene parole di lode e ringraziamento per noi, ospiti venuti da lontano, e per gli altri presenti. Kora be kuma lema, è la kora che vi parla. Uno a uno Sambou cita i nostri nomi mandinghi: Djeneba Diabate, Moussa Kouyate, Moriba Cisse, Mario Keita. Quando arriva l’ora di andare a letto il cortile diviene silenzioso, e con noi si svuota anche degli ultimi ospiti.



matite e quaderni per tutti


Maurizio aveva con sé quaderni, album da disegno e matite colorate da donare. Così abbiamo deciso di regalarli ai bambini del cortile. Un sabato, dopo la colazione, Sambou li ha raccolti tutti a lato della veranda, e l’entusiasmo ha preceduto la distribuzione. Tutto il cortile, anche le donne giovani e anziane, si sono avvicinate per guardare, e i bambini, che fino a quel momento ci avevano scrutato curiosi e imbarazzati da dietro le gonne delle madri, si sono mischiati a noi. Sorrisi, voci, parole. Maurizio è al centro della loro attenzione, e ancora di più lo diventerà quando comincerà a ritrarli con la matita e il pennelo magico. Qualcuno di loro scompare in casa con il prezioso tesoro. Un bimbo minuscolo torna accompagnato per mano da Bakuruni, per mostrare a Maurizio il suo primo disegno. Lo stesso accadrà più volte nei giorni successivi.



nel cortile dei Mariko


Man mano che passano i giorni l’harmattan diviene un ricordo e il tempo si fa più caldo. Le poltrone di corde di plastica del cortile sembrano inghiottirci e non volerci lasciare, e nelle ore che vanno dalla colazione al pranzo, fino al tramonto del sole, quando l’aria sembra almeno rinfrescarsi un poco, il cortile sembra risucchiarci. Oggi è giorno di bucato, ieri Amin è tornata da Bobo Dioulasso con stoffe, pentole e altri oggetti da vendere nel quartiere. Davanti ai nostri occhi la vita quotidiana scorre uguale a sé stessa, e i volti, i nomi e le voci dei bambini e degli adulti divengono sempre più familiari. Nel nostro immaginario collettivo quel cortile comincia ad appartenerci, e noi a quel luogo. Accade così che nei pensieri e nei discorsi tra di noi compare la prevista tristezza del distacco. Mariko è il primo a parlarne, dieci giorni prima della nostra partenza. “Bocoup de nostalgie”.



nel cortile dei Sinaba


La sera della nostra partenza la vita del cortile scorre come sempre, ma le donne, anche quelle con cui abbiamo scambiato solo sorrisi e saluti, ci sembrano vestite con un’insolita eleganza. Continuano ad occuparsi delle loro faccende, ma nell’aria si respira tristezza. Quando arriva il momento temuto, e ci alziamo per uscire per l’ultima volta, l’intero cortile smette di fare altro, e l’attenzione è per noi. Saluti, sorrisi tristi. I bambini ci circondano, ci prendono per mano, ci accompagnano fuori verso la macchina. Sambou, Binta e Tene salgono nell’auto di Cheick assieme a noi, ed è la prima volta che vediamo Binta uscire dal cortile. Tene piange a dirotto e consuma fazzoletti, e anche noi ci lasciamo andare alle lacrime, provando per pudore almeno a trattenere i singhiozzi. Lungo la strada passiamo a prendere la giovane e bella fidanzata di Cheick, e infine Kasse Mady, che già da qualche ora ci attende all’hotel Wassoulou, sulla strada per l’aeroporto. Sono loro che vogliono restare con noi fino al momento in cui le porte scorrevoli del terminal ci separeranno. Abbracci e ancora lacrime.



Binta


Il cortile in cui abbiamo trascorso molte delle nostre ore africane è un mondo di cui avevamo perso memoria. E’ una struttura sovrafamiliare, una microsocietà, una comune ancestrale. E’ il luogo di incontro e di scambio che unisce le case private alla strada, in cui possono entrare ospiti, venditori ambulanti e questuanti, e tutti troveranno nel cortile qualcuno disposto a dargli retta.



Djakassa


Il cortile è il luogo in cui i bambini imparano l’affetto, il rispetto, la convivenza, la mutua solidarietà e il lavoro. E’ il luogo in cui la famiglia si allarga agli altri, li accoglie e viene accolta. E’ lo spazio della condivisione dei discorsi, dei giochi e delle cose, che sono di qualcuno ma mai in modo esclusivo e privato. E l’ambiente dove gli anziani vivono assieme ai figli e ai nipoti, raccontando loro vecchie storie, dove possono riposare quando ne hanno bisogno e morire quando arriverà il momento. E’ là che si frequentano gli amici e se ne conoscono di nuovi.



Bakuruni, Adama, Fati


Accanto a quello che è diventato il nostro cortile se ne apre un altro, e poi un altro ancora. Le strade senza asfalto di Badialan e degli altri quartieri di Bamako sono un susseguirsi di cortili simili e diversi, ciascuno con la sua comunità fatta di famiglie, ciascuno in comunicazione con il cortile accanto, a formare una società interconnessa e in continuo scambio. E’ la trama di un tessuto sociale che forse un tempo apparteneva anche a noi, ma che oggi è andato perduto, e che per noi rappresenta una nuova geniale scoperta, una desiderata soluzione, tanto da indurci a fantasticare sull’acquisto di un cortile dove costruire un prezioso rifugio tra le famiglie africane.



ancora Fantasi


La società africana ha i suoi problemi, e non vogliamo certo idealizzarla. Ma la sensazione è quella di una società viva, in cui esistono valori comuni e ampiamente condivisi, mentre l’egoismo, l’individualismo e l’arroganza sono riconosciuti da tutti come un male. Forse non riusciamo a dirlo, ma la vita semplice di quel cortile è stata per noi come ritrovare una dimensione perduta, come un tuffo nel mare. Per questo abbiamo lasciato tutti Bamako portando con noi la nostalgia di quel cortile che ci è divenuto caro e delle sue relazioni, e il desiderio di tornarvi ancora il prima possibile.

Track List

1) Mah Kouyate n. 2 - Soso (da Sumu vol. 1)
2) Mah Kouyate n. 2 - Mali Sadjo (da Sumu vol. 1)
3) Sambou Diabate - Mofola Teria (da Wallai 005)


DISEGNI DI MAURIZIO RIBICHINI

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1 commento:

ReeBee ha detto...

...il prima possibile...il prima possibile...il prima possibile...

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