pulsanti

23 aprile 2014

Joe Driscoll and Sekou Kouyate - Faya



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Faya è musica suonata con straordinaria maestria da due artisti che attingono idee ed energie direttamente dal brodo culturale del mondo contamporaneo, fatto di drammatiche contraddizioni e di fertili incontri che in altre epoche sarebbero stati impossibili, o avrebbero richiesto secoli per produrre dei frutti.

Faya è la storpiatura di fire, e rappresenta il fuoco necessario alla fusione tra i mondi di Joe Driscoll, menestrello folk newyorchese, rapper, toaster, beatboxer, polistrumentista e one-man band, e Sekou “Kandia” Kouyate, guineiano, straordinario virtuoso della kora – l’arpa mandinga a ventuno corde – e prodigioso innovatore dello stile tradizionale. E pensare che i due non parlano neanche la stessa lingua.

Sekou Kouyate viene da un’antica famiglia di djeli di Conakry. Suo padre è M’Bady Kouyate, kora degli storici Ballets Africains; suo cugino è Ba Sissoko, che con la band omonima hanno stravolto il linguaggio dei djeli malinke, applicando per primi l’uso delle distorsioni e degli effetti speciali alla kora e agli strumenti tradizionali, che nell'universo creativo delle nuove generazioni di djeli urbani suonano sempre più liberi e stralunati, come in una futuribile etno-rock band meticcia e psichedelica. Il vulcanico Sekou Kandia lavora contemporaneamente a molti progetti, tra i quali i gruppo Section Kora - nel quale suonano alcuni membri della sua famiglia - che in autunno si esibirà per la prima volta in una tournée internazionale. Inoltre il giovane Sekou ha una voce dalla grana raffinata e una grinta soul di tutto rispetto, che supera per intensità - se non per tecnica - quella del suo compagno newyorchese.

Ascoltato per la prima volta con gli Espoirs de Coronthie all'Afropean Meeting Festival di Rovigo, nel 2010, Sekou Kandia unisce un talento creativo fuori dal comune alla maestria tecnica e alla perfetta padronanza del repertorio tradizionale. Interrogato su chi ritenesse fosse il miglior korafola contemporaneo la sua risposta fu sibillina: "dipende di quale generazione stiamo parlando".

Effettivamente la sua kora sembra superare i limiti imposti a uno strumento modale ad accordatura fissa. La velocità e l'imprevedibilità delle sue sequenze, l'uso degli effetti e la padronanza dell'armonia lo pongono a suo agio anche in contesti musicali distanti da quello di origine, come il jazz, il rock e il tumulto della pachanka urbana globale, fatta di reggae, rap, funky ed elettronica.

Sekou Kandia rappresenta la nuova generazione di musicisti africani che scaleranno la montagna della musica futura. Giovani talentuosi e carichi di curiosità, con alle spalle il rispetto per le loro radici e di fronte un irresistibile impulso a creare qualcosa di personale.

Pubblicato dalla blasonata Cumbancha nella collana Discovery, Faya di Driscoll - Kouyate è e sarà una pietra di paragone per quei lavori che d'ora in poi intenderanno ampliare il linguaggio della musica dei djeli arricchendolo con le forme e i rumori musicali dei sobborghi metropolitani afro-euro-americani. Faya rappresenta anche l'antipasto ideale da consumare mentre si attende il primo album del giovanissimo fuoriclasse Sidiki Diabate - la kora imbizzarrita di Bamako - accompagnato da suo padre Toumani, in uscita per la World Circuit per questa estate. E ci sarà da divertirsi nello scoprire chi dei due sia stato più ardito.



Autore: Joe Driscoll & Sekou Kouyate
Titolo: Faya
Anno: 2014
Label: Cumbancha

16 aprile 2014

Aminata Wassidje Traore - Tamala


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I popoli delle sabbie del Mali si chiamano Songhay, Fula (Peul), Woodabe, Hausa, Tamashek. Abitano terre aspre e difficili, fornaci di giorno e frigoriferi di notte, avare di acqua e di cibo, di ombra e di ripari. In quelle aree la gente si concentra nelle città di sabbia non distanti dal fiume, Mopti, Timboctou, Gao. Fuori da esse le carovane di nomadi viaggiano nel nulla, come navi nell’immensità dell’oceano i cui capitani annusano il vento.

