05 maggio 2008

Seun Kuti - Many Things

“Questo grande uomo è mio padre, è nostro padre, è il padre di tutti. Lui aveva un sogno, aveva un pensiero. C’erano cose che gli piacevano e cose che non gli piacevono. Tra ciò che non gli piaceva c’erano Abiola e Obasanjo. Mi diceva: fai in modo che in questo paese non possano esserci mai più presidenti come loro.”

Seun Kuti è l’ultimo dei figli di Fela Anikulapo Kuti. Quando Fela morì, il 2 agosto del 1997, aveva solo 15 anni. Un ragazzino, diremmo noi. Ma in quell’agosto di dieci anni fa, accanto al corpo di suo padre, esposto in una teca di vetro sul balcone di Kalakuta Republic, di fronte a una folla di migliaia di nigeriani vestiti di bianco per il lutto, quel ragazzino impugnò il microfono, e fece il suo discorso.

“Ora voglio dirvi una cosa. Fela non è morto, egli vivrà per sempre in Africa. Egli vivrà negli africani.Vivrà nel cuore della gente nera, in coloro che pensano che essere neri è bello, che essere neri è grandioso. Lui voleva che i nigeriani esercitassero il governo di questo paese, perché sono loro ad averne il diritto, non altri.”

Seun Kuti Live - illustrazione di M. RibichiniA dieci anni dalla sua morte, Fela Anikulapo Kuti è più di prima un’icona dell’Africa combattente che ritiene di potercela fare con le proprie forze e la propria cultura, dell’Africa arrabbiata contro l’ingustizia, la corruzione, l’arroganza del potere, la violenza culturale che si fa strutturale e poi fisica, e anche contro i governi e le economie del nord del mondo, quell’Europa e quell’America che creano, mantengono e approfittano delle disastrose condizioni dell’Africa per la sola logica del profitto. Ma non è mai stato contro i popoli del nord del mondo, che lo hanno sostenuto e continuano ad amarlo. E’ il simbolo di chi ritiene inaccettabile la sofferenza inutile della sua gente e che ha il coraggio di denunciarne i responsabili, pagando di persona un prezzo salato, inciso in decine di cicatrici nella carne, i segni dei bastoni della polizia e dei coltelli dei militari.

Sulla schiena del giovane Seun è tatuato “Fela Lives”. E’ la sensazione trasmessa dall’ascolto del suo atteso primo album, Many Things, prodotto dall'indipendente Tòt Ou Tard e uscito a fine aprile, dopo qualche anno di performance dal vivo in giro per il mondo e un EP. Ascoltarlo dà un'emozione strana, ma anche una conferma delle sensazioni di quella sera dell’estate scorsa all’Estragon di Bologna, dove siamo stati investiti per un paio d’ore dal groove dei risorti Egypt 80 guidati dallo spirito di Fela nel corpo del giovane Seun.

Ho detto Egypt 80, il nome che Fela diede agli Africa 70 poco dopo il massacro di Kalakuta del 1977, rifacendosi all’africanintà dell’antica civiltà egizia. Sono loro che suonano in Many Things, e come allora sono diretti da Lekan “Baba Ani” Animashaun, che dal baritono è passato al sax alto, e che comprendono Adedimeji “Show Boy” Fagbemi al sax baritono, Oyinade Adeniran al sax tenore, Ajayi Raimi Adebiyi alla batteria, Emmanuel Kunnuji e Olugbade Okunade alla tromba , David Obanyedo e Alade Oluwagbemiga alle chitarre, Kunle Justice alle tastiere, kola Onasanya alla conga gigante, Dele Olayinka, Wale Toriola e Udoh Essiet alle percussioni, Kayode Kuti al basso, Moturayo Anikulapo Kuti, moglie di Fela e madre di Seun, Bolande Kamson e Iyabo Adeniran al coro e alla danza, e infine Seun Kuti al sax alto, all’organo e alla voce. Tutti hanno suonato più o meno a lungo con Fela. Anche Seun è stato sul palco assieme al padre, strillando le sue prime note nel suo piccolo sassofono.

Il groove degli Egypt 80, definiti allora la più infernale macchina ritmica dell’Africa tropicale, continua ad essere unico e irresistibile, persino migliore, più teso e primitivo di quello delle opere tardive e un pò barocche di Fela, come Teacher don’t Teach me Nonsense o Underground System. Stiamo parlando di afrobeat, quello l’originale, al quale in questi anni si sono ispirate decine di orchestre provenienti da tutto il mondo.

La personalità di Seun si avverte invece nelle parti vocali e in certe sfumature degli arrangiamenti, più fedeli allo spirito del padre rispetto ai Positive Force del fratello maggiore Femi, ma che comunque tengono conto della storia della black music degli ultimi anni, introducendo le inflessioni del rap e del new soul nel fragore della locomotiva dell’afrobeat. Seun del resto cita tra i suoi ispiratori, oltre al padre, Miles Davis, Il musicista-poeta afro-americano Gill Scott Heron e i rapper Timbaland e Dr DRE.

