05 novembre 2008

Origini etniche degli schiavi africani in Brasile


Tratto da
"Samba, sintonie culturali e derive africane nel Nuovo Mondo"
di Roberto Lycke (r.lycke@tiscali.it)


NB: slegate dal contesto generale dello studio, alcune delle informazioni qui di seguito riportate potrebbero risultare incomplete e quindi di difficile comprensione. Per eventuali approfondimenti contattare direttamente l’autore.

Titolo originale del Capitolo: "BREVE DISQUISIZIONE SUI PRECONCETTI DI CLASSIFICAZIONE E DI APPARTENENZA ETNICA DEGLI SCHIAVI AFRICANI IN BRASILE"

Prologo


Spinto da un’enorme curiosità legata ai cammini percorsi dai ritmi africani fuori dall’Africa stessa, ho effettuato una ricerca sulle origini delle varie comunità di discendenza africana in Brasile. Al fine di comprendere meglio le diverse componenti che costituiscono l’universo culturale di queste comunità, ho approfondito e preso spunto dagli studi esistenti sui flussi relativi alla tratta degli schiavi.

In particolare, nel tentativo di individuare la discendenza del mio interlocutore di turno, oltre alla consultazione di testi e ricerche sul campo mi sono divertito nella compilazione di un piccolo e personalissimo vocabolario, composto da una manciata di termini ed espressioni di uso comune tra le popolazioni di origine Bantu e Sudanesi, ed in particolare quelle di lingua Kimbundu e Yoruba, due tra le etnie africane più rappresentate in Brasile.

Oltre agli approfondimenti realizzati in alcuni Quilombos, luoghi nei quali gli schiavi fuggiaschi si radunavano in villaggi fortificati nascosti in località inaccessibili, mi sono interessato allo studio delle Irmandades (confraternite), società religiose nelle quali gli schiavi ed i liberti si riunivano nel tentativo di ricostruire i modelli sociali abbandonati in Africa.

Purtroppo, come vedremo, i fattori che ancora oggi contribuiscono a rendere molto faticosa una ricostruzione genealogica della quasi totalità degli afro-brasiliani sono il frutto di quella ignoranza, di quel disinteresse e disprezzo che gli europei dell’epoca mostrarono nei confronti delle culture africane.

* * *


Durante il XVII secolo, dopo decenni di tratta degli schiavi, il numero degli africani importati nell’allora capitale del Brasile, Salvador de Todos os Santos, divenne così imponente che al fine di evitare possibili rivolte l’elite bianca pensò di correre ai ripari architettando alcuni accorgimenti.

Attraverso una serie di preconcetti ed informazioni errate si scelse di mettere in atto un processo di smembramento dei gruppi etnici quale strumento di controllo. Per comprendere il disastro culturale causato dalla grossolanità di questo espediente bisognerebbe capire il modo in cui l’Africa fosse percepita in quella epoca.

E’ importante considerare che, istituzioni a parte, la maggioranza delle informazioni alle quali la gente comune aveva accesso erano frutto dei fantasiosi racconti che i negrieri riportavano in patria. Questi racconti, arricchiti di immagini mostruose frutto della fantasia e dell’ignoranza dell’epoca, generalmente raffiguravano un’Africa selvaggia, oscura, ostile alla civiltà europea che, al contrario, era sinonimo di luce e purezza. Anche per questa visione assolutamente eurocentrica, la comprensione che l’opinione pubblica aveva delle culture africane era assolutamente priva di punti di riferimento attraverso i quali poter stabilire un qualsiasi dialogo.

Ricostruendo le dolorose ed umilianti fasi del percorso che portò milioni di africani nelle piantagioni e nelle miniere del Nuovo mondo vediamo che gli schiavi, contrariamente a quanto comunemente si crede, piuttosto che essere catturati direttamente dai trafficanti europei in realtà venivano acquistati dalle popolazioni locali in cambio di tabacco, tessuti o altre merci.

Immaginare che i portoghesi potessero assegnare il gruppo di appartenenza etnica di ogni singolo individuo (nazione) sulla base di informazioni quali il luogo dell’imbarco o della cattura (ignorando tra l’altro che entrambe le cose potessero avvenire in zone molto distanti rispetto a quelle di origine) ci dà una idea dell’approssimazione con la quale questa appartenenza venisse individuata. In effetti spesso gli schiavi venduti erano il frutto di bottini di guerre intestine che, senza sosta, si verificavano tra i vari regni, principati o imperi africani dell’epoca.

Con l’arrivo degli europei molti di questi regni, che già da secoli avevano l’usanza di utilizzare come bene di scambio i prigionieri fatti in battaglia, si servirono di questo “prodotto” per dare avvio ad un commercio che andrà avanti per quasi quattrocento anni.


Foto. Re Behanzin 1894 Dahomey


Il facile accesso alle nuove tecnologie, armi comprese, determinò che le popolazioni situate sulle coste prendessero facilmente il sopravvento su quelle dell’interno.
In questo senso fu molto importante il ruolo che i vari re del Dahomey (oggi Benin) svolsero nell’area del golfo della Guinea, scatenando continue guerre che, oltre a vederli spesso vincitori, li resero molto ricchi e potenti.