La musica del nord del Mali è oramai riconoscibile dagli ascoltatori di tutto il mondo soprattutto grazie alla fama ottenuta dal vecchio leone Alì Farka Toure – che vinse un Grammy assieme a Ry Cooder con il suo Talking Timbuktu – e ai guerriglieri tamashek Tinariwen, che sostituirono le chitarre elettriche ai fucili.

Si tratta di una tradizione musicale non facile da digerire. Nenie vocali ossessive e incomprensibili, liuti dal suono sordo, linee percussive semplici e ipnotiche, flauti sfiatati, violini stridenti a una sola corda, battiti di mani. Niente a che vedere con le melodie dolci della kora e del balafon suonate appena un pò più a sud. Sono stati la chitarra elettrica e la forte assonanza con il blues a rendere quelle musiche prima digeribili, poi addirittura affascinanti. Le sensibilità lontane furono alla fine educate, le orecchie domate, e le produzioni euroamericane accesero la luce e si misero in cerca di artisti da lanciare sulla scena internazionale. Dopo Alì Farka e Tinariwen arrivarono i Tartit, Afel Bocoun, gli Etran Finatawa e i Mamar Kassey dal Niger, Kahira Arby, Baba Salah, Bombino dalla Mauritania, Vieux Farka Toure.

Alcuni di quei lavori furono adattati per aver successo altrove – sono gli artisti stessi, soprattutto se con esperienze internazionali, a comprendere l’importanza di aggiungere un beat, di introdurre la variazione giusta, di addolcire un suono troppo aspro o pompare il basso, di affidarsi a uno studio di registrazione e mixaggio capaci di enfatizzare ogni suono e creare un disco rock.

Aminata Wasidje Traoré è una songhay di Diré, villaggio non lontano da Timbouctou. Tamala è il suo debutto, prodotto dalla sconosciuta Simart e pubblicato da Mali K7 in Mali nel 2008. Io l’ho trovato all’intramontabile negozio di Mali K7, proprio di fronte allo studio Bogolan di Bamako, e mai mi sarei aspettato che sei anni dopo la sua uscita venisse pubblicato da Glitterbeat Records in tiratura limitata di 1.000 copie in vinile 180 grammi per audiofili, e proposto anche in formato digitale da Akwaba Music. L’operazione è stata condotta da tal Paul Chamber, che in Mali ha dato vita alla produzione Studio Mali e alla ONG Instruments4Africa, la cui missione è la preservazione della ricca tradizione musicale di quel pezzo d’Africa.

Come sia il suono del vinile non lo so e non lo saprò mai. Probabilmente l'originale è stato rimasterizzato, nonostante suonasse naturalmente bene già nella versione prodotta localmente.Il disco viene lanciato da tutti i recensori come “musica suonata per gli ascoltatori locali”, e ciò dimostra implicitamente che molta della produzione che ci arriva da laggiù viene "adeguata" ai gusti dei palati nostrani.

La musica è un equilibrio di voci, strumenti tradizionali – la calabash, il n'goni, il violino a una corda – ed elettrici: chitarra, basso, batteria e tastiere. E' musica urbana, con un occhio alla tradizione e un altro più malandrino al mercato. La title track è persino ballabile, una sorta di desert zouk che scuoterà sicuramente i corpi dei giovani maliani del nord nei festival locali o in improvvisate piste da ballo all'aperto. Noi ve ne facciamo ascoltare qualche brano nella versioni "originale" dell'edizione maliana, senza alcun intervento in fase di missaggio e mastering, perché crediamo ne valga la pena. E intanto in rete già compaiono i primi remix ….


