29 maggio 2008

Tra le mangrovie del delta del Niger

Nelle ultime settimane è esploso il dibattito su “criminalità e immigrazione”. In realtà sono due temi distinti, con delle interrelazioni. Si poteva scegliere di correlare la criminalità alla povertà, al malfunzionamento della giustizia, alle mafie, al primato del profitto sull'etica, e invece il bersaglio scelto sono gli immigrati. Data la situazione del mondo, chi gioca con le parole gioca con la vita degli esseri umani. Rendere forte il legame debole tra “criminalità” e “immigrazione” è giocare con le parole, ma è anche giocare con la vita di persone in carne e ossa.

Quando un immigrato clandestino commette un crimine, quasi sempre accade perché è con le spalle al muro, e non può arretrare ulteriormente. Vittime, non criminali, vittime delle condizioni di partenza e di arrivo, costretti per sopravvivere a vendere la propria carne nei macelli dei marciapiedi e dei cantieri, sfruttati dai veri criminali, spesso italiani. Imprigionati nella fitta rete dei cavilli della Bossi-Fini gli immigrati extracomunitari restano clandestini anche quando avrebbero risolto il problema del lavoro, come in uno spaventoso labirinto senza uscita. Per questo correlare la criminalità con l’iimigrazione non è una scelta neutra, è una visione del mondo. E’ la difesa della dispensa piena contro chi si accontenta dei nostri avanzi. E’ una guerra contro i poveri, affinché escano dalla nostra vista e tornino alla loro disperazione lontana.

Si sente dire che coloro che vengono nel nostro paese devono rispettare la nostra cultura e le nostre leggi. Giusto, ma cosa fa l’Italia quando si reca nei loro paesi? Rispetta l’altrui cultura e le leggi? Rispetta almeno i diritti umani? Quella a cui vogliamo accennare, per testi e immagini, è la storia dell’ENI in Nigeria, una società di proprietà di quello stesso Stato italiano che sta per varare il “pacchetto sicurezza” sulla base di criteri razzisti e strani parametri come l’ “insicurezza percepita”.

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Disegno di Maurizio Ribichini
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Ho bagnato i miei piedi nel Niger, nella terra dei bambara, dove il fiume si chiama Djoliba, fiume di sangue. Quell’acqua in cui mi sono bagnato percorre oltre 4.000 km attraverso il Sahel prima di raggiungere la Nigeria e sfociare nell’Atlantico, formando sulla costa un enorme delta ricoperto dalla foresta di mangrovie. Un ecosistema straordinario, da preservare. Ma sotto quelle acque c’è il petrolio, molto petrolio.

- Il poeta Ken Saro Wiwa fu giustiziato il 10 novembre del 1995 a Port Harcourt, assieme ad altri otto attivisti del Movimento per la Sopravvivenza del Popolo Ogoni (MOSOP), una delle etnie che vivono nello stato del Delta del Niger.

"Signor Presidente, tutti noi siamo di fronte alla Storia. Io sono un uomo di pace, di idee. Provo sgomento per la vergognosa povertà del mio popolo che vive su una terra molto generosa di risorse; provo rabbia per la devastazione di questa terra; provo fretta di ottenere che il mio popolo riconquisti il suo diritto alla vita e a una vita decente. Così ho dedicato tutte le mie risorse materiali ed intellettuali a una causa nella quale credo totalmente, sulla quale non posso essere zittito. Non ho dubbi sul fatto che, alla fine, la mia causa vincerà, e non importa quanti processi, quante tribolazioni io e coloro che credono con me in questa causa potremo incontrare nel corso del nostro cammino. Né la prigione né la morte potranno impedire la nostra vittoria finale.

Non siamo sotto processo solo io e i miei compagni. Qui è sotto processo la Shell. Ma questa compagnia non è oggi sul banco degli imputati. Verrà però certamente quel giorno, e le lezioni che emergono da questo processo potranno essere usate come prove contro di essa, perché io vi dico senza alcun dubbio che la guerra che la compagnia ha scatenato contro l'ecosistema della regione del delta sarà prima o poi giudicata e che i crimini di questa guerra saranno debitamente puniti. Così come saranno puniti i crimini compiuti dalla compagnia nella guerra diretta contro il popolo Ogoni".



Ken Saro Wiwa combatteva la compagnia petrolifera inglese Shell, che insieme alla francese Total, alle americane ExxonMobil e Chevron e all’italiana ENI sono le principali estrattrici di petrolio e gas naturale nell’area del delta. Il loro comportamento in Nigeria è tutt’altro che etico. La foresta di mangrovie, in cui si viveva di pesca e di agricolutra, è diventata un’area industriale fatta di più di 7.000 chilometri di oleodotti, 159 campi petroliferi e 275 stazioni di pompaggio. La legge nigeriana dice che il 50% dei proventi del petrolio deve rimanere in Nigeria, e un ulteriore 13% deve essere destinato alle popolazioni del Delta del Niger. Ma ciò non è mai accaduto, e la gente del delta vive con meno di 1 dollaro al giorno.

