06 novembre 2009

Fadhili Williams - Malaika


ASCOLTA: (Vedi "Tracce in ascolto")


Quand'era poco più che adolescente, il giovane Fadhili si innamorò perdutamente di una giovane gazzella di città, il suo angelo. A quel tempo aveva appena abbandonato la scuola secondaria di Puwani, a Nairobi, dove si era trasferito da Mombasa per proseguire gli studi e cercare fortuna. Suo padre, anch’egli musicista, era morto quando aveva appena sette anni, e Fadhili viveva disorientato e solo con la sua chitarra nella caotica capitale che sorgeva sui freddi altipiani del Kenya centrale, diviso tra l’eccitazione e il timore per il suo futuro incerto. Ma quell’improvviso amore giovanile fatto di malinconia e passione infuocata lo portò via.

Malaika, nakupenda malaika.
Angelo, io ti amo, angelo.
Ma cosa posso fare, nonostante il mio amore.
Non sono sconfitto dalla sfortuna, ma non ho niente,
e vorrei sposarti, angelo.


Come lui migliaia di giovani kikuyu e masai, abbagliati dal miraggio della modernità e della ricchezza e coinvolti in un’incredibile transumanza, avevano abbandonato le immense aree rurali della savana, dove le loro famiglie vivevano in piccole comunità dedite all’agricoltura e alla pastorizia, per trasferirsi nelle periferie della città. Erano i nuovi poveri delle realtà urbane africane, armati soltanto della forza delle loro braccia.


Nairobi - vestite per la chiesa


Malaika, nakupenda malaika.
Angelo, io ti amo, angelo.
Vorrei sposarti, mia fortuna,
vorrei sposarti sorella mia.
Non sono sconfitto dalla sfortuna, ma non ho niente,
e vorrei sposarti, angelo.


Dopo la fine della seconda guerra mondiale l’America e le potenze europee avevano sciolto finalmente i loro eserciti, e molti soldati africani in congedo erano tornati in patria portando con sé le loro storie di terre e popoli lontani. Quelle storie, assieme al nuovo fiorire dell’economia coloniale e alla diffusione delle radio a transistor, esposero la gente di Nairobi e di molte altre città africane a stimoli nuovi ed elettrici, oggetti, immagini e parole che raccontavano delle impensabili usanze, ricchezze e stili di vita del mondo oltre l’Atlantico e a nord del Mediterraneo. Era il vento della modernità.


Mau Mau


Pesa zasumbua roho yangu.
E’ il denaro a tormentare la mia anima.
Ma cosa posso fare, nonostante il mio amore.
Non sono sconfitto dalla sfortuna, ma non ho niente,
e vorrei sposarti, angelo.


I giovani lavoratori delle periferie di Nairobi non avevano il denaro sufficiente a pagarsi un matrimonio tradizionale, e così anche Fadhili fu frustrato nel suo amore. L'angelo andò in sposa a un ricco commerciante molto più grande di lei, e al giovane musicista non restò che comporre una canzone, che cantava accompagnandosi con la sua fedele e luccicante chitarra elettrica, una Gallotone costata ben 12 dollari.


Jomo Kenyatta, 1971


Kidege, hukuwaza kidege.
Uccellino mio, io sogno di te, uccellino mio.
Ma cosa posso fare, nonostante il mio amore.
Non sono sconfitto dalla sfortuna, ma non ho niente,
e vorrei sposarti, angelo.


Malaika - che in swahili vuol dire angelo - era solo una canzone d’amore, ma portava in sé le tensioni e le contraddizioni che caratterizzarono il Kenya e l’Africa intera negli ultimi anni del colonialismo fino all’indipendenza. Il popolo kenyota era lacerato, abbagliato dal progresso ma ridotto alla povertà, e quella tensione sfociò nella feroce rivolta dei Mau Mau – i kikuyu - contro gli inglesi, che si protrasse per buona parte degli anni ’50. Anche se la rivolta fu faticosamente domata, gli inglesi non riuscirono più a riprendere il controllo completo del territorio, nel 1963 il Kenya conquistò finalmente l’indipendenza e Jomo Kenyatta divenne il primo presidente.

Fadhili Williams Mdawida – era questo il suo nome completo – era nato a Taita Taveta, nei pressi di Mombasa, l’11 novembre del 1938. Il suo primo ingaggio fu a 15 anni con i Chem Chem Kids del sassofonista Alexander Ayub, con i quali suonava nelle feste e durante i matrimoni. con loro registrò anche un disco per la AMC, la African Mercantile Company, e partì in tour per alcuni concerti in Uganda. Quel fugace successo gli aprì le porte della East African Records, dove Fadhili lavorò come assistente del direttore Eric Blackart, come talent scout e leader dei Jambo Boys, dai quali nacque la Equator Sounds Band, un gruppo panafricano in cui militavano tra gli altri l'ugandese Charles Sonko, e gli zambiani Nashil Pichen e Peter Tsotsi.