Autore: Aminata Wassidje Traore
Titolo: Tamalaanno: 2008 (Mali) 2014 (International)
Label Mali K7 / Glitterbeat

14 aprile 2014

Chris Ajilo - Ariwo


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Christopher Abiodun Isola “Chris” Ajilo è un nome che ricorre nei racconti densi di ricordi dei canuti campioni dell’highlife nigeriano sopravvissuti al tempo, accanto a quelli di Bobby Benson, Ayinde Bakare, Julius Araba, Victor Olaiya, Fatai Rolling Dollar, Roy Chicago e Rex Lawson.

Oramai ultraottantenne continua a soffiare nel suo sax tenore e a reinterpretare vecchie e famose canzoni degli anni ’50 – Eko, Ariwo, Gba Gbere e Oh Christiana - epoca in cui Chris Ajilo and his Cubanos registravano hits per la neoarrivata Decca e infiammavano le notti di Lagos e delle città della costa occidentale dell’Africa.

La chiamavano highlife, la musica della dolce vita, anche se prima che esplodessero le indipendenze era più che altro intrattenimento da bar senza molte pretese. Gli anni ’50 è l’epoca dei menestrelli da strada e della musica palmwine, e nonstante Chris Ajilo si fosse formato a Londra grazie alla relativa agiatezza della famiglia, in alcuni suoi brani scacciapensieri possiamo percepire ancora la vitalità semplice di un tempo.

Il primo ottobre del 1960, giorno in cui la Nigeria ottenne l’indipendenza, Ajilo era nell’orchestra federale di venticinque elementi che suonò a Lagos durante la celebrazione. In seguito egli diresse orchestre dal vivo, in radio e in televisione, contribuendo a costruire l’immaginario musicale della nuova Nigeria e a formare il paesaggio sonoro che di lì a poco sarebbe esploso in una delle più straordinarie scene musicali del mondo.

Dopo qualche lustro di assenza dalle scene, all’età di ottantadue anni Ajilo pubblica un disco (e persino un’autobiografia) in cui rivisita i vecchi successi accompagnato da un’orchestra di undici elementi, composta da voce solista e coro, chitarre, basso, tastiere, batteria, percussioni e una ricca sezione di fiati. Registrato ad Ibadan e prodotto dalla EniObanke Music, un’etichetta lagosiana legata a un festival musicale che si tiene ogni anno a Ikeja.

Chris Ajilo è un musicista colto, e il jazz pulsa nel fremito del suo sassofono. Chris Ajilo è un veterano, ma il vigore di Lagos permea il suo sound, che sa evocare sia la leggerezza dell’highlife ante guerra civile che le atmosfere cavernose del proto-juju. Ma nello spirito Ariwo è palmwine, in cui risuona il caldo appiccicoso, l’odore della brezza marina misto all’olezzo di alghe marce ammassate sulla sabbia, il profumo acidulo e dolciastro della linfa della palma fermentata, le risate sguaiate e le battute in pidgin su uno strimpellio metallico di corde. Ajilo danza ancora.



Autore: Chris Ajilo
Titolo: Ariwo
Anno: 2012
Label: EniObanke

02 aprile 2014

Ibibio Sound Machine


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Ibibio Sound Machine è dance elettronica con discendenza africana, neonato esperimento meticcio coltivato in casa Soundway – che oltre alla nostalgia sa anche come sostenere il presente – e proposto alla platea degli ascoltatori europei stanchi che chiedono ai DJ – i nuovi profeti dell’iperuranio musicale - di placare la loro fame di sensazioni nuove.

Nel panorama dance il progetto è una collaborazione raffinata e ben assemblata, in cui l’afrobeat sintetico sostenuto da una massiccia sezione fiati – c’è persino il baritono - è potenziato dalle nuances tenebrose che richiamano i talking drums yoruba e dal canto modale decentrato da ogni equilibrio armonico tipico della tradizione tropicale africana.

Prodotto londinese, non può che avere molte anime. Dall’Africa la cantante Eno Wiliams, di etnia ibibio proveniente dalla Nigeria sud-orientale e il sofisticato e maturo chiatarrista ghaniano Afred “Kari” Bannerman, guerriero dell’afrojazz alle cui spalle ha tra gli altri E.T. Mensah e gli Osibisa, e dalle cui dita il groove fluisce potente e naturale. Alle percussioni il bahiano Anselmo Netto. All’elettronica afrodub e fiati i londinesi Scott Baylis and Tony Hayden.