L’area del delta è devastata dall’inquinamento. Il gas flaring, la tecnica usata dalle compagnie in Nigeria per bruciare i gas che fuoriescono ad alta pressione dalla trivellazioni, è vietata perché immette nell’aria ingenti quantità di composti tossici. Le popolazioni locali lamentano che le piogge corrodono i tetti delle case, che i raccolti vengono danneggiati e che aumentano le malattie respiratorie. Nel novembre del 2005 L’alta Corte Federale della Nigeria ha emesso una sentenza che obbligava l’ENI e le altre compagnie a smettere di usare il gas flaring e di imbrigliare i gas con tecniche alternative, ma la soluzione del problema ad oggi non è stata neppure avviata.

L’ENI ha speso per progetti di riqualificazione ambientale un decimo dei costi della pubblicità. E il denaro che poteva essere destinato a modernizzare gli impianti viene invece speso per corrompere i governanti e i funzionari locali, e per pagare eserciti privati addetti alla sicurezza dei tecnici delle compagnie. Ma la sicurezza da chi? Chi è insicuro nel Delta State? Tra i civili della regione le vittime delle irruzioni nei villagii dell’esercito regolare e dei mercenari, degli incendi causati dalle perdite negli oleodotti e delle malattie dovute all’inquinamento non si contano neanche.


- Il Movimento per l’Emancipazione del Delta del Niger (MEND) è formato da Ijaw, un’altra delle etnie che vivono nella regione. In un’intervista rilasciata nell’Aprile del 2007, Jomo GBOMO, portavoce del MEND diceva: “La linea di confine tra terrorismo e guerriglia, per come vengono definiti nelle nazioni occidentali, è molto sottile. Noi dobbiamo, a volte, superare questo confine per esercitare una pressione interna che ci permetta di far sentire le nostre ragioni, che altrimenti non vengono nemmeno prese in considerazione. Il mondo sa che la nostra ribellione è giusta, come giusti sono gli attacchi alle compagnie petrolifere, che invece di fare pressioni sul governo nigeriano perché affronti la povertà del Niger Delta, preferiscono spendere soldi in misure di sicurezza o assumere consulenti su come affrontare ambienti ostili. Loro usano la stessa tattica del Governo: invece di affrontare i problemi, cercano di corrompere chiunque ci sia vicino, nel tentativo di prendere tempo.

Se l’opinione pubblica internazionale è preoccupata, ci offra alternative giuste e pacifiche alla nostra lotta armata. Negli anni numerosi delegati dei nostri popoli si sono presentati di fronte alle Nazioni Unite per chiedere una soluzione pacifica. Ma senza ottenere risultati. Questa è la nostra ultima disperata richiesta di libertà e giustizia.

Tutti i Governi Occidentali sanno della nostra situazione, ma non hanno mai mosso un dito. Hanno finto di interessarsi solo perché le loro installazioni petrolifere venivano minacciate o il personale rapito. Noi siamo pronti ad accogliere tutti i tentativi di mediazione di terze parti realmente interessate. Ma accetteremo solo una pace giusta.

Noi vogliamo gestire il patrimonio che Dio ci ha dato per migliorare la vita della nostra gente che da cinquanta anni soffre le conseguenze nefaste dello sfruttamento petrolifero.”


Il MEND attacca con le piroghe le piattaforme petrolifere e le stazioni di pompaggio, e rapisce i tecnici che vi lavorano, ma non chiede alcun riscatto, e libera i prigionieri. La guerra tra il MEND e i militari nigeriani spalleggiati dagli eserciti privati delle compagnie petrolifere è continua, e spesso ci vanno di mezzo i civili dei villaggi.


- Il 7 Dicembre 2006, alle 5 di mattina, viene attaccata una stazione di pompaggio dell’ENI-Agip nei pressi del terminale di Brass nello stato di Bayelsa. Tre italiani e un libanese vengono rapiti. Uno dei quattro viene liberato il 18 gennaio, “come gesto di buona volontà, in attesa che il Governo nigeriano contraccambi”. Gli altri tre vengono rilasciati tra febbraio e marzo. Durante il sequestro Alex Zanotelli e Giuseppe De Marzo scrivono e fanno firmare una petizione.

“…Noi dobbiamo rimuovere la nostra violenza economica - spalleggiata dalla violenza repressiva del governo nigeriano da noi sostenuto - a cui i guerriglieri rispondono con la violenza delle armi. Crediamo che solo attraverso un dialogo serio, che cominci a riconoscere, comprendere e a rimuovere le cause della ribellione, si potrà ottenere la liberazione dei lavoratori rapiti.