Studiando i testi relativi alla tratta degli schiavi in quella area geografica è interessante sottolineare come questi potenti monarchi utilizzassero la propria autorità dettando in prima persona le regole del commercio attraverso una politica molto scaltra, senza lasciarsi intimidire dalle nazioni europee che sino all’epoca colonialista non osarono investire eccessive risorse nel controllo dell’area.

In particolare i portoghesi, che militarmente non si impegnarono mai in questa zona, subirono imposizioni e persino veri e propri attacchi, ai quali risposero sempre con grande diplomazia e facendo buon viso a cattivo gioco.

Ma tornando alla ricostruzione delle varie fasi della prigionia, vediamo come una volta catturati i prigionieri fossero trascinati nei pressi dei luoghi d’imbarco, in attesa di partire per la traversata dell’Atlantico. Qui, isolati dal proprio gruppo etnico prima di essere imbarcati, gli schiavi venivano battezzati dai cattolicissimi portoghesi che per giustificare le proprie malefatte (e ricevere anche l’appoggio morale della chiesa di Roma) strumentalizzarono il battesimo utilizzandolo come un mezzo attraverso il quale barattare la salvezza dell’anima in cambio di duro lavoro.

Arrivati in Brasile dopo un lungo ed estenuante viaggio (calunga), gli schiavi venivano condotti al mercato per essere venduti a seconda della richiesta della piazza.

A Bahia per esempio, dove gli schiavi Minas e Yoruba (africani originari dall’area del Golfo della Guinea) erano di gran lunga preferiti agli schiavi di origine Bantu (originari dall’area dell’Africa subequatoriale), accadeva spesso che commercianti senza scrupoli vendessero per Sudanesi africani di altre etnie.

Una volta venduti all’asta gli schiavi erano portati nelle piantagioni dove venivano alloggiati in casali detti senzalas(1). In queste abitazioni molto spartane, nelle quali in un unico grande ambiente si viveva ammassati nella promiscuità più assoluta malgrado le enormi differenze culturali, le etnie riuscirono a unirsi tra loro, dando vita ad un inatteso proto-panafricanismo. Nel disperato tentativo di non sprofondare nell’oblio culturale gli schiavi si strinsero con forza e orgoglio attorno alle proprie tradizioni, riuscendo a mettere in atto una sorta di “silenziosa resistenza”.

Al fine di mostrare un volto presentabile agli occhi dei padroni, che mal sopportavano cerimonie pagane sul suolo della sacra corona portoghese, assimilando e mutuando alcuni concetti del cristianesimo gli schiavi sincretizzarono i santi cattolici con le divinità provenienti dall’Africa, ritrovando una forma comune di identità nella quale riconoscersi tutti indistintamente.

Negli ultimi anni del secolo scorso, attraverso questo sincretismo religioso, la comunità afro-brasliana si avvierà a muovere i suoi lenti passi verso un riconoscimento e un’integrazione culturale che, in realtà, si rivelerà tale solo nelle sue componenti più stereotipe e folcloristiche.

Finalmente, con l’approvazione della “Legge Aurea” promulgata dalla principessa Isabella il 13 maggio del 1888, venne sancita la fine della schiavitù anche in Brasile.

Nel tentativo di evitare una serie interminabile di cause e ricorsi che i proprietari di schiavi avrebbero intentato contro le istituzioni, per legge vennero dati alle fiamme tutti i documenti relativi alla compravendita degli schiavi, cancellando così in un sol colpo la storia di milioni di individui e creando il disastro identitario nel quale le comunità afro-brasiliane vivono ancora oggi.

Per comprendere come i portoghesi attribuissero la “nazione” di provenienza dei propri schiavi, qui di seguito elenco alcuni dei nomi utilizzati per indicare le popolazioni che furono maggiormente oggetto della tratta. Oltre alla suddivisione classica in due rami - quello Sudanese e quello Bantu - indico la popolazione di appartenenza e nello specifico anche i nomi delle “nazioni” così come furono suddivise:

Sudanesi:
Yoruba: Nagò, Ijexà, Queto, Egbà(2)
Fante: Minas
Ashanti: Minas
Ewe: Gegè
Fon: Gegè

Bantu:
Congos
Angolas
Mozambiques

Oltre ai racconti dei trafficanti di schiavi, anche i pregiudizi narrati nei racconti dei viaggiatori dell’epoca sono innumerevoli. Qui di seguito, per esempio, vediamo come alcune etnie fossero comunemente considerate migliori rispetto ad altre sulla base di giudizi assolutamente arbitrari.

Gaspar Barleus, autore della “Historia dos feitos praticado no Brasil”, afferma che gli schiavi provenienti dall’Angola, essendo ritenuti più pacati e malleabili di tutti gli altri, godessero di una particolare preferenza degli olandesi(3).