Dalle molte anime discendono molte facce, da quella disco funky di Let’s dance The Talking Fish e The Tortoise - le Lijadu Sisters in cattedra - al gospel galattico di Voice of the Bird e Ibibio Spiritual, che aprono e chiudono l’album, ai brani più torbidi e sperimentali, come Uwa the Peacock, la sognante Woman of Substance, Got to Move o la splendida Prodigal Son. C'è anche un highlife trasfigurato tra il rock e la mbaqanga sudafricana, puro prodotto dei sobborghi della metropoli oltre Manica. Il suono è sofisticato, massiccio e scuro, quasi antracite. Tecnicamente impeccabile, anche nel mettere in scena l'ingenuità tecnologica che fa suonare il tutto vagamente nostalgico.

Se dietro alla macchina del suono Ibibio ci sia un cuore ognuno può provare a capirlo. Io il battito lo sento, non rimbomba ma è ben udibile. Non è un cuore africano però, non siamo certo di fronte alla frenesia stralunata e altamente infettiva di Shangaan Electro. Africana è la sete di festa, è la voce sempre sul beat di Eno Williams e il sound della lingua del delta del Niger, sono le figure ricorsive e sfuggenti dei riffs alla chitarra. Il cuore - e la testa - sono però nella produzione, saldamente in mano a Max Grunhard, già dietro all'altro progetto Soundway chiamato Konkoma e che qui suona il sax alto, a Leon Brichard al basso e sinth e a Benji Bouton alla batteria e alle tastiere. Sono loro il cervello della Sound Machine, sono loro che hanno cucinato la pietanza, usando l'Africa come ingrediente predominante, ma senza nascondervici dietro. Nell'arena dello showbiz globale lo fanno in molti, e non tutti riescono a creare una sintesi riuscita come questo Ibibio. Un incontro rispettoso e felice, e aggiungo: finalmente.


Autore: Ibibio Sound Machine
Titolo: Ibibio Sound Machine
Anno: 2014
Label: Soundway Records

04 marzo 2014

Tiecoro Sissoko - Keme Borama


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Anche io, come gli amici della KSK System Krush, ho conosciuto Tiecoro Sissoko all’Hogon di Bamako, un club nel quartiere di N’Tomikoro Bougou dove tutti i venerdì sera si esibiva Toumani Diabate e la sua Symmetric Orchestra.

Erano serate incredibili, in cui uno a uno sfilavano sul palco alcuni tra i principali talenti della scena musicale malinke e bambara di Bamako. Sulla possente trama sonora prodotta dalla Symmetric Orchestra – oltre a Toumani c’erano Fantamday Kouyate alla chitarra e Lassana Diabate al balafon - era usuale che alle voci si alternassero djeli e artisti del calibro di Mangala Camara, Kassemady Diabate, Soumayla Konate.

Tra le voci della Symmetric Orchestra quella di Tiecoro Sissoko si distingueva per il timbro alto, intenso e leggermente nasale, che tanto ricorda i djeli mandinka, i gawlo tukolor o i gewel wolof del Senegal.

Nato in una famiglia di djeli nel 1946 a Kenieba, un villaggio della regione di Kayes, Tiecoro rappresenta la tradizione della djeliya della sua terra, un area selvaggia nell’ovest del Mali che costituisce una tappa forzata sul percorso di viaggio che da Dakar e dall’oceano Atlantico porta a Bamako, al centro dell’Africa mandinga. Gli echi del Senegal si odono nelle vibrazioni delle sue corde vocali.

