03 marzo 2009

Mali '09 - Amara dice


Amara Diabate


ASCOLTA (vedi Guida all'Ascolto)


Una volta spento il generatore che alimentava la lampada al neon e il faro usato da Robert per le riprese, le stelle del cielo di Kela e la brace del fuoco restano le sole fonti di luce ad attenuare la coltre nera della notte africana. Gli abitanti del villaggio si sono ritirati nelle loro capanne, e intorno al fuoco, oltre a noi sono rimasti Kasse Mady, Lafia e Amara.



Sul Niger


Kasse Mady inserisce una cassetta nel vecchio registratore che ha portato con sé da Bamako, e mentre scorrono i brani del suo ultimo disco lui parla di futuro e di speranze. Sull’altro lato del falò Amara risponde a una domanda sul significato di essere djeli nell’Africa di oggi, disapprovando la cupidigia di molti giovani griot di Bamako e anticipando in francese una sintesi dei discorsi fatti in malinke e in musica dai djeli di Kela, che avremmo tradotto soltanto al nostro ritorno. Nell’ultimo disco Kasse Mady canta Sansan, un brano per un amico – spiega Amara – mostrando che l’essenza del djeliya non è offrire lodi in cambio di denaro.



Lafia Diabate


Avvolti nel fumo odoroso il freddo della notte si fa pungente, e via via che ci stringiamo intorno alla fiamma il viso si fa bollente, mentre nella schiena si avverte la lama gelida dell’umidità. Quando il sonno sta per sopraffarci ci ritiriamo nel buio delle capanne, e mentre ci addormentiamo, Lafia, che è rimasto accanto al fuoco, prende la chitarra e comincia a cantare melodie dolci e bellissime, che ci accompagnano nel dormiveglia di quella giornata così intensa. A metà del secondo brano sprofondo nell’incoscienza e in sogni dimenticati.



alloggi all'accampamento Fama


La mattina il risveglio è tardi, e la radura tra gli alberi e le capanne è già piena di gente. Mentre beviamo Nescafè e mangiamo pane di Kela, Amara ci spiega che il freddo della notte viene dal grande fiume Niger, che passa a poche centinaia di metri da noi. Poi ci chiede se vogliamo andare a vederlo, e noi rispondiamo senza alcuna esitazione. Siamo tutti assetati d’Africa, e quasi inconsapevolmente percepiamo che il modo migliore per placare quella sete è non rifiutare nulla di ciò che ci viene offerto. Per questo rispondiamo a qualsiasi proposta con un si, comune e deciso, anche se ciò stravolge irrimediabilmente i nostri vaghi programmi.



verso il Djoliba


Saliamo sulla Toyota di Cheick e in pochi minuti attraversiamo la macchia cespugliosa e arriviamo sulla riva, ma il fiumicciattolo calmo e largo pochi metri che ci troviamo di fronte non è certo lo spettacolo che ci aspettavamo dal grande Djoliba. Amara ci spiega che quello è solo un piccolo braccio laterale, che il vero fiume è più avanti, oltre le dune di sabbia rossa, ma che per raggiungerlo occorre camminare un poco. Volete andare a vederlo? La nostra risposta è scontata.



guado


Raggiungiamo un guado in cui il fiume è basso, ci togliamo le scarpe e immergiamo i piedi nell’acqua fresca e limpida. Una sensazione di libertà e potenza mi risale lungo le gambe, ma la strada per il fiume vero è ancora lunga. La sabbia arancione composta di frammenti cotti e resi duri dal caldo del sole ci graffia dolcemente le piante dei piedi. Attravarsiamo altri tre piccoli bracci laterali, e ogni volta che i piedi entrano in acqua sentiamo quella stessa libertà, e anche il rispetto per il grande fiume, così importante per lo sviluppo dei popoli e dei grandi imperi dell’Africa Occidentale. Dopo averci lambito la pelle quell’acqua scorrerà verso nord, bagnerà il deserto, attraverserà lo stato del Niger e tutta la Nigeria, dal Sahel fino alle foreste di mangrovie sulla costa dell’Atlantico. Forse qualche frammento di noi arriverà fino all’oceano, o forse si fermerà lungo il tragitto, chissà dove.


verso djoliba 3
Moriba e Amara sulla duna


Dopo aver risalito una ripida duna ci troviamo di fronte una vasta spianata di sabbia arancione, oltre la quale, in lontananza, scorgiamo l’argento del corso principale e la macchia grigia e lontana dell’altra sponda. L’harmattan rende il cielo bianco e rinfresca l’aria.



sulla pinassa


Camminando, con le scarpe in mano, incontriamo un pescatore che torna al villaggio con il suo magro bottino di carpe e pesci gatto. Le cacche di mucca essiccate al sole sembrano fiori neri che spuntano dalla sabbia, mentre i gusci di ostriche di fiume assomigliano a cocci bianchi di vasi rotti. Sulla riva del fiume è appena approdata una piroga, e Amara chiede se vogliamo raggiungere l’altra sponda del fiume. Così saliamo e ci sistemiamo a bordo della pinassa in modo che il peso sia bilanciato, mentre due giovani si posizionano in piedi a poppa e, con l’aiuto di due lunghi pali, spingono l’imbarcazione lontano dalla riva.



sul fiume


Per attraversare il Niger da sponda a sponda, che sembra un mare anche se siamo solo all’inizio del suo lungo viaggio, ci vuole un tempo indefinito che si approssima alla mezz’ora. Quando approdiamo sulla riva opposta, vicino al villaggio di Namina, veniamo accolti dal canto potente di una djeli, che evidentemente è stata informata del nostro arrivo, perché si rivolge a Kristina chiamandola Djeneba, il suo nome africano. E’ la sorella di Amara.



djeli a Namina


A Namina si lavorano le bacche di karité. Vengono prima pestate in grandi mortai di legno e poi macinate con macchine rudimentali, dalle quali esce un olio denso di color marrone scuro, che filtrato diventerà burro di karitè. Qui lo vendono in pacchi da almeno tre chili avvolti in foglie e legati con fibre vegetali, e lo usano in molti modi, spalmandolo come crema sulla pelle e sui i capelli, come unguento medicamentoso, stendendone un velo nelle narici a formare una barriera per la polvere, e anche da mangiare, in piccole quantità. Ma prima di vedere la lavorazione del karité – ci spiega Amara – è buona regola presentarsi al capo villaggio, in modo da informarlo del nostro arrivo e ricevere il benvenuto.



