27 marzo 2008

Mali: il mondo dei djeli - Mali K7

foto di Gianluca Diana

Il pezzo che vi propongo oggi parla della più importante produzione discografica del Mali, ed è stato scritto nel 2006. A quanto mi risulta oggi Mali K7, che due anni fa aveva chiuso i battenti a causa della pirateria, a riaperto, produce di nuovo artisti e soprattutto ha organizzato assai meglio la sua sede per la vendita dei CD, i cui prezzi, che due anni fa andavano tra i 4.000 e i 5.000 CFA (8-10 euro), oggi si sono abbassati a 1.600 CFA. Decisamente la decisione giusta per combattere la pirateria rendendo accessibili i CD originali. Le foto pubblicate in questo articolo sono del febbraio di quest’anno.

Confesso che mi ci è voluto un pò ad accorgermi che K7 si legge “cassett(e)”, il principale supporto fisico utilizzato dall’industria discografica africana.

Mali K7 SA è stata la prima produzione e distribuzione discografica maliana, fondata nel 1988 assieme al moderno e attrezzato studio Bogolan, da un francese innamorato del Mali, Philippe Berthier, in associazione con Ali Farka Toure e con il bassista e arrangiatore francese Yves Wernert. Da allora, oltre a duplicare su cassette e distribuire localmente i lavori di artisti maliani realizzati in Europa, Mali K7 produce in proprio una decina di album all’anno, che occasionalmente vengono distribuiti all’estero da etichette europee. Tra gli artisti transitati per Mali K7, quelli poi lanciati a livello internazionale, di cui non scriverò qui, sono stati Ali Farka Toure, Oumou Sangare, Rokia Traore, Nahawa Doumbia, Lobi Traore, Neba Solo, Abdulaye Diabate, e Issa Bagayogo. Inoltre, lo studio Bogolan viene usato come appoggio in suolo mandengue dalle maggiori case discografiche europee specializzate in musica africana, come EMI, World Circuit, Indigo/Label Bleu, Syllart e Sterns.

Il lavoro davvero meritorio di Mali K7 consiste nel cercare e promuovere giovani artisti, sia nel campo della musica tradizionale che nelle sue espressioni moderne come l’hip-hop e l’elettro-dance, genere nel quale Mali K7 ha svolto un lavoro pionieristico, assicurando loro una produzione dal livello tecnico quasi impeccabile e dagli standard qualitativi assolutamente fuori scala rispetto ad altre produzioni locali.

Per comprendere meglio il terreno sul quale opera questa pulce dell’industria discografica, senza troppe pretese vorrei aprire una parentesi sugli stili e i generi musicali che convivono in Mali.

La musica “classica” è rappresentata soprattutto dai djeli (griot) del gruppo etnico dei malinke, o mandengue. Essa è caratterizzata dagli strumenti usati, come la kora, il balafon, il n’goni, il doundoun e il tama, dallo stile del canto e dai soggetti delle canzoni, tipicamente storie epiche e canti di lode. L’arte dei djeli viene trasmessa di padre in figlio, e i musicisti appartengono a poche famiglie ben conosciute, che in Mali sono i Kouyate, i Diabate, i Sissoko, i Kone, i Kamissoko, i Sacko. Altre famiglie in cui si trovano djeli sono i Koite, i Tounkara, i Konate, i Kanoute, i Kante.

Un maninka che non appartenga a una di queste famiglie, come ad esempio Salif Keita, che è un nobile, viene chiamato – e si definisce egli stesso - un “artista”, non è djeli e non può svolgere il loro ruolo sociale. Anche un djeli può decidere di produrre musica libera dai vincoli della tradizione, come è il caso, ad esempio di Habib Koite. Un artista è libero, ma non sarà mai coinvolto nel circuito dei concerti privati e delle cerimonie, forse il più importante circuito musicale della società maliana, che assicura ai djeli un lavoro costante e un conseguente introito economico sicuro.

Tra i malinke si distinguono tre sottogruppi, ciascuno con il proprio dialetto e la propria tradizione musicale. I maninka, che abitano il Mali occidentale e la Guinea Conakry, i bambara, diffusi soprattutto nel Mali centro orientale, e i Mandinka, che abitano il Gambia, il Senegal meridionale e la Guinea Bissau e dei quali non parleremo qui. La musica “classica” dei djeli, descritta in precedenza, si identifica soprattutto con la tradizione maninka, con la sua scala armonica eptatonica, il grande repertorio epico al quale appartengono brani famosi come Sundjata, Kulandjan, Mali Sadjo, e i grandi interpreti provenienti soprattutto dalle città storiche di Kita e Kela, tra cui Kandia Kouyate, Amy Koita, Kassemady Diabate e il guineiano Sekouba “Bambino” Diabate.