Come accade a moltissimi djeli, oltre ad essere un cantante Tiecoro Sissoko è anche un polistrumentista. Avviato da giovanissimo al tamani – il tamburo parlante – e al djeli n’goni – il liuto mandingo a quattro corde- ben presto Tiecoro dedicò la sua attenzione alla chitarra, che come la maggior parte dei musicisti africani suona pizzicando le corde con il solo pollice e indice, usando una tecnica mutuata dal n’goni, il cui stile inconfondibile si riflette nei suoi arpeggi dalla densità asimmetrica.

Nonostante abbia suonato con molti dei musicisti più famosi della scena di Bamako, Tiecoro non aveva mai registrato un album solista. Keme Borama e il suo primo ed ultimo album, in quanto purtroppo l'naziano - ma non troppo - griot è deceduto nel maggio del 2012, prima che uscisse il disco.

Egli vi canta e suona la chitarra, accompagnato dal n’goni di Adama Tounkara e dalla kora di Madouba Camara, in un delicato e intenso trio acustico di corde che rappresenta e riassume l’essenza del bajourou, un set musicale acustico e non amplificato che nasce quando i djeli si incontrano la sera intorno al fuoco, all’ombra di un albero durante un pomeriggio assolato o in un chiassoso cortile abitato da molte famiglie. Registrare il bajourou è possibile solo se si frequentano i djeli e le loro case. Dischi leggendari di bajourou che hanno fatto conoscere al mondo quelle tessiture di corde furono “Mali music” di Fanta Sacko, registrato nei primi anni ’70, e Bajourou dai cosiddetti Big String Theory – al secolo Lafia Diabate, Bouba Sacko e Djelimady Tounkara - registtrato da Lucy Duran nel 1993. Keme Borama ripercorre quella stessa strada, ed è stato registrato nel 2009 nel cortile di un certo Abdoul Doumbia, in uno qualsiasi dei quartieri popolari di Bamako, in cui i compounds condivisi da più famiglie si allineano uno dopo l'altro sulle strade rosse e polverose.

Gli struggenti giochi di corde e la voce intensa del vecchio djeli fanno di quest’album un piccolo gioiello musicale e una testimonianza di quella fulgida eredità artistica e culturale da non perdere. Io dal canto mio continuo a seguire gli amici virtuali della Kanaga System Krush, così simili a TP Africa per spirito e intenti, e ad attendere con ansia il loro documentario in lavorazione “Music in Mali: Life is hard, music is good”.









Autore: Tiecoro Sissoko
Titolo: Keme Borama
Anno: 2013
Label: Kanaga System Krush

24 febbraio 2014

ROB - Funky Rob Way


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Durante il lungo letargo di TP Africa sono usciti alcuni piccoli capolavori del sound africano d'annata e contemporaneo, alcuni dei quali passati forse inosservati ai più distratti tra gli ascoltatori. Riprenderli oggi, riascoltarli e proporli a chi non se ne è accorto è un piacere intimo, oltre che una delle funzioni "istituzionali" di questo blog, un dovere dettato in parte anche dal senso di colpa di non averlo fatto al momento giusto.

Con quel l'equivocamente torbido "Make it Fast, Make it Slow" incluso nella raccolta Ghana Soundz vol.1 dell'allora neonata Soundway Records di Miles Cleret, Rob "Roy" Randorf si era già ritagliato uno spazio nel mio immaginario musicale. Si trattava di funky grezzo e radicale, sul quale una voce sordida simulava un lungo amplesso maschile.

L’omologo album da cui era tratto quel brano è stato pubblicato in versione integrale dalla stessa Soundway nel 2011, mentre in contemporanea l’Analog Africa di Samy Ben Rejeb faceva uscire Funky Rob Way, il primo album di questo folle e misterioso musicista ghanese seguace di James Brown, Otis Redding e Wilson Pickett.

Nato ad Accra nel 1949, Rob si diplomò in pianoforte in una scuola di musica a Cotonou, e in seguito si inserì come musicista secondario in gruppi locali del calibro dei Black Santiago e dei Poly-Rhithmo. Completato il suo addestramento e tornato in Ghana dopo qualche anno, mr. Raindorf si mette alla ricerca della band giusta per poter suonare il suo funk. Con una fissazione: la band deve essere non solo in grado di creare il giusto groove, ma deve avere una robusta sezione di fiati che fornisca un'adeguata punteggiatura.