Ma ciò che colpisce sono i testi delle canzoni, come se il discorso sviluppato da Fela non si fosse interrotto. “Ogni africano ha problemi: il problema della casa, problemi per strada, problemi di lavoro, problemi nella scuola, problemi etnici, problemi con i governi.” (Think Africa) “Non darmi quella merda, non raccontare stronzate all’Africa. E’ la vostra merda che causa sofferenze in Africa, disunità, disonestà, discriminazione, inflazione, distruzione. Sono i politici che uccidono la gente e distruggono la nostra terra, che danno all’Africa la loro merda politica ed economica.” (Don’t Give That Shit to Me, composta da Show Boy).

Many Things è un mid tempo arricchito da effetti e brevi campionamenti. Gli impasti e i soli dei fiati sono liricamente intensi. “Quando vedo come vive la mia gente, sotto i ponti o sulle rive dei fiumi, quando sento le cose senza senso che dicono e fanno i nostri leader, quando vedo poliziotti che finiscono in prigione per furto, gli scandali che coinvolgono l’educazione, e vedo che i nostri senatori occupano le loro sedie solo per impadronirsi dei miliardi che potrebbero aiutare la gente, Vedendo tutto questo mi vengono da pensare molte cose.”

Mosquito Song parla della malaria, una delle principali piaghe africane, che potrebbe essere risolta se solo si facesse qualcosa. Na Oil, un pezzo di Baba Ani, è un brano contro il penultimo presidente della Nigeria Olusegun Obasanjo, nemico storico di Fela e della sua famiglia, e dei suoi traffici con il petrolio della Nigeria.

In Fire Dance c’è lo zampino di Godwin Logie, responsabile del mixaggio di molte pietre miliari del reggae e del dub, da horace Andy a Linton Kwesi Johonson. Il brano è la danza infuocata che anche Fela invocava in Lady, contrapponendo la sensualità delle donne africane alla freddezza delle signore europee. E’ un pezzo davvero moderno, acido, dal groove complesso e serrato al quale è davvero impossibile resistere senza muoversi.

African Problems è una versione moderna di Trouble Sleep Yanga Wake Am, uno degli hit di Fela nei primissimi anni ’70, divenuto poi famoso come Palava, che in pidgin vuol dire appunto problemi. Tra echi reggae e jungle è una chiamata alla lotta, affinché la gente africana cominci a pensare in modo differente e riprenda a combattere, perché non c’è un’altra strada per uscire dalla seconda schiavitù.

Problemi dell’Africa,
troppi per parlarne,
troppi per pensarne,
troppi per cantarne,
troppi per essere risolti.

Ma io devo parlarne,
devo cantarne,
devo sconfiggerli,
devo fare in modo che siano uditi.

Voglio provare a insegnare alla gente una nuova mentalità,
che possano apprezzare la superiorità dell’Africa,
che possano comprendere che le cose non stanno come suppongono che siano.
Sono i nostri leader che hanno creato questa mediocrità,
che ci hanno rubato la libertà e la pace,
lasciandoci nella poverta e nella sofferenza senza fine.
Noi non riusciamo a capire la politica dei governi
Che ci vendono in una seconda schiavitù.

Fratelli, aiutatemi a chiedergli
Perché non abbiamo cibo da mangiare,
Sorelle, aiutatemi a chiedergli
Perché non abbiamo case in cui vivere.
Fratelli, noi moriamo per il futuro dell’Africa
Fratelli, combattiamo per il futuro dell’Africa.

A meno che non cominciamo a pensare,
pensare al domani,
pensare e combattere per il futuro,
pensare e combattere per il domani,
loro continueranno a venderci

(African Problems)


La lotta a cui dà voce Seun, è la stessa che fu di Fela e di sua madre Funmilayo. Musicalmente Many Things è per noi di T.P. Africa il terzo grande evento discografico di quest'anno, solido e potente come la musica di Fela dei tempi migliori, un frutto generato da un incontro fertile tra un’orchestra di percussioni yoruba e i discendenti della James Brown Band, a cui manca solo l'ironia caustica del padre, ma Seun ha solo 25 anni, e forse la troverà più avanti, crescendo. Many Things è certamente solo il primo disco di una lunga serie, e la curiosità di ascoltare il seguito già ci assale, come per scoprire il sapore del frutto mentre matura.

Una cosa è certa: a partire da ora l’anima di Fela parla con due bocche, quella di Femi e quella di Seun. Fela è vivo.


Autore: Seun Kuti & Egypt '80
Titolo: Many Things
Anno: 2008
Label: Tòt Ou Tard
Web: mysoace, Live a Bologna

Brani:

1. Think Africa
2. Don't Give That Shit To Me
3. Many Things
4. Fire Dance
5. Mosquito Song
6. Na Oil
7. African Problems

2 commenti:

ReeBee ha detto...

Si Fela vive!! Vedere per credere.

http://it.youtube.com/watch?v=DXhgrNlG1UQ

Con gli Egypt 80, Manu Dibango al sax e Tony Allen alla batteria.

Buona visione e ascolto.

ReeBee

GM ha detto...

Il filmato è preso da un video in commercio molto bello e rispettoso della musica, Africa Live - The Rollback Malaria Concert, un concerto organizzato da Youssou N'Dour a Dakar, dove suonano anche Tiken Jah Fakoly, l'Orchestee Baobab, Salif Keita, Oumou Sangare, i Positive lack Soul, i Tinariwen, Rokia Traore, Angelique Kidjo e altri.

Una breve recensione la trovate qui

http://www.music-on-tnt.com/recensioni/articolo.php?id_articolo=214

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