27 dicembre 2007

Gerhard Kubik - L'Africa e il Blues

Pubblicato nel 1999, Africa and the Blues è una pietra miliare nell’ambito degli studi sulla musica afro-americana e sulle sue radici africane. La tesi di Kubik è riassumibile in una sola affermazione: il blues è musica africana nata in Nord America.

L'originalità del testo deriva dalla storia e dall’approccio del suo autore, l’austriaco Gerhard Kubik, il quale, armato del suo clarino e di un registratore audio, ha viaggiato per il continente africano per oltre quarant’anni. La sua ricerca parte quindi dalla conoscenza approfondita della musica e della cultura africana, di cui ha poi inseguito le tracce oltre Atlantico, prima in Brasile e infine nel sud degli Stati Uniti. Oggi Kubik è professore di etnomusicologia all'Università di Vienna, di etnopsicologia a Klagenfurt ed è membro del Royal Anthropological Instistute di Londra e del Center for Black Music Research di Chicago.

L’origine del blues “moderno” è collocabile intorno alla fine dell’800, e deriva da alcune forme musicali praticate dalle comunità di schiavi di origine africana che vivevano isolate al servizio di padroni bianchi nelle sterminate piantagioni di cotone del profondo sud degli Stati Uniti. Molti elementi storico-sociologici riportati da Kubik avallano l’idea che le particolari condizioni di vita degli schiavi in quell’area a partire dal 1600 e – soprattutto – dal ‘700 avrebbero favorito la selezione e la conservazione di particolari stili musicali africani caratterizzati dal canto solitario utilizzato per raccontare storie – in questo senso il blues, come le antiche canzoni africane, assumono il ruolo di letteratura orale - e dall’accompagnamento di artigianali strumenti a corde.

Attraverso l’uso di dati storici, come la ricostruzione dei flussi degli schiavi dall’Africa verso il Nuovo Mondo, e l’analisi comparata delle sue caratteristiche musicali, Kubik ipotizza che le radici del blues siano da ricercare nelle regioni africane del Sudan centro-occidentale, che comprendono le aree interne del Senegal, il Mali, il Niger, il Burkina Faso, la Nigeria e il nord del Ghana e del Cameroon. Sebbene esistano somiglianze morfologiche, Kubik minimizza il contributo della tradizione dele etnie della costa del golfo di Guinea e delle aree a sud dell’equatore, compresi il Congo e l’Angola, pur ritrovandone tracce in regioni e comunità particolarmente isolate degli States come i monti Appalachi, nei quali sopravvive ad esempio l’uso di un arco a bocca, strumento tipico del Mozambico.

L’analisi di Kubik procede dalle testimonianze storiche agli strumenti musicali, dalle ragioni dell’assenza nel blues degli archetipici time-line patterns asimmetrici (ad esempio le claves della tradizione cubana) fino a una approfondita discussione sulle strutture armoniche del blues e sulle blue notes, la cui origine viene collegata al processo di integrazione tra una varietà di scale pentatoniche utilizzate in Africa e la scala eptatonica di origine europea. E non è finita qui.

Il libro, che nell’edizione italiana è anche accompagnato da un CD contenete molte registrazioni prese sul campo, si conclude con un capitolo sul ritorno del blues in Africa e sulla sua influenza sulla moderna musica africana, tra cui il kwela sud-africano e il cosiddetto desert-blues. Confesso di aver provato un certo disagio nel leggere la spietata critica della pretesa originalità e africanità della musica di Ali Farka Toure, accompagnata da velati sospetti di opportunismo nei confronti del leone di Niafunké, che avrebbe cavalcato a suo favore il mito della nascita del blues nel nord del Mali. Le osservazioni di Kubik su una probabile influenza del blues di John Lee Hooker sul suono di Ali Farka possono anche essere condivise, ma da ciò non deriva automaticamente che la sua musica non sia centrata principalmente su elementi tradizionali. Purtroppo Ali è morto poco meno di due anni fa, e non può rispondere.

Comunque sia l’approccio e le tesi di Kubik sono convincenti, e non c’è alcun dubbio che d’ora in poi qualsiasi studio sulle origini africane della musica americana dovrà partire da questo testo fondamentale. La cosa che personalmente mi ha lasciato perplesso è la quasi totale assenza nel suo studio di dati e osservazioni che riguardino la vasta tradizione musicale del Mali, che dovrebbe costituire il fulcro del ragionamento del libro, mentre vengono copiosamente riportati esempi relativi alla Nigeria, al Cameroon, e persino all’Angola, al Malawi e al Mozambico, che sulla base delle stesse argomentazioni dell’autore avrebbero avuto un’influenza decisamente limitata se non trascurabile sulla genesi del blues.

Forse questo lascia spazio per proseguire le sue ricerche proprio a partire dalla terra maliana, soprattutto nella tradizione dei djeli e dei cacciatori di etnia bambara, intorno alla città di Segou, dove è vissuto forse uno dei più grandi “bluesman” di tutti i tempi, il riverito cantante cieco e maestro di n’goni Bazoumana Sissoko, del quale sono disponibili registrazioni certamente scevre da qualsivoglia influenza proveniente dal blues americano.

Autore: Gerhard Kubik
Titolo: L’Africa e il Blues
Anno: 2007
Casa Editrice: Fogli Volanti

2 commenti:

Anonimo ha detto...

Saluti da Mojo Station

Anonimo ha detto...

ciao GM vorrei citare la tua recensione su una parte della mia tesi, il quale fulcro è il griot e il bluesman, due tradizioni a confronto... non so chi sei...mi interesserebbe. Emanuela T.
lunasax(chiocciola)libero punto it

ciaoooo

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