09 marzo 2008

Salif Keita - il principe griot (2)

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Siamo alla fine degli anni ’80, e Salif Keita si ritrova con una fama internazionale da gestire. Egli non abbandonerà la sua passione per la ricerca. Gli anni ’90 rappresentarono per Salif Keita un periodo straordinariamente fertile, che lo consacrò definitivamente come uno degli artisti più importanti del panorama musicale africano. Ciò avvenne soprattutto grazie a progetti realizzati in collaborazione con artisti internazionali di grandissimo spessore.

Le grandi collaborazioni

Il 1991 fu l’anno in cui uscì Amen (1991, Mango / Island, CIDM 1073, 848 793-2),
disco prodotto nientemeno che da Joe Zawinul, ex leader, fondatore e tastierista dei.Weather Report, gruppo icona del Jazz Rock e precursore delle ibridazioni della World Music.

Accanto a Zawinul, che di Amen non è solo il produttore, ma anche l’arrangiatore e uno dei musicisti, a testimoniare quanto egli stimasse Salif Keita come artista e credesse in questo album, sono presenti altri ospiti illustri: il sassofonista Wayne Shorter, anch’egli proveniente come Zawinul dalla schiera dei giovani collaboratori di Miles Davis e cofondatore dei Weather Report, il chitarrista Carlos Santana, il percussionista Bill Summers.

L’organico di Amen si completa con altri musicisti di grande valore, come il cameroonense Etienne M’Bappe e l’ivoriano Paco Sery, rispettivamente al basso e alla batteria, Souleymane Doumbia alle percussioni, Keletigui Diabate, uno dei padri della moderna musica mandengue, al balafon, Cheick Tidiane Seck alle tastiere e, commovente ritorno dopo una lunga separazione, Manfila Kante alla chitarra. Naturalmente troviamo anche una sezione di fiati e il coro, tra cui ancora Djanka Diabate, Djene Doumbouya, Assitan Dembele, Nayanka Bell e Assitan Keita.

AmenIn Amen le pastoie elettroniche degli anni ’80 si stemperano gradualmente in sonorità Jazz e Jazz-Rock, alle quali soprattutto Zawinul e Shorter donano pennellate di classe e raffinatezza senza pari. Ancora una volta la dominante della musica è dovuta alla voce e alla personalità di Salif Keita, che è l’autore unico di tutti i brani del disco.

Più di uno i brani da ricordare: Tono, Lony, straordinaria ballata in cui la performance vocale di Salif è accompagnata dalla chitarra di Manfila Kante, e Kuma, il mio preferito, in cui la voce di Keita si intreccia con più linee del coro, mentre Zawinul e Shorter fanno volare in alto la musica di accompagnamento. Purtroppo in qualche altro brano l’elettronica è ancora troppo presente, ed è per questo che anche Amen, ascoltato oggi, appare invecchiato.

Due anni dopo, nel 1993, Il principe albino lavorò assieme al tastierista e compositore inglese Steve Hillage alla colonna sonora di un film francese che parlava di Soundjata Keita. Steve Hiilage fu uno degli oscuri protagonisti della scena rock psichedelica di Canterbury durante gli anni ’70, avendo lavorato sia da solo che con i Gong di Daevid Allen. La colonna sonora del film, intitolato L’Enfant Lion (1993, Mango / Island), da uno degli appellativi di Soundjata Keita, è un disco bello quanto introvabile. Pubblicato anche in Mali come cassetta, anche se con una scaletta di brani un po’ diversa, L’Enfant Lion rappresentò una delle prime iniziative di Salif Keita contro le discriminazioni nei confronti degli albini in Africa. La cassetta si intitola Sirga e fu prodotta dall’organizzazione chiamata dallo stesso Keita SOS Albino.

The Mansa of MaliQuesto disco, così poco conosciuto, contiene alcuni tra i momenti più belli dell’intera produzione di Salif Keita. Per fortuna alcuni brani dell’Enfant Lion furono inseriti in una bella raccolta uscita l’anno successivo sempre per la Mango, dal titolo The Mansa of Mali … A Retrospective (1994, Mango / Island, 162-539 937-2). Tra questi Ignadjidje, cantato da Salif Keita e il suo coro e suonato da musicisti europei, con tanto di archi e tastiere elettroniche, Djembe e Dalimansa, che sono brani dal sapore fortemente tradizionale suonati e arrangiati esclusivamente con strumenti acustici, due rare perle di straordinaria intensità.