I bambara sono il gruppo etnico più diffuso del Mali, con centro geografico a Segou. A Bamako si impara presto a riconoscere la loro musica, perché fluisce incessantemente dalle numerose radio gracchianti sparse nelle case, nelle botteghe e nei taxi della capitale. La musica bambara si differenzia da quella maninka soprattutto perché si basa su una scala armonica pentatonica, e nelle sue forme melodico-ritmiche viene influenzata dalla musica del nord, di matrice songhay e con elementi arabi. Inoltre, nel canto la voce non è impostata, e ricorre più insistentemente la forma antifonale basata sul dialogo tra solista e coro. Tra gli strumenti prevale lo n’goni, mentre la kora è molto più rara.

Tra i bambara esiste poi una tradizione musicale specifica non legata ai djeli, quella della casta dei cacciatori, che nasce probabilmente intorno agli antichi riti propriziatori per la buona riuscita delle battute di caccia. Questa musica è piuttosto diversa da quella dei djeli, ha una struttura ritmica e armonica più semplice, si basa soprattutto su un tipo di n’goni chiamato donso n’goni, sui canti antifonali esclusivamente maschili e sull’accompagnamento delle percussioni.

Anche i peul, o fulani, un’etnia nomade diffusa in tutta l’area sahelica e tipicamente dedita alla pastorizia, hanno una loro tradizione musicale specifica, caratterizzata soprattutto dall’uso di strumenti musicali facilmente trasportabili, come il flauto o il violino tradizionale ad una corda, o utensili adibiti anche ad altri usi, come i recipienti di zucca, o calabash. Accade spesso che musicisti peul, soprattutto flautisti, vengano inseriti in ensable tradizionali di altre etnie, persino malinke.

Altre tradizioni associate ad etnie specifiche sono quella dogon, dell’area nord orientale che fa capo a Mopti, di cui poco posso dire, e, andando verso il nord, quelle delle etnie del deserto, i songhai e i tamashek, nelle cui tradizioni musicali l’influenza araba si fa decisamente sentire. Artisti come Ali Farka Toure o i Tinariwen, ad esempio, hanno riscosso un incredibile successo con il loro “desert blues”, trasportando su chitarra elettrica le armonie e le forme ritmiche della musica tradizionale del deserto.

Tra i generi indigeni vorrei infine citare una tradizione musicale importante e conosciuta oramai a livello internazionale, quella della regione del Wassoulou, situata nel sud del paese, a cavallo tra Mali e Guinea. Nella musica del Wassoulou convergono le influenze peul, songhai e bambara, compresa la tradizione musicale dei cacciatori, dal cui donso n’goni deriva il principale strumento della regione, il kamele n’goni, o n’goni dei giovani. Nella musica del Wassoulou, che non è legata a famiglie djeli, si usa la scala pentatonica e il canto è affidato soprattutto alle donne, accompagnate da un coro femminile. La ritmica è potente, basata soprattutto sul djembe, sul karignan e sui flé, strumenti di zucche e conchiglie, mentre i testi delle canzoni sono spesso di critica costruttiva alla società tradizionale.

Esistono poi i generi musicali nati dai popoli della diaspora africana e che oggi ritornano indietro da oltre oceano. Fino agli anni 70 e 80 andava soprattutto la salsa cubana, mentre oggi, che il sound latino-americano è un pò in ribasso, emergono il reggae di artisti come Askia Modibo, Koko Dembele e l’ivoriano residente in Mali Tiken Jah Fakoly, o l’hip hop di gruppi come i Tata Pound o Les Escrocs.

I confini tra tutti questi generi musicali non sono così precisi e definiti, tranne forse che per la musica dei djeli malinke, soprattutto maninka, che tende ad aderire più delle altre alle regole e ai vincoli della tradizione, e a mantenere la sua specificità di musica nobile, di corte, alla quale è affidata la rilevante responsabilità di custodire la cultura del passato. Mi è sembrato anche di notare, da parte dei djeli, un certo snobismo nei confronti degli altri musicisti e generi musicali. Questa distninzione sembra essere condivisa anche dagli uomini di potere, che un tempo erano i nobili e oggi sono i dirigenti governativi, ma provengono sempre dalle stesse famiglie e portano gli stessi cognomi di prima, i quali sostengono e chiamano, sia per i concerti privati che per le occasioni ufficiali, quasi esclusivamente ensamble classiche di djeli malinke. Ciò accade, ad esempio, quando un capo di stato straniero è in visita in Mali, e il presidente lo onora chiamando a suonare il suo djeli più rinomato, Toumani Diabate.

