05 gennaio 2009

Muri che non ci sono


ASCOLTA dal Gambia


Abbiategrasso, Milano, termometro a meno 12, un freddo cane. In cinque dentro una Opel Tigra ci rechiamo all’appuntamento con gli amici del Gambia. Pochi chilometri e rimaniamo in quattro, ancora stretti ma a norma di legge. La carovana delle auto cariche di giovani uomini africani parte per Lissone, vicino Monza, per celebrare in un solo colpo la nascita e l’assegnazione del nome di Djeneba e il matrimonio di Maria e Omar.



La casa di Maria si riempie lentamente di mandingo e italiani. Al nostro arrivo, alle 10 di mattina, le donne africane sono già da tempo ai fornelli. Le frittelle dorate di banane ci guardano dai vassoi e dai catini, l’agnello è stato già fatto a pezzetti e la verdura cuoce sfrigolando nelle pentole. Nella piccola stanza che dà sul giardino sono riuniti gli uomini adulti. La conversazione è in mandinka, e oltretutto io e Alessandro non abbiamo ancora bevuto il primo caffè del mattino. Così abbandoniamo Madya perfettamente a suo agio e insolitamente estroverso nella stanzetta e, mentre Kristina si occupa di pubbliche relazioni con le ospiti italiane che arrivano da Pisa e di assaggiare le pietanze appena cucinate, noi usciamo alla ricerca di un bar.


I Suso sono una importante famiglia di djeli del Gambia, il paese d'origine della kora. In Mali, Senegal e Guinea il loro cognome gambiano si pronuncia Sissoko. La sera prima, a casa di Djeli Moussa, abbiamo cercato di districare la rete delle parentele, ma siamo rimasti impigliati. Abbiamo capito però che Ibu e Omar sono cugini di primo grado sia di Toumani Diabate che di Ballake Sissoko, di cui Djelimoussa è sia cugino che fratellastro, in quanto suo padre ha sposato la madre di Ballake quando è morto Djelimady Sissoko, che era suo zio. In Africa si usa che quando una donna diventa vedova e ha già dei figli può decidere di sposare il fratello di suo marito, mettendosi così al riparo da un futuro incerto e anche dal dovere di partorire altri figli.


Abbiamo scoperto che anche Madya Diabate, che ci ha accompagnato a Milano, è cugino di primo grado di Ballake, ma ciò che non abbiamo capito è se lui lo sapeva.


Del resto i gradi delle cuginanze sembrano essere più importanti per noi che per i djeli, di cui si dice che si considerino una sola famiglia, come una pianta di zucca, la cui radice cammina sotto terra e produce frutti in superficie anche lontano dal suo luogo di origine. Per questo Madya è contento, perché conoscendo i Suso ha ritrovato fratelli e cugini che non aveva ancora mai visto. Ma torniamo alla festa.


La casa di Maria è oramai strapiena di gente, ma la cerimonia non può iniziare. Mancano ancora il padre della giovane e alcuni anziani della comunità, a cui è affidato il compito di presiedere la cerimonia. Però, grazie al caffè trangugiato oltre la ferrovia, Io e Alessandro non abbiamo più fretta, e ci accomodiamo tra la folla vociante.


Finalmente Maria esce da una porta scorrevole con la piccola in braccio, e viene circondata da tutti tranne che dalle donne ai fornelli, troppo indaffarate a cucinare il riso con le verdure e l’agnello nelll’enorme pentolone di alluminio portato nel frattempo da qualcuno. Ai presenti sono offerti bicchieri di frullato di cocco.


Fuori c’è il sole che stempera il gelo, e chi fuma può prendersi una meritata pausa lontano dal trambusto. La porta di casa continua ad aprirsi, fino a quando finalmente entra una barba bianca e maestosa, seguita da Max, il padre di Maria. Mentre da tasche e borse spuntano macchine fotografiche, con calma i divani vengono liberati per lasciar posto ai protagonisti della giornata. Per l’islam non è necessaria la presenza di un imam, bastano cinque fedeli rappresentativi, e così la cerimonia può avere inizio.


La bambina non viene rasata, come vorrebbe la tradizione, ma gli vengono tagliate solo due ciocche di capelli. E’ uno dei tanti atti di rispettosa delicatezza per i non mussulmani presenti, molti dei quali non vengono neanche colti. Poi uno ad uno gli anziani prendono in braccio il fagottino avvolto nella coperta colorata e le parlano sottovoce, forse recitano brani del Corano. Lei ascolta con uno sguardo insolitamente attento per una cucciola di due settimane.