Finalmente a Takoradi conosce il chitarrista Amposah Rockson e i suoi Mag-2, l’orchestra militare del secondo battaglione della città. Erano perfetti, e possedevano gli strumenti che Rob cercava. Batteria, percussioni, basso, una chitarra Hoffner, una tastiera Yamaha e - soprattutto - una sezione di fiati degna di una banda militare.


Il tempo necessario a provare le sue scarne composizioni, e i Mag-2 erano pronti a suonare dal vivo. La priorità naturalmente erano i palchi delle caserme, dove la band aveva il compito di allietare la vita dei soldati. Poi venivano i concerti per i civili. Infine lo studio di registrazione, il mitico Essiebons di Accra, dove nel 1977 furono registrati entrambi gli album di Rob. Negli anni successivi prese piede in Ghana e Nigeria il sound più educato del disco boogie, e Rob non era certo in grado di addomesticare la sua furia. Così dopo aver tentato e registrato un altro disco – si dice più “gentile”, ma vorrei ascoltarlo prima di credervi – la necessità lo spinse ad aprirsi il suo ristorante ad Accra, dove lavora ancora oggi.

Che dire della sua musica? E' roba scolpita con l'accetta, rozza, povera, non certo musica per palati fini. Quattro suoni sgraziati che lasciamo molto al silenzio, e sopra una voce declamante da profeta che razzola malissimo. Potrà sembrare materia grezza e grossolana, ma un altro modo di ascoltarla e considerarnela sua nudità. Le composizioni e gli arrangiamenti di Rob hanno la capacità di rimandare alle sorgenti della musica nera, di evidenziare l'anarchia primordiale della grammatica funk e della sintassi blues combinandola con la follia estatica da predicatore di un’imminente apocalisse.

Come è accaduto molte volte – e ogni volta in modo diverso - il funky torna in Africa e vi trova la sua casa. La sua arte è sottrattiva, in senso zen. La musica si spoglia di tutto ciò che non serve e che – anzi – costituisce ostacolo a percepirne l'essenza, che non è nella perfezione della struttura o nell’armonia di note e accordi, ma nella vitalità stessa di quel beat primordiale. Credetemi: questa roba è energia pura che arriva direttamente da sotto l'ombelico.

Autore: ROB
Titolo: Funky Rob Way
Anno: 2011 (1977)
Label: Analog Africa (Essiebons Records)

05 febbraio 2014

Joseph Osayomore & Ulele Power Sound - Ororo No De Fade (1983)


ASCOLTA: (intero album)


Abbiamo già incontrato Joseph Osayomore su questo blog, e anche dal vivo. Era un pomeriggio di gennaio, e nonostante l'harmattan l'aria era insoltiamente calda e umida.

A Benin City gennaio è un mese dimesso per la musica dal vivo. Dicembre è il mese delle feste: c'è l'Igue Festival, durante il quale si festeggia la nascita dell'impero del Bwnin e l'Oba palace - il palazzo reale - viene aperto alla popolazione e persino ai visitatori stranieri in occasione delle celebrazioni tradizionali presiedute da Oba Erediauwa, c'è il natale, e oltretutto è il mese preferito per i matrimoni, come da noi a maggio. Per questo a gennaio ci sono poche celebrazioni. La gente non ha più soldi, ed è disposta a pagare i musicisti solo se costretta. Le uniche celebrazioni che non si possono rimandare sono i funerali.

Così, per ascoltare dal vivo gli Ulele Power Sound International di OJ sono accorso al funerale di uno sconosciuto. Oltre a Osayomore si esibivano in contemporanea altri due gruppi piuttosto noti da quelle parti: Adviser Nowamagbe - prima o poi si dovrà scrivere anche di questo folle fomentatore di popolo - e sister Naomi Ehigie. Tre palchi disposti a T non sono insoliti da vedere a un funerale, una di quelle occasioni in cui il primo figlio maschio del defunto è costretto spesso ad indebitarsi per organizzare una festa che lo salvi dall'altrimenti severissimo giudizio della famiglia.

