24 gennaio 2008

Mali: il mondo dei djeli - Intervista a Kasse Mady

traduzione di sekou diabate

Per avvicinarsi al mondo dei djeli mandengue gisogna ascoltarli. Pubblichiamo qui uno stralcio di un’itervista a Kassemady Diabate, registrata a casa sua, a Bamako, nel gennaio 2006. L’intervista è stata raccolta in lingua bambara, e tradotta in italiano grazie al prezioso contributo di Sekou Diabate, di Roma.

Kassemady è la voce maschile della musica mandengue in Mali. Profondo conoscitore della tradizione, è anche un uomo semplice e caloroso, come un bambino saggio che mostra la sua incredibile arte solo quando gli viene chiesto, quando canta o racconta una storia. Per questo lo abbiamo lasciato libero di raccontare. Questo è un assaggio di letteratura africana.



Domanda: può raccontarci qualcosa della sua storia?

Risposta: Dio, dai la pace a Moammhed e a tutti i suoi discepoli, nessuno escluso (formula propiziatoria con cui un mussulmano inizia un discorso. Ndt)

Prima di tutto voglio ringraziarvi per avermi rivolto questa domanda, che mi dà l’occasione di esprimermi secondo le mie possibilità (un griot dà sempre un merito a chi gli da la possibilità di parlare e a chi lo ascolta, perché la bocca che parla trova il suo senso nelle orecchie che ascoltano, Ndt) Quello che vi racconterò ora riguarda come ho cominciato.

Mi chiamo Kasse Mady Diabate e vengo da Kela, dove sono nato nel 1949. Sono nato nel griottismo (djeliya), sono un djeli. Mio padre è Djeli Moussa Diabate, mia madre è Djontan Kouyate (Djontan è un nome tradizionale, il cui significato indica che la persona ha il valore di dieci schiavi. Djon significa schiavo, tan significa dieci. Ndt).

Mia nonna si chiamava Bintou Kaba, figlia di Fode Kaba. Un suo fratello più piccolo portava il nome di Kasse Mady, e io fui chiamato come lui. Dopo Kasse Mady nacquero due gemelli, Lassine e Losseni. L’ultimo figlio di Bintou Kaba fu Bintou Fama, ed era l’unico in famiglia che cantava. La morte di Bintou Fama Diabate coincise con la mia nascita, quindi si può dire che io arrivai al suo posto.

Cominciai a cantare all’età di sei anni. Tra i sei e i sette anni tutti coloro che conoscevano l’arte di Bintou Fama e mi ascoltavano cantare affermavano che avrei dovuto prendere il suo nome e non quello di Kasse Mady, perché cantavo come lui, anche se non lo avevo mai conosciuto. Sostenevano inoltre che io, Kasse Mady, in futuro sarei stato qualcuno.

I miei genitori mi hanno sostenuto da tutti i punti di vista, curando sia la mia educazione artistica che spirituale. Fino a quando compii nove anni eseguirono su di me alcune pratiche rituali tradizionali il cui scopo era di condurmi alla gloria.

Cantavo canzoni per bambini, e nel frattempo imparavo a suonare il n’goni, il liuto tradizionale mandingo. A otto anni ricevetti l’istruzione per suonare i tamburi della tradizione, mentre a dodici anni sapevo anche suonare la chitarra. Fu allora che iniziai a prender parte all’animazione delle cerimonie a Kela e nei villaggi circstanti. Mi spostavo da un villaggio a un altro in bicicletta, ma ero così piccolo che i miei piedi non arrivavano ai pedali. Ricordo che facevo passare le gambe sotto la canna della bicicletta, ma la posizione era così scomoda che ogni spostamento rappresentava per me un’impresa. Per fortuna ci fu chi capì le mie difficoltà nel raggiungere i luoghi delle cerimonie, e così iniziarono a farmi accompagnare.

A quel tempo non amavo cantare, avrei preferito coltivare la terra. Uno dei luoghi dove mi chiamavano spesso per le cerimonie era Kangaba. Il sindaco della provincia si chiamava Kibli Diallo, era una persona dura e feroce e tutti ne avevano timore, ma lui mi voleva bene sinceramente, e con me era molto affettuoso. Fu lui a incoraggiarmi a continuare a cantare quando ero ancora una ragazzino, e non potendo usare con me la forza mi incoraggiò con la tenerezza. Ogni anno si teneva a Kangaba la festa per l’indipendenza del Mali, e nel ’61 composi una canzone per l’occasione. Grazie a quella canzone il Governatore della regione mi chiamò, sottranedomi a Kibli Diallo.