Per questo mi sembra assai significativo il fatto che nelle produzioni di Mali K7 la musica tradizionale dei djeli sia scarsamente rappresentata, anche se non saprei dire se ciò sia dovuto ad una precisa scelta o sia invece una conseguenza del fatto che tale tradizione musicale sia preservata e sostenuta dai meccanismi della società tradizionale in altro modo e in misura maggiore.

Durante il mio soggiorno a Bamako mi sono recato alla sede di Mali K7 nella disperata ricerca di musica registrata su compact disc. Oltre a Mali K7 l'unico negozio della capitale che vende CD legali è Music Land, in avenue Mamadou Konate, dove ho trovato musica del Senegal, della Costa d'Avorio, del Congo, e persino Britney Spears e Madonna, ma nessun CD di musica maliana, solo cassette.

La sede di Mali K7 è una casa a un piano nella polverosa route de Sotuba, a Quinzambougou, un vecchio quartiere residenziale della Bamako coloniale in cui risiedeva l'alta borghesia della capitale. La si riconosce solo per una piccola targa gialla e blu appesa fuori dal cancello, con su scritto “Mali K7 SA – Ali Farka Touré Associé”. Si entra in una stanza in cui alle pareti, dietro una vecchia scrivania, sono appesi vecchi manifesti e un centinaio di copertine di CD differenti. Sui divani in pesante velluto marrone sono seduti un ragazzo e una donna, una djeli sorridente. Nella stanza a fianco si intravede un uomo anziano con una lunga veste azzurra e la barba bianca, che sta sistemando mucchi di cassette sugli scaffali di metallo.

La sede sembra chiusa, ma Ibu convince il vecchio a farci scegliere e comprare qualche CD. Una volta scelti i dischi, il vecchio, con molta calma, compila la ricevuta a mano, scrivendo uno ad uno i titoli degli album scelti. Nel frattempo noi scambiamo quattro chiacchiere e chiediamo consigli musicali alla djeli, poi riusciamo ad entrare nelle stanze del retro, dove sono i sistemi per la duplicazione delle cassette e dei CD e per la stampa delle copertine.

A Bamako imperversa la pirateria, e trovare musica ben registrata su CD originali è quasi impossibile. Gli stessi artisti sono contrari a distribuire la loro musica su CD, un supporto troppo vulnerabile alla duplicazione non autorizzata. Per strada si incontrano ovunque venditori ambulanti che offrono CD illegali dei maggiori successi musicali maliani, come M'Bemba di Salif Keita, o gli ultimi lavori di Saramba Kouyate e Sekouba Bambino. Ma, oltre al fatto che i CD pirata sono masterizzati malissimo e che, quando si riescono a leggere, la qualità audio è peggiore di quella delle cassette originali, il dato più grave è che il volume di tale commercio illegale si avvicina probabilmente al 90 % dell'intero commercio di musica registrata, sottraendo in tal modo agli artisti e all'industria discografica locale le risorse necessarie al loro stesso sostentamento.

A causa del dilagare del fenomeno della vendita di materiale pirata, Mali K7 ha già bloccato una volta le sue produzioni, nel 2003, e nel 2005 si è fermata nuovamente, assieme a un'altra importante produzione maliana di cassette, Seydoni Mali, per protesta e per l'impossibilità di far lavorare e pagare adeguatamente i propri dipendenti.

Conoscendo la situazione, denunciata ampliamente sul sito di Mali K7, la mia consueta scelta di acquistare soltanto musica legale si era rafforzata anche grazie a una nuova spinta etica. Trovandomi nella sede di Mali K7 ho quindi scelto alcuni CD, pescando autori quasi tutti sconosciuti tra decine di album appesi al muro, o affidandomi ai consigli della djeli, come nel caso di Alou Sam. Purtroppo, a meno di produzioni di Mali K7 distribuite da altre etichette, quei CD in Europa non si trovano.

4 commenti:

Anonimo ha detto...

mi hai messo voglia di andarci, in quel negozio...

Non ho trovato le lacche, devono aver seguito il destino di mio padre, come tante altre cose. Mi spiace.

Saluti, Egeria

Anonimo ha detto...

...e guarda tu il caso, sabato su alias ho letto un articolo di Gianluca Diana sul Mali...

Anonimo ha detto...

...grazie della citazione tirata giù dall'anonimo di cui sopra. Spero sia stato di suo gradimento...
Gianluca
www.myspace.com/mojostation

NEBBIA (obi1knon) ha detto...

VORREI COMPLIMENTARMI DAVVERO PER LA BELLEZZA DEL BLOG

MARINO

www.africamali.blogspot.com

Creative Commons License
This opera by http://www.blogger.com/www.tpafrica.it is licensed under a Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Condividi allo stesso modo 2.5 Italia License.