Nonostante sia solo una raccolta, The Mansa of Mali può essere un disco interessante per chiunque voglia scoprire oggi Salif Keita senza dover acquistare tutti i suoi vecchi dischi, sia perché contiene i brani de L’Enfant Lion, tra i più belli di quelli registrati durante gli anni ’90, sia perché contiene lo storico successo Mandjou, inciso da Les Ambassadeurs Internatioaux ad Abidjan.

Nel 1994 Salif Keita registrò Sosie (1994, MSS, DKMS 96001), un disco di canzoni francesi d’autore. La Mango non volle pubblicarlo perché troppo lontano dallo stile che gli era proprio, così Salif si appoggiò ad una piccola etichetta danese.

FolonSe Sosie rappresenta un episodio minore, l’album successivo, intitolato suggestivamente Folon … The Past (1995, Mango / Island, CIDM 1108 /524 149-2) è uno dei miei preferito. Folon è il frutto dell’incontro di Salif Keita con Wally Badarou, figlio di un diplomatico del Benin che viveva a Parigi. Badarou era un tastierista d’avanguardia che, oltre alla sua carriera solista, aveva suonato in passato con Joe Cocker, Herbie Hancock, Grace Jones, Black Uhuru e Level 42. Dopo Rikyel, Breant e Zawinul. Tra i musicisti, oltre a Ousmane Kouyate e Cheick Tidiane Seck, si aggiungono Djeli Moussa Kouyate alla chitarra, Lamine Kouyate al balafon e Moriba Koita allo n’goni, Mokthar Samba alla batteria e N’Doumbe Djengue al basso. L’elettronica è ancora presente, ma stavolta in modo discreto ed equilibrato. Piuttosto, il sound è elettrico e piacevolmente antiquato, con richiami nostalgici fatti di organi hammond e chitarre distorte, come a ricordare le sonorità care agli Ambassadeurs degli anni ’70.

Molti sono i pezzi da ricordare. Tekere è un brano dance in stile vecchia orchestra da ballo guineana, tra i più ballabili dell’intero repertorio di Keita. Nyanyama e una lenta ballata suggestiva dalla melodia e dai cori bellissimi, in cui la voce del grande cantante è particolarmente intensa e penetrante. Mandela è scritto in onore del presidente del Sud Africa, Dakan-fe è un reggae mandengue, mentre Folon è un pezzo d’atmosfera pieno di poesia. Naturalmente, una menzione particolare va alla nuova versione di Mandjou lungo oltre 10 minuti, nostalgico ma nient’affatto anacronistico. I lunghi soli di sassofono e chitarra potrebbero comparire in una antologia di musica mandengue così come di rock psichedelico anni ‘70.

Dopo Folon, Salif Keita fonderà un proprio studio di registrazione a Bamako, il Wanda, nel quale comincerà a produrre e sostenere giovani artisti maliani. I primi a beneficiare di Wanda Production furono Fantani Toure e, subito dopo, una giovane artista alle prime armi, il cui nome era Rokia Traore, che in seguito esplose come una delle più grandi rivelazioni della musica africana contemporanea.

PapaNel 1999 uscì Papa (1999, EMI / Blue Note), un disco shock dedicato ai suoi undici figli e a suo padre, morto nel 1995. Papa, al quale Salif Keita aveva lavorato per due anni, costituì l’ultimo degli esperimenti prima di tornare a casa. L’album, registrato in tre sessioni a Bamako, New York e Parigi, è il frutto della collaborazione con Vernon Reid, chitarrista e anima scura del gruppo nero-americano dei Living Colour e autore di numerosi progetti sperimentali di grande valore. Oltre a Vernon Reid partecipano all’album la modella e cantante americana Grace Jones, il tastierista newyorkese John Medesky e il virtuoso dell’arpa mandengue a 21 corde, la kora, Toumani Diabate.

Papa è un disco dall’anima scura e profondamente rock, moderno e di grande valore artistico. Rispetto alla scena rock di fine secolo, che, tranne per alcune eccezioni, appariva un pò stanca e a corto di idee, il lavoro di Salif Keita e Vernon Reid suona come una novità: una ibridazione tra rock e sonorità west-africane ai massimi livelli, in cui la splendida voce di Salif Keita, svettante sulle atmosfere acide tipiche della scena newyorkese, mostra la sua incredibile versatilità tingendosi di tutte le sfumature del grigio e del nero. Tuttavia, è un disco talmente diverso dai precedenti da non essere digerito con facilità dai fans del principe albino. Ci vuole più di un ascolto per apprezzarlo veramente.