Nel ’73 entrai a far parte di una orchestra nazionale, Las Maravillas du Mali. Il fondatore, Boncana Maiga, si era appena trasferito in Costa d’Avorio, ma erano rimasti quattro elementi della sua orchestra che erano stati con lui a Cuba: Kalilou Traore, pianista, Draman Coulibaly, flauto, Aliou Traore e Ousmane. Las Maravillas preparò un repertorio apposta per me. Il mio primo successo fu Fode, poi Gnagalemba, Nama e Kangablana. Cantai queste quattro canzoni al Festival della Jeunesse.

Andammo a Sikasso e a Kayes, poi l’orchestra cambiò nome, divenendo la National Badema. Sono rimasto con i Badema per circa 18 anni. Ho conosciuto il produttore senegalese Ibrahima Sylla grazie a Salifou (Salif Keita), con cui avevo lavorato molte volte. Io e Salifou frequentavamo lo stesso grain (il luogo dove si prende il the, erano amici di bar. Ndt). Gli dissi: Dio non ha dato la stessa istruzione a tutti; noi siamo coetanei, ma tu sei più istruito di me e sei più esperto su come funziona il mondo dello show business, per favore aiutami a trovare un buon produttore. In quel periodo lui frequentava già Abidjan (la capitale della musica in tutta l’Africa occidentale), e mi rispose che non ci sarebbe stato problema. Fu così che Sylla mi contattò, ci mettemmo d’accordo e io andai a Parigi a registrare due dischi, uno tradizionale e uno moderno (Kela Tradition e Fodé).

Questo in sintesi è come ho iniziato. Nella musica, come in tutte le cose, ognuno ha il suo destino più o meno fortunato. Io non sono ancora riuscito ad arrivare dove il mio talento potrebbe portarmi, forse perché non sono istruito. Sia in Mali che nel resto del mondo tutti riconoscono il mio valore, però non sono mai riuscito ad andare oltre. Le mie canzoni sono belle, i miei testi sono belli, ma io sento in giro canzoni migliori delle mie. Come dicono gli anziani, dentro di me possiedo dei tesori che non riesco a rivelare. Lo vede soltanto chi ti guarda, ma tu non lo sai.

Dopo questi due dischi la BBC ha saputo di me, e ho conosciuto Lucy Duran. E’ venuta per filmarmi perché volevano che partecipassi ad un loro progetto. Lucy aveva delle conoscienze in Messico, da dove mi chiamarono assieme ad Oumou Sangare. Fu la sua casa dsscografica che chiese ad Oumou di portare anche me. Il risultato fu che questi produttori messicani sono venuti in Mali e abbiamo registrato il mio ultimo disco, Kassi Kasse.

Domanda: Può narrarci l’inizio dell’epopea di Soundjata Keita, fondatore dell’impero Mandengue?

Risposta: La storia di Soudjata Keita è lunga e piena di particolari, io vi racconterò appena l’inizio, la sua nascita, per come la conosco io (Nessun griot può dire di conoscere tutto, può dire solo “vi dirò quello che so”. Ndt). La storia di Soundjata è stata raccontata e cantata a misura di quello che ha fatto, senza alcuna esagerazione (a causa del loro ruolo i djeli hanno un'etica della notizia; verificano sempre le fonti e non aggiungono esagerazioni o particolari inventati. NdT).

Canta la melodia di Soundjata)

Quando ascolti Soundjata la prima cosa che ti chiedi riguarda il significato del suo nome. Soundjata è l’abbreviazione di Sougouloun Denke Djata, che vuol dire Djata, figlio di Sougouloun. Se tu chiedi ai griot cosa significhi Djata la maggior parte di essi non lo sanno e non sapranno raccontarlo.

Il nome Djata fu scelto dall’accompagnatrice della madre, una bambina che la aiutava nelle faccende di casa. In malinke questa figura è chiamata gbakoro (gba= cucina, koro = compagno che protegge). La madre di Soundjata, Sougouloun, era una donna molto antipatica e per questo era malvista, e la sua cattiva fama coinvolgeva anche chi gli stava accanto, compresa la sua gbakoro. Nella società malinke esistono dei termini per definire la sposa favorita e quella più disprezzata: la prima si chiama baramoussou, la seconda gbalomoussou. Sougouloun era la gbalomoussou. Sundjata aveva un fratello, Masa Dangara Touma, nato pochi minuti dopo di lui, ma con la fortuna di essere il figlio della moglie preferita, baramoussou.