Finalmente viene annunciato il suo nome, Djeneba, come una delle figlie del profeta. Preghiere e pochi discorsi in mandinka tradotti in italiano prima che Max si decida a intervenire. Le sue parole sono cariche e intense, e trasmettono la preoccupazione di un padre, ma anche la sua gioia e la sua speranza. Parla di tolleranza, di rispetto per le religioni – per l’islam di Omar e per il cattolicesimo di Maria – di integrazione e di auspici per il futuro. Un bel discorso a cui non si può non applaudire.


Nessun pregiudizio, ma neanche superficialità rispetto a un incontro tra due mondi e due culture che appaiono così lontane, in cui Max – calabrese trapiantato a Milano - intravede chiaramente le possibili difficoltà, ma anche l’incredibile potenziale, perché è dal contrasto tra diversità che può nascere un frutto dal sapore e dal profumo nuovo. “Djeneba avrà qualcosa in più rispetto agli altri bambini – ci dice più tardi in giardino – perché apparterrà a due mondi”.


Durante il matrimonio Madya assume il ruolo tradizionale del griot, recitando le domande e le formule di rito. Gli anziani raccolgono denaro che – viene spiegato – sarà ridistribuito a chi ne ha il diritto, e regali per la bambina. Poi vengono scartati alcuni sachetti di pastica e donato il loro contenuto di noci di kola, prima a Max, che forse non comprende che quel gesto rappresenta il pagamento rituale dovuto al padre della sposa in cambio di sua figlia, e infine agli astanti. Madya imbraccia la kora è comincia a suonare, mentre le donne e i giovani distribuiscono i piatti di riso, agnello e verdure e le bevande analcoliche.


Accanto a Madya, che regala ai presenti il canto della sua bella voce e le sue stupefacenti improvvisazioni sulle vent’uno corde, si alternano all’accompagnamento Omar, Djeli Moussa e Kristina. La festa va avanti, mentre io Alessandro e Kri ci prendiamo una pausa e visitiamo il mondo incantato di Max, il suo studio di artista, ingombro di quadri che escono dalle cornici e di sculture che si nascondono dietro le grandi tele. Non c’è molto da raccontare, perché l’arte di Max è emozione senza parole. Del resto lo avevamo intuito già durante la festa, quando lui si era avvicinato a noi per conoscerci e farsi conoscere. Uno scambio profondo che ci auguriamo si ripeta, magari a Roma, in occasione di una sua mostra.


Ritroviamo casa di Maria più tranquilla di come l’abbiamo lasciata. Prima di salutare tutti e risalire sull’Opel Tigra ci trastulliamo ancora un po’ con gli amici italiani e africani rimasti, dondolati dalla magia della kora di Madya. Il sole è basso sull’orizzionte, e il freddo tagliente di Milano ricomincia a farsi sentire. Lissone – Abbiategrasso – Stazione Centrale, arrivederci Ibu, Omar, Djeli Moussa, Max, Eva, Maria e Djeneba. Grazie dell'ospitalità, il caldo inverno di Roma ci attende.


Dal Gambia - brani:

1. Jaliba Kuyateh - Amilcar Cabral
2. Jali Nyama Suso - Tabara
3. Tata Dindin - Kele
4. Jack De Johnette & Foday Musa Suso - Kaira
5. Jaliba Kuyateh - Mama Jobe

4 commenti:

ReeBee ha detto...

Ecco, questa è una storia che vorrei sentir raccontare altre cento, mille volte ancora.

Jazz from Italy ha detto...

grazie GMà di questo racconto.

In qualche modo ci hai invitati a questa bellissima festa dove di amaro, c'è solo il retrogusto della kola.

Per il resto colori pastello, morbida musica, incontri e ospitalità.
Ed ovviamente, la vita che cresce.

Benvenuta Djeneba.

Anonimo ha detto...

La cosa più bella letta è relativa alla figura di Max che da uomo del sud-italia è contento di avere una nipotina di due mondi. Si legge una doppia integrazione, di lui al nord e di lui con gente ancora più a sud del mondo.

borguez ha detto...

questa io la chiamo speranza, e gioia.
anch'io dico benvenuta Djeneba.
raccontatemi altre storie come queste.
grazie.
borguez

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