Erano passati oltre 20 anni da quando Salif Keita risiedeva fuori dal Mali: prima ad Abidjan, con gli Ambassadeurs, poi a Parigi. Quel lungo esilio volontario, pur costellato da numerosi ritorni in patria, era servito a Salif per sviluppare e far maturare il suo straordinario linguaggio musicale, rendendolo capace di esprimersi ben al di là dei vincoli imposti dalla tradizione. In Francia e in America aveva collaborato con musicisti di ogni provenienza, dal jazz al rock alla musica elettronica alla Salsa. Papa, il suo disco del 1999, con la sua oscura inquietitudine, era stato un punto di rottura che portava in sé, al tempo stesso, i semi del suo ritorno.

Il ritorno a casa

Nel 2001 Salif Keita apre un Night Club a Bamako, il Moffou, dal nome di un piccolo flauto tradizionale. Anche il suo primo disco nel nuovo millennio si intitola Moffou (2002, Universal Music, 016 906-2), come il suo locale, un disco che lascia di stucco tutti quanti. Sin dalle prime note della prima traccia si percepisce che Moffou è senz’altro il disco più bello mai registrato dall’artista albino fino a quel momento. Dalla musica è sparita completamente l’elettronica, e in buona parte sono spariti gli strumenti amplificati come le tastiere e la chitarra elettrica. Un disco acustico insomma, dal suono inconfondibilmente tradizionale, ma al tempo stesso moderno. Ma c’è di più: tre dei dieci brani del disco sono cantati e accompagnati alla chitarra acustica dal solo Salif Keita. Una novità assoluta, in cui l’artista si offre per la prima volta semplicemente solo, e nudo. I tre brani sono Iniagige, pubblicato già in L’Enfant Lion, Souvent e la splendida Ananaming, ripresa da Papa.

Negli altri brani è presente prima di tutto Manfila Kante, che è anche il principale arrangiatore del disco. A lui si affiancano le chitarre di Djeli Moussa Kouyate, Bruno Lasnier e del virtuoso Jean-Louis Solans, che suona anche il liuto, il camele n’goni del grande Harouna Samake, musicista del Wassoulou, lo n’goni di Sayon Sissoko e il basso di Guy N’Sangue. La sezione delle percussioni comprende il solito Souleymane Doumbia, Mamadou Kone, Adama Kouyate e Drissa Bakayoko alle percussioni tradizionali quali il djembe e il calabash, oltre all’estroso Mino Cinelu, uno dei collaboratori principali della nuova fase. Il coro è invece composto da Nayanka Bell, Oliza e Hadja Kouyate. Infine, troviamo Benoit Urban alla fisarmonica, Arnaud Devos alla marimba, David Aubaile al flauto peul, Mehdi Addad al liuto arabo.

Yamore, il brano con cui si apre il disco, è un incredibile duetto vocale con la regina della morna capoverdina, Cesaria Evora. Il brano è un mid-tempo davvero splendido, con un’atmosfera dominata dalla fisarmonica e dalle piccole percussioni, a cavallo tra il Mali e le magie lusofone. Da solo varrebbe l’acquisto del disco, ma a ruota è seguito, dopo Iniagige, da un’altra gemma, Madan, che nella sua famosa versione remixata da Martin Solveig (con l’elettronica e le drum-machine) ha sfondato nelle classifiche dance internazionali, e il cui video è stato una costante di MTV per mesi. Inutile dire che la versione originale è assai più bella, con un ritmo ugualmente feroce, il beat della grancassa sostituito dal calabash e gli effetti speciali realizzati interamente “a voce”, come il crescendo del coro all’inizio del pezzo. Il disco continua sfoderando uno dietro l’altro altri otto capolavori, tra cui non si può non citare Moussoulou, che in malinke vuol dire donne, un brano classico e moderno ripreso da N’Toman degli Ambassadeurs, con una melodia stellare e un andamento leggero come una piuma. Anche i critici più scettici gridano al capolavoro.

Il Remix di Solveig del brano Madan non è l’unico derivato da Moffou. L’anno successivo esce infatti un intero disco, intitolato Remixes From Moffou (2004, Universal Music, 981 510-4) (nel quale non troverete il remix di Solveig), in cui i brani acustici originali vengono letteralmente stravolti dai principali DJ parigini e londinesi, veri guru della nuova house music come Frederic Galliano e Osunlade. Il disco è curioso, ma non ha nulla a che fare con la nuova musica di Salif Keita. Sembra quasi come se l’artista maliano abbia affidato ad altri uno dei suoi possibili percorsi evolutivi.