Quando Soundjata nacque, l’accompagnatrice di Sougouloun, appena vide il neonato esclamò che era nato un bambino djata, un bambino che spaventa. Djata è la sensazione che si prova quando si incontra all’improvviso un leone. La paura è talmente forte che avresti voglia di nasconderti, di scomparire con tutta la tua ombra. Dja vuol dire ombra, Ta significa prendere. Quindi Djata significa prendere con sé la propria ombra, scomparire.

Come è tradizione, l’accompagnatrice di Sougouloun andò immediatamente dal padre di Soundjata, Farakoro, per annunciare la nascita del suo primo figlio maschio, un neonato djata. Ma quando arrivò da Farakoro lo trovò mentre stava mangiando, e come vuole l’educazione si sedette in un angolo è attese il momento giusto prima di parlare. Finito il pasto la giovane annunciò al padre che aveva una notizia da dargli, e aspettò in silenzio che egli le chiedesse quale fosse. Ma ecco che arrivò la madre di Masa Dangara Touma, e senza attendere il proprio turno comunicò a Farakoro la nascita di un figlio maschio, che fu immediatamente dichiarato il primogenito. La giovane gbakoro di Sougouloun protestò, affermando di essere arrivata prima, e che il primogenito era un altro. Ma il padre tagliò corto, e riconobbe come primo figlio Masa Dangara Touma. Chiese quindi del sesso del figlio di Sougouloun, e gli fu risposto che era un maschio, un fanciullo djata. Il padre rispose: tu hai dato il nome a questo bambino, si chiamerà Sougouloun Djata.

La vita di Sougouloun Djata fu all’inizio segnata dall’antipatia della madre. Ma gli anziani sapevano leggere i segni della natura, e le persone che siedono attorno a un re sono numerose. Tra loro c’era un vegente in grado di prevedere gli eventi degli anni a venire, il quale aveva già annunciato che sarebbe avvenuta la nascita di un bambino destinato a grandi imprese. La gente era a conoscenza di quel presagio, e nell’attesa di quell’evento osservava gli accadimenti con attenzione.

Dovete sapere che nella società mandengue si dice che qualsiasi litigio si risolve, tranne quelli dovuti a tre tipi di situazioni: i litigi per questioni di terra, quelli dovuti alle mogli e quelli causati dai propri cani. Bene, fu grazie al suo cane che la gente capì che Soundjata era tra i due il bambino che tutti attendevano. Dangara Touma e Sundjata avevano ciascuno un cane. Quello di Dangara era forte e prepotente, e sottometteva continuamente il cane di Soundjata, che era più piccolo e debole. Ma un giorno il piccolo cane reagì, salto alla gola dell’altro e non mollò la presa fino a che il cane più grande non cessò di muoversi. Tutti coloro che osservarono la scena capirono che il giorno dell’avverarsi della profezia era arrivato, e che così come il cane di Soundjata aveva battuto il cane di Dangara, lo stesso sarebbe accaduto tra i due fratelli. Da quel momento iniziò il conflitto, che si sarebbe protratto negli anni a venire.

...

la storia continua, e narra di come Soundjata, che era storpio, imparò a camminare con la forza di volontà, di come fu esiliato dal fratello e di come fu richiamato in occasione della guerra contro Soumagoro Kante e il popolo dei Sosso, di come vinse la guerra e riunì le tribù fondando, nel XIII° secolo, l’impero Mandengue, che si estese dal Mali al Senegal, al Niger, alla Guinea, alla Liberia, alla Sierra Leone e alla costa d’Avorio.

La storia di Soundjata si intreccia anche con quelle dei suoi generali, ciascuna delle quali costituisce l’origine di una delle grandi famiglie Malinke. Parliamo dei Kone, dai quali discendono i Diabate (Tourama), dei Kouyate (Bala Faseke), dei Fakoly, e così via.

I Diabate e i Kouyate sono i più autorevoli conoscitori dell’epopea di Soundjata Keita, e Kasse Mady Diabate ne è oggi uno degli interpreti più rappresentativi in Mali.

1 commento:

Crytal Dragon ha detto...

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