Il gesuita Joao Antonio Androni detto Antonil, nel suo “Cultura e opulencia do Brasil por suas drogas e minas” considerando le virtù delle popolazioni di ogni nazione africana annotò le seguenti dichiarazioni: “I Minas sono robusti, quelli di Cabo Verde e di Sao Tomè sono più deboli. Gli Angolani nati a Luanda sono più capaci nell’apprendimento dei lavori di natura meccanica rispetto a quelli sopra nominati. Tra i Congos ce ne sono alcuni abbastanza industriosi buoni non solamente per le piantagioni, ma anche per i servizi domestici”.


Illustrazione: ritratti dell’epoca di schiavi divisi per etnie


Singolari sono alcune dichiarazioni dei cronisti e viaggiatori dell’epoca, come Vilhenanel, che nel 1798 scriveva: “A Bahia gli africani di origine Minas sono rozzi e traditori”. Quanto agli schiavi di Benguela (Angola) sempre lo stesso autore scriveva: "Sono più amabili, docili e capaci di apprendere e parlare meglio la nostra lingua”.

Koster addirittura arriva a dire: “Gli angolani sono gli schiavi migliori, i più fedeli e quelli più dediti al lavoro. I congolesi sono estremamente docili ed inoltre non molto intelligenti e coraggiosi”.

Purtroppo tali affermazioni contribuiscono al fatto che ancora oggi, in alcuni stati del Brasile, esistano dei preconcetti di inferiorità intellettuale dei Bantu rispetto ai Sudanesi.

Ovviamente il carattere urbano e di conseguenza avanzato delle società Sudanesi sono le chiavi di lettura che chiariscono l’aspetto più ribelle e meno incline alla sottomissione rispetto alle società di etnia Bantu. Portatori di una religione più complessa come quella islamica, i Sudanesi si organizzarono intorno ai propri sacerdoti per resistere alle imposizioni sia culturali che religiose dei bianchi. Dall’altro lato l’arretratezza in campo agricolo delle società Bantu e le loro arcaiche religioni basate sul culto degli antenati impedirono ai Congos e agli Angolas di articolarsi in maniera più ordinata.

Non resistendo al contatto con le complesse strutture culturali degli europei o con quelle delle altre nazioni africane più evolute, le società Bantu soccombettero al processo di assorbimento culturale, anche se l’equivoco di attribuire ad un’etnia una propensione innata all’obbedienza e ad un’altra quella della ribellione, è l’ennesimo esempio della rozza esemplificazione della realtà attuata dai padroni.

Naturalmente, come si può facilmente immaginare, nessuna etnia reagì o si arrese in blocco. I Bantu resistettero alla schiavitù tanto quanto gli schiavi provenienti dalla Costa de Minas (attuale Golfo della Guinea) e, anzi, furono tra i più numerosi ad adottare come strategia la fuga e la creazione dei Quilombos.

Gli studi su tale argomento dimostrano che molti di questi insediamenti sono arrivati sino ad oggi con delle strutture organizzative che appartengono a società sub-equatoriali, e quindi di tradizione Bantu.

Il termine Quilombo, che deriva da una espressione Kimbundu proveniente dall’Angola, significa: “villaggio guerriero” o semplicemente “insediamento”. Anticamente i Qilombos in Angola furono la risposta militare della leggendaria Regina N’zinga che, nel XVII secolo mise più di una volta sotto scacco le truppe portoghesi.

Dal nome di questa leggendaria regina si dice derivi la parola “ginga”, che sta ad indicare il passo base della Capoeira.



... CONTINUA


Note

(1) Senzalas: le abitazioni dove alloggiavano gli schiavi all’interno delle piantagioni.

(2) Ancora oggi in Brasile i gruppi che compongono l’etnia Yoruba usano un proprio modo di autodefinirsi facendo riferimento ai nomi delle città di origine, vedi: Ijexà, Queto, Egba ecc. ecc. che a loro volta indicano anche il tipo di culto specifico praticato.

(3) Motivo per il quale sempre secondo l’ autore, gli olandesi arrivarono ad occupare parte dell’attuale Angola per alcuni anni.

5 commenti:

borguez ha detto...

davvero interessante. attendo il seguito e mi compiaccio del bel lavoro svolto.
la mia stima al blog cresce smisuratamente.
a presto, borguez

Anonimo ha detto...

Grande Roberto,

splendido lavoro continua così ...divertendoti!
Luca

Emanuela ha detto...

Molto interessante, ma oggi cosa rimane di queste etnie ?aspetto il continuo, un bacione e buon lavoro hasta pronto!!
EManuela_buena onda

Anonimo ha detto...

complimenti per la 'piacevole' fatica che ti ha portato ha scrivere questo interessante articolo.
chissà se a minas troverai altre fonti per continuare a informarci.
a presto

vittorio ha detto...

L'articolo è veramente notevole,segno di una ricerca minuziosa ed accurata.

Congratulazioni ed auguri

vittorio frances

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