Pertanto chiediamo una equa soluzione della controversia che porti ad una bonifica ambientale pagata dalle imprese multinazionali, ad un risarcimento delle popolazioni locali per i danni subiti, ad una politica che consenta ai più poveri di beneficiare dello sfruttamento delle risorse e ad un rilascio di chi è stato ingiustamente arrestato.“


Ecco come l’ENI, la nostra compagnia petrolifera di Stato, rispetta la cultura, l’ambiente, le leggi e i diritti dei popoli dell’Africa a casa loro. La spregiudicatezza dell’ENI controbuisce a creare e mantenere la povertà in Nigeria, ma noi non vogliamo che i disperati nigeriani si presentino alle nostre porte senza essere stati invitati, anche se sono onesti. Ecco cos’è il pacchetto sicurezza.



Qualche informazione in più:

Atti del Senato: Interrogazione a risposta orale 3-00462 presentata da GIOVANNI PISTORIO martedì 13 marzo 2007 nella seduta n.122

Documentazione tratta dal sito ASUD – ONLUS

CDCA - Centro Documentazione Conflitti Ambientali: Scheda

Nigrizia - (cercare Delta del Niger)

Blog Portametronia - notizie fresche sulla lotta nel delta

7 commenti:

Anonimo ha detto...

Premesso che la penso esattamente così, a sentire Eni nella pagina web che indico sembrerebbe il contrario.

http://www.eni.it/it_IT/eni-nel-mondo/nigeria/sviluppo-locale/impegno-sociale-eni-nigeria.shtml

Saluti Joennik

GM ha detto...

Dall'interrogazione parlamentare citata nell'articolo:

"Malgrado l'Eni affermi di aver adottato un codice di comportamento che rispetta i principali standard di lavoro e protezione ambientale, e affermi di avere aderito, nel 2001, all'iniziativa Global Compact, promossa dall'ONU, che stabilisce principi in materia di sicurezza sul lavoro, diritti umani e tutela ambientale, tuttavia nel 2005 l'Eni si è vista rifiutare la certificazione dell'indice azionario per l'investimento socialmente responsabile denominato "FTSE 4 GOOD". Il mancato riconoscimento di tale titolo è stato dovuto al non soddisfacimento dei criteri riguardanti i diritti umani, quali quello di perseguire una politica aziendale sui diritti dell'uomo, di consultare le comunità locali, di prevedere risarcimenti per la mancata ottemperanza a tali criteri, di attenersi alle norme ONU per quanto riguarda l'uso della forza e delle armi da parte di forze di sicurezza, e promuovere il rispetto dei popoli indigeni;

per quanto riguarda la salvaguardia ambientale, nonostante le buone intenzioni pubblicizzate in alcuni programmi di tutela dell'ecosistema, l'Eni non applica le migliori tecnologie nelle tecniche estrattive del greggio: i famigerati gas flaring bruciano nell'atmosfera invece di essere imbrigliati e neutralizzati con grave danno per la regione del Delta e per la salute della popolazione. L'Eni, insieme ad altre compagnie petrolifere, nel novembre 2005, è stata denunciata per l'impatto ambientale del gas flaring all'Alta Corte federale della Nigeria, che, con una sentenza, ha stabilito che il ricorso alla combustione diretta dei gas debba essere dismessa perché viola il diritto umano e costituzionale della popolazione alla vita e alla dignità: le comunità lamentano da anni la corrosione dei tetti delle case, danni ai raccolti e malattie respiratorie;

per ciò che riguarda invece il programma di sostegno agricolo "Green River Project", dal 1998, l'Eni ha stanziato la irrisoria cifra di 17 milioni di euro: meno di un decimo di quanto la major petrolifera italiana investe in pubblicità."

jazzfromitaly ha detto...

È questo il punto:
“correlare la criminalità con l’immigrazione non è una scelta neutra, è una visione del mondo”
e so che non intendi un punto di vista, caro GM.
Questo binomio è un crimine umanitario, una ferrea imposizione gerarchica, è una gigantesca bugia di comodo, è un sopruso culturale, è una violenza perpetuata in faccia a tutte le costituzioni ed alle carte dei diritti civili esistenti ed è, infine, l’eredità dei nostri spiriti, sfruttatori e colonialisti, che non si è mai assopita.

Se è un luogo comune lo slogan
“gli africani il ritmo ce l’hanno nel sangue” potremmo coniarne uno apposta per noi :
“gli occidentali lo sfruttamento ce l’hanno nel sangue”

Da sempre abbiamo usato la cultura altra come una fonte di profitto, abbiamo visto le risorse degli altri come succulenti banchetti, abbiamo invaso le terre del mondo come i padroni di tutto il globo.
Questa storia del petrolio va avanti da più di cinquant’anni, prima c’erano le terre vergini, l’oro e i diamanti, ora c’è il coltan. Merce preziosa da scambiare con perline e specchietti, fonti di ricchezza prese in cambio di qualche scuola prefabbricata, medicinali scaduti, qualche strada asfaltata o al limite pochi spiccioli di dollari, e questo quando va bene.
Non ci facciamo scrupolo nemmeno quando la “merce” è esseri umani, figuriamoci.