Durante gli anni successivi Salif Keita continua a dividersi tra Bamako e Parigi. Suona dal vivo e partecipa a qualche progetto dei suoi amici africani residenti a Parigi, tra cui il bassista cameroonense Richard Bona, con il quale canta lo splendido Kalabancoro sull’album Munia, e il congolese Lokua Kanza.

Si intuisce chiaramente che Salif Keita sta attraversando un momento straordinariamente fecondo, dal quale verranno fuori nuove sorprese. Nel 2005 esce l’attesissimo nuovo album. M’Bemba (2005, Universal Record) è un nuovo capolavoro. .Salif Keita stesso lo definirà “un disco di musica moderna suonata con strumenti tradizionali”. Ma la novità principale è forse il fatto che, per la prima volta dopo 25 anni, il principe Mandengue registra e mixa il suo album interamente a Bamako, nel suo stesso studio di registrazione che sorge sulle rive del Niger, affidando gli arrangiamenti a Manfila Kante e Mino Cinelu.

Alla lista dei musicisti di Moffou, si aggiungono gli straordinari Mama Sissoko allo n’goni e Lansana Diabate al balafon. L’intero gruppo dei djeli suona nel brano che dà il titolo al disco, dedicato agli antenati e a Soundiata Keita. Il brano, in cui è soprattutto la kora di Toumani ad impreziosire l’accompagnamento, ha tutto il sapore degli antichi canti epici dei griot mandengue, anche se cantato in uno stile più moderno e personale. Altri capolavori sono Laban, con i suoi cambi di atmosfera, e Dery, una piccola gemma di musica malinke in cui riecheggiano le atmosfere dei vecchi Ambassadeurs. Kamouke e Yambo sono due brani ballabili sostenuti soprattutto dal camele n’goni di Harouna Samake, mentre Ladji è un pezzo rock a cui partecipa il cantante reggae Buju Banton.

La musica è tersa, e riassume la storia artistica di Salif Keita, dalle radici tradizionali ai sapori latino-americani, dal jazz al rock. Come al solito si impongono per bellezza il coro femminile, composto questa volta da ben nove cantanti, e la chitarra di Manfila Kante, riconoscibile anche dopo il primo arpeggio. Ma ciò che più colpisce è la voce dello stesso Salif Keita, che fuga qualsiasi dubbio si fosse insinuato dopo l’ascolto di Moffou. Una voce ancora capace dell’intensità del tuono, come un tempo, ma che ha anche imparato ad esprimersi sottovoce, delicatamente, e che a volte quasi si rompe, forse intenzionalmente, per avvicinarsi meglio all’anima di chi ascolta.

M’Bemba è un disco bellissimo, che va ascoltato molte volte per comprenderne le innumerevoli sfumature. Ascoltandolo, e riandando poi con l’attenzione al lungo percorso artistico del cantate albino, ci si rende conto come le sue ricerche, i suoi esperimenti, i suoi imprevedibili cambi di rotta, avevano tutti un unico filo conduttore, che lo riportava continuamente alle sue origini. La mia impressione è che con M’Bemba tutto torna, e che, grazie ad esso, si possa rileggere l’intera produzione musicale di Salif Keita come espressione pura della cultura mandengue, un oceano dalle cui acque continuano ad emergere incredibili tesori.

L’oggi a cui siamo arrivati è anche la momentanea conclusione di questa storia. Salif Keita è tornato a casa a testa alta, e con l’avanzare del processo di riconciliazione tra l’artista e la sua terra è realistico aspettarsi nuovi incredibili capolavori.

Per chi volesse avvicinarsi oggi all’incredibile arte di Salif Keita suggerisco di cominciare dagli ultimi due dischi, da Moffou e M’Bemba, magari affiancandogli semplicemente un riassunto della sua intera produzione precedente, come ad esempio la raccolta The Mansa of Mali … A Retrospective. E’ sufficiente, perché mi sembra lecito pensare che la parte più bella della storia è quella che deve ancora essere raccontata, e la musica migliore sarà quella che verrà da adesso in poi.


foto di fabrizio martinez


DISCOGRAFIA DI SALIF KEITA


DISCOGRAFIA SELEZIONATA
1) The Mansa of Mali - a Retrospective
3) Moffou
4) M'Bemba

1 commento:

Anonimo ha detto...

ma scrivere un libro sulla musica africana secondo te, no? Mi piacerebbe averlo tra le mani per leggerlo...

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