Transumanza a Namina


Quando torniamo alla pinassa i bambini del villaggio ci accompagnano sorridenti e chiassosi fino alla riva. Nel percorso incontriamo una mandria di vacche accompagnata da alcuni pastori peul, arrivati qui dal nord perché durante la stagione secca c’è più acqua. A maggio, quando cominceranno le piogge, prima che il terreno diventi fango si muoveranno nuovamente verso nord. E’ la transumanza. I pastori nomadi sono accampati vicino al villaggio, dove scambiano il loro latte con miglio e riso. Mentre ci allontaniamo sul fiume i bambini restano a lungo a guardarci, salutandoci con la mano.



Warakun - nipoti del capo villaggio


La tappa successiva è il villaggio di Warakun, un paio di chilometri a monte sul corso del fiume. Amara è amico di infanzia di Fode, il figlio di Sekou Keita, il capo villaggio. Dopo aver salutato il padre ci accomodiamo nella veranda del figlio, che ci offre thè e arachidi. Poi, prima di andar via, Fode ci regala due polli vivi, scusandosi delle loro dimesioni ridotte. Noi ricambiamo con del denaro.



gemelli


Tornando al fiume incontriamo donne che lavano panni, una madre seduta in terra con due gemelli in braccio, pescatori, gruppi di bambini curiosi, due giovani che cercano di caricare una motocicletta su una pinassa. Sulla via del ritorno il sole ha squarciato il bianco dell’harmattan e scalda la pelle, e la brezza fresca del fiume, che solleva piccole onde, ci regala sensazioni piacevoli. La grande distesa di sabbia e i bracci laterali da attraversare a piedi nudi sono oramai luoghi familiari. Camminiamo leggeri, con la vita che pulsa nei muscoli e scorre nel sangue.







sulle sponde


Ritroviamo Kela che ci attende. Mangiamo riso e tranci di un grosso pesce capitano, poi ci rechiamo dagli anziani riuniti nella veranda antistante alla capanna del capo, che ci stanno aspettando per salutarci e per le benedizioni a protezione del viaggio di ritorno. “Voi avete offerto il vostro rispetto a Kasse Mady e a Kela, per questo qui siete stati rispettati. Kela è il vostro villaggio, potete tornarvi e restare quanto volete, anche un mese.” Poi Kasse Mady ci porta a vedere la casa dei suoi genitori e la capanna spoglia e circolare in cui si riunisce il consiglio dei djeli di Kela per prendere insieme le decisioni importanti. Mentre eravamo sul Niger Amara ci ha spiegato che il giorno prima il consiglio si era riunito per decidere la composizione della delegazione che sarebbe partita da Kela per partecipare al funerale di un importante djeli di un lontano villaggio in Guinea. Lafia, Amara e altri due giovani partiranno domani e viaggeranno un giorno intero, 500 km di pista nel bosco. Non possono non andare, perché una delegazione di quel lontano villaggio aveva fatto lo stesso solo poche settimane prima.


Amara con gli anziani


Oramai manca poco al tramonto, e la strada di ritorno è lunga e pericolosa, così partiamo subito, avvertendo tutti la sensazione che saremmo dovuti rimanere almeno un altro giorno, e anche che ritorneremo, perché Kela ci ha riempito di tesori, e noi abbiamo intenzionalmente lasciato laggiù un pezzetto di noi stessi, in modo da dover tornare.


amara e awa
Amara e Awa Diabate


Nelle settimane successive non siamo tornati a Kela, ma Kasse Mady ci ha informato quotidianamente di ciò che accadeva laggiù, e anche che a Kela si parlava spesso di Djeneba e degli altri amici italiani, di quella sera intorno al fuoco e di quello strano e profondo legame stabilitosi con gente che veniva da così lontano. Scherzando tra noi abbiamo immaginato che d’ora in poi la storia di Djeneba de l’Italie sarebbe stata trasmessa di padre in figlio dai djeli di Kela, attraverso i secoli, assieme a quella di Soundjata Keita e di Samory Toure.


foto ricordo
souvenir di Kela


Guida all'ascolto

Bajourou - Big String Theory - Bajourou vuol dire "grandi corde", musica acustica senza percussioni, suonata tra amici e non in occasione di grandi celebrazioni. Questo disco, registrato a Bamako nel 1992 da Ben Mandelson, è l'incontro tra i due grandi chitarristi Bouba Sacko e Djelimady Tounkara e la voce di Lafia Diabate, fratello di Kasse Mady. Per la sua purezza e semplicità è considerato uno degli album migliori e più rappresentativi della musica tradizionale malinke.
Brani: a) Fanta Barana b) I Ka Di Nye c) Jodoo



DISEGNI DI MAURIZIO RIBICHINI

English Version

1 commento:

Vera ha detto...

Oh come leggo volentieri questi racconti di odori suoni incontri sensazioni totalmente maliane, che riconosco nella memoria e mi mancano tantissimo.. fortuna che anche la loro musica aiuta a tenerle vicine.
Grazie e complimenti!
Kambe...

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