La band è una macchina da guerra ben oliata, i musicisti non perdono un colpo. Nel frastuono del groove orribilmente distorto i naira piovono dal cielo, lanciati in mazzette da dieci e da venti. Osayomore, istrionico, sovrasta lo spiazzo polveroso in cui convitati e parenti dell'estinto ballano sfrenati per esorcizzare la sofferenza. Sembra divertito nel vedermi, un bianco in prima fila. Ride, mi provoca con una smorfia. Poi prende il flauto traverso. Il suo assolo è rumore sibilante, stridore di metallo.

Dopo il concerto - e dopo avergli spiegato che non sono inglese - scambiamo qualche battuta. "Sono stato a suonare molte volte in Italia. Anche a Roma, a Fiumicino. Invitami, è facile e puoi guadagnare. Io sono un uomo ricco, non mi interessa il denaro." Il suo sorriso è forte e cordiale. "Chiamami".

GM e OJ

Nato alla fine degli anni ’40 a Ugha, un villaggio sulla Ekpoma Benin Road - la strada per Abuja - non lontano da Benin City, Osayomore intraprese giovanissimo il sentiero artistico che lo portò negli anni ’70 ad essere una delle principali star della sua terra. Fortemente radicato nella propria tradizione e orgoglioso di esserlo, Joseph Osayomore è un seguace degli spiriti del pantheon del Benin, e persino il nome del suo gruppo – gli Ulele Power Sound – si riferisce alle sue convinzioni religiose. Nella tradizione del suo villaggio il potere di Ulele viene conferito dagli spiriti a chi li serve e li rispetta.

Osayomore è anche noto per i suoi testi caustici nei confronti del governo nigeriano e dei politici dell'Edo State. Una sorta di Fela Kuti dei bini. Del resto la figura del musicista o del teatrante sfacciato e irriverente che usa la propria arte come mezzo per deridere e criticare l’autorità – per dire la verità senza aver paura, dice la tradizione - è comune nel contesto culturale yoruba e bini in cui si muovono sia Fela che Osayomore.



Ororo No De Fade è un disco del 1983. La title track è uno di quei pezzi che ha scandalizzato l'Edo State è ha costretto Osayomore a fuggire lontano. Parlava contro l'allora governatore locale, Lucky Nosakhare Igbinedion, ma nel citare il re cantava "l'Oba non può essere trasferito". Sembra che questa frase sia stata considerata offensiva verso la più alta istituzione bini, l'unica che suscita un profondo e timoroso rispetto in tutta la popolazione Edo. Capire i diversi livelli di significato dei modi di dire bini non è compito facile. Spero un gorno di trovare qualcuno che mi spieghi bene questa canzone.

Musicalmente Orere è più afrobeat che highlife - anche se Kosese e Omoronuwa hanno melodie e adamenti funky highlife alla Sonny Okosuns - groove radicale e ossessivo, che corre leggero sul solido lavoro delle chitarre ritmiche di James Etina, Solomon Imarughodo e Francis Eghiator e del basso di Rico Omogun, della batteria e delle percussioni. Sono i pattern delle clave a definire il ritmo e la sua struttura asimmetrica, mentre i fiati di Pullen Akpata al sax e di Kojo Eghien alla tromba si alternano e si intrecciano con le chiamate e risposte di voce solista e coro. Brani come Soja Go Soja Come - soldati vengono e soldati vanno, in questo caso riferito alla morte che può coglierci in qualsiasi momento - o come Womodo sono grooves davvero irresistibili.


Joseph Osayomore merita di essere ascoltato, e questo blog ve lo proporrà ancora nelle prossime settimane, con la consapevolezza che un universo musicale come il bini highlife deve essere avvicinato a cominciare dai suoi migliori interpreti.

Osayomore live - Benin City - 2013

Autore: Joseph Osayomore & Ulele Power sound
Titolo: Ororo No De Fade (320 kbps)
Anno: 1983
Label: Supreme Disk (Benin City)
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