“…la tratta degli africani verso l’America, opera di portoghesi, spagnoli, francesi, inglesi e in minor misura olandesi e danesi, coinvolgendo in quattro secoli una cifra variabilmente stimata oltre i dieci milioni di uomini, rappresenta un caso senza precedenti di efferato e programmato sfruttamento etnico, il più ampio di tutta la storia…”

Certo, ora non sarebbe Politically Correct trasportare gente con le catene, però se questo avviene di notte su imbarcature che hanno poca visibilità e, quando sono qui, li teniamo nascosti nei cantieri, sui marciapiedi poco illuminati, o chiusi nelle case private a ramazzare ed a badare al nonno, nessuno se ne accorge.
Basta che restino invisibili.

Il nuovo pacchetto sicurezza è una scusa, è la facciata di rappresentanza che ci permette di continuare gli abusi, è il centro della ragnatela fatta da un’informazione falsa e tendenziosa,
è la carota che nasconde il bastone.
Il falso suono della parola sicurezza, occulta il suono reale delle catene.
Il pacchetto sicurezza non ha altri interessi che il predominio di pochi su tanti, non prevede sviluppi, non investe in strutture che possano fare da ponte tra le varie nazioni,
non tratta nemmeno l’accoglienza, come forma dovuta di rispetto civile, valuta solo l’espulsione.
Tu dici: “…È la difesa della dispensa piena contro chi si accontenta dei nostri avanzi”.
Pensa che, per garantire la promessa fatta sotto le elezioni, di togliere l’ICI ai proprietari casa, il primo fondo che è saltato è stato quello del “progetto immigrazione”, per una cifra di cinquanta milioni di euro.
Questo per dire quanto il “nostro attuale governo” abbia a cuore la ricchezza della diversità.

Ecco, grazie a te per questo spazio di riflessione, e grazie anche a Maurizio per la poetica, gridata sintesi.
Anche questo è un inizio.
È ora che ci svegliamo, che strilliamo forte la rabbia, che denunciamo gli sfruttatori, che mostriamo quello che si nasconde tra le pieghe ed è oscurato dal rumore di fondo di nani, madri criminali, presentatori, calciatori e ballerine.
È ora che ci chiediamo cosa posso fare?
cosa faccio io?
Cosa scrivo, disegno, racconto, suono di utile che faccia pensare?
A cosa serve la “mia arte”, e come uso i miei strumenti?

È questo che dico anche in “Sorrow Tears and Blood” sul mio blog.

Ed è ora che si sveglino i nostri fratelli africani, con il nostro aiuto, come fa il MEND o come faceva il MOP di Fela Kuti. Dire no allo sfruttamento occidentale e denunciare gli africani corrotti.
Basta,
non è più tempo di “unnecessary begging”.
Ti ricordi cosa dice Fela in I.T.T.?

“…molto tempo fa
gli Africani non trasportavano merda,
prima che venissero a colonizzarci,
erano gli europei a trasportare merda.
Sono loro che ce l’hanno insegnato.
Le multinazionali che si sono stabilite qui
Rilasciano grandi dichiarazioni alla stampa per fregarci meglio.
Hanno un metodo infallibile:
trovano un africano corrotto e gli danno un milione di naira.
Lui, a sua volta, dà qualche briciola a quelli che lo circondano e diventa il capo.
Come un ratto sfugge a destra e a manca;
e pian piano la bestiola sale nella scala del potere perché è amico dei giornalisti,
amico del Segretario di Stato,
amico dei ministri,
amico del capo di Stato.
Ecco dove hanno inizio le nostre sciagure:
distrazioni di fondi pubblici, inflazione, confusione, oppressione.
È il percorso che hanno seguito Obasanjo e Aiola,
due membri dell’internazionale dei ladri.
Li combatteremo, perché ne abbiamo abbastanza di portare la loro merda.”

Ariya.

GM ha detto...

Sei sempre grande, e dovremmo frequentarci di piu'.

ReeBee ha detto...

Salve, ho scovato in rete un blog interessante dove poter trovare approfondimenti e aggiornamenti sul Delta del Niger. Basta andare qui http://www.portametronia.it/tag/delta-del-niger/ e leggere.

ReeBee

GM ha detto...

Inserito il blog nelle referenze.
Ciao, GM

Anonimo ha detto...

Volevo segnalarvi aggiornamenti sulla questione Delta del Niger:
www.portametronia.it

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