Fadhili Williams & the Jambo Boys



Equator Sounds Band, 1966



Fadhili Williams & Fundi Konde


Oltre a suonare con Fadhili Williams, gli Equator Sounds Band - che a volte venivano presentati come i Black Shadows - accompagnarono nei primi anni '60 musicisti famosi come Sylvester Odhiambo, Gabriel Omolo e Daudi Kabaka.

Quando gli Equator Sounds Studio chiusero i battenti, Fadhili Williams fu ingaggiato dalla Polygram con cui lavorò per cinque anni, suonando durante gli anni ’70 con tutti i grandi artisti del benga e della swahili rumba, dai tanzanesi Morogoro Jazz e Super Volcano a Simba Wanyika, dai NUTA Jazz a Samba Mapangala, e persino con Louis Armstrong. Il resto della sua vita – dagli anni ’80 in poi – lo ha visto dividersi tra il Kenya e gli Stati Uniti, dove ha sempre lavorato come musicista, suonando soprattutto negli hotel o in occasione di rari concerti commemorativi.

Aveva già registrato Malaika con i suoi Jambo Boys – voce, chitarra, basso, tromba e batteria - nel 1960, e la canzone era stata trasmessa con successo dalle frequenze della radio KBS, la Kenya Broadcasting Service. Ma la versione che divenne famosa in tutto il mondo fu registrata e pubblicata nel 1963, l'anno dell'indipendenza.

Fadhili Williams fu tra i primi musicisti dell’Africa orientale a usare la chitarra elettrica e a introdurre nella musica acustica della tradizione kenyota elementi armonici e ritmici stranieri, derivati dalla musica country americana, dal rock, dalla rumba latino-americana e zairese e dal kwela sud-africano. Per questo Malaika, una delle canzoni più famose e longeve dell’intero repertorio africano, rappresentava in Kenya la modernizzazione della cultura e la sperimentazione di nuovi linguaggi di comunicazione.


Pete Seeger: Live at Newport, 1964


Nel 1964 Pete Seeger cantò Malaika al Festiva di Newport negli Stati Uniti. Erano gli anni del folk revival, e Seeger era, assieme a Bob Dylan, Joan Baez e Woody Guthrie uno dei maggiori esponenti di quel movimento musicale che portava avanti i valori del ritorno a una vita semplice e rurale. Malaika, che in patria richiamava la modernità e il progresso, rappresentava invece per Seeger un mondo a misura di essere umano, che immaginava vivo in Africa e in via di sparizione in America.


Belafonte & Makeba: An Evening with ... 1965


Nel 1965 Hary Belafonte e Miriam Makeba la inserirono nella tracklist di An Evening with, un album che vinse un Grammy Awards. Da allora Malaika è stata riproposta in infinite versioni e stili diversi, tra cui devono essere ricordate quelle dei Boney M, della cantante indiana Lata Mangeshkar, degli Abba e, tra gli artisti africani, le versioni di Angelique Kidjo, del Soweto Gospel Choir e di Djeli Moussa Djawara con Bob Brozman.


Soweto Gospel Choir: Voices from Heaven, 2005


Fadhili Williams è morto l’11 novembre 2001 a Nairobi, lasciando un'eredità musicale pesante oltre ducento canzoni. Molti lo ricordano con i suoi abiti impeccabili, una Dunhill sempre accesa tra le labbra e il suo sorriso. All’ultima dei suoi otto figli, nata nel New Jersey dalla sua seconda moglie, Fadhili ha dato il nome di Malaika, l’angelo che lo rapì durante quei difficili e mai dimenticati anni ’50.


Tracce in ascolto:
1. Malaika
2. Baby I love you
3. Taxi Driver
4. Malaika (english version)
5. Malaika (new version)


Autore: Fadhili Williams
Titolo: Malaika
Anno: ?
Label: Tamasha


ASCOLTA (Altre Versioni)


1. Miriam Makeba (live)
2. Pete Seeger
3. Harry Belafonte & Miriam Makeba
4. Angelique Kidjo
5. Bob Brozman & Djeli Moussa Djawara
6. Soweto Gospel Choir
7. Safari Sound
8. Boney M
9. Abba











Malaika - testo in kiswahili

Malaika, nakupenda Malaika
Nami nifanyeje, kijana mwenzio

(Testo alternativo: Ningekuoa mali we, ningekuoa dada)
Nashindwa na mali sina we,
Ningekuoa Malaika

Pesa zasumbua roho yangu
Nami nifanyeje, kijana mwenzio
Nashindwa na mali sina we,
Ningekuoa Malaika

Kidege, hukuwaza kidege
Ningekuoa mali we, ningekuoa dada
Nashindwa na mali sina we,
Ningekuoa Malaika



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30 ottobre 2009

Super Mama Djombo - Ar Puro

Amilcar Cabral
Amilcar Cabral ASCOLTA: (Vedi "Tracce in ascolto")


"Viva Amilcar Cabral.
Gloria per il combattente,
viva gli eroi della nostra terra."


I Super Mama Djombo sono tornati!


Super Mama Djombo
“Confesso di essere orgoglioso di presentare i Super Mama Djombo e, con essi, la musica di un paese poco noto, forse trascurato, come la Guinea Bissau, ex colonia portoghese che si affaccia sul golfo di Guinea tra il Senegal e la Guinea Conakry e che raggiunnse l’indipendenza, da ultima, soltanto nel 1974. La lotta di liberazione condotta congiuntamente a Capo Verde contro il Portogallo del dittatore fascista Salazar durò oltre 10 anni, e si concluse subito dopo l’assasinio dell’allora leader dei guerriglieri indipendentisti, il capoverdino Amilcar Cabral, che precedette di poche settimane il ritiro definitivo di Salazar da Bissau e finalmente il crollo della sua dittatura in patria. Il primo presidente della Guinea Bissau fu il fratello di Amilcar, Luiz Cabral, il quale governò per sei anni prima di perdere il potere a causa di un colpo di stato operato da Nino Vieira.

Durante i lunghi anni della guerriglia clandestina si formarono in Guinea Bissau alcune giovani orchestre, tra cui la Cobiana Jazz e i Super Mama Djombo che, spinti dalla forza dei loro ideali rivoluzionari, offrirono la loro musica a sostegno entusiastico del movimento per la liberazione. Come avvenne per altre nazioni africane liberate, anche la Guinea Bissau post-coloniale adottò il modello marxista. In ambito musicale, analogamente a orchestre come Bembeya Jazz, che a Conakry cantava le lodi del dittatore-eroe Sekou Touré, le giovani orchestre di Bissau, oramai cresciute, raccontavano le storie della rivoluzione anti-imperialista e tessevano le lodi dei fratelli Amilcar e Luiz Cabral.

Super Mama Djombo
Mama Djombo è, nel pantheon locale, uno spirito femminile dai grandi poteri, invocato dai guerriglieri nascosti nella foresta per proteggere il movimento di liberazione. Un nome, un simbolo che da solo rappresentava l’ideale di indipendenza e decolonizzazione di cui l’orchestra era stata portavoce. I Mama Djombo divennero ben presto l’orchestra di rappresentanza del governo di Cabral, che accompagnarono nei suoi spostamenti in giro per l’Africa lusofona, suonando a Capo Verde, in Mozambico e in Angola, oltre che in Europa.

Dopo anni di concerti dal vivo, i Mama Djombo, divenuti oramai Super, entrarono per la prima volta in uno studio di registrazione a Lisbona. Era il 1980, e incisero in pochi giorni l’intero loro repertorio, oltre sei ore di master, materiale dal quale uscirono alcuni dischi, mentre il resto rimase inedito.

Proprio in quel periodo l’orchestra stava mostrando il suo coraggio, scrivendo e suonando alcune canzoni i cui testi criticavano la politica dittatoriale del governo di Cabral. Coraggio che aumentò quando, pochi mesi dopo, salì al potere il despota Nino Vieira, il quale non gradiva affatto le critiche, neanche se provenivano da un vero e proprio simbolo nazionale come i Djombo. Iniziò così il loro boicottaggio, che divenne in breve una vera persecuzione e che costrinse l’orchestra a scogliersi nel 1986.”

djombo in Islanda
Scrivevo dei Super Mama Djombo qualche anno fa, e da allora non smetto di ascoltarli. Il ritmo del loro gumbe è entusiasmante, e le parole delle loro canzoni infiammano il cuore di quelli come noi che vorrebbero un mondo più giusto, nonostante il kriolu sia una lingua decisamente poco comprensibile.

Dopo quei primi dischi registrati nel 1980 i Djombo erano scomparsi. Ze Manel si era trasferito negli Stati Uniti, producendo un disco ogni tanto, e nonostante nelle sue canzoni continuasse ad eccheggiare il suono e lo spirito rivoluzionario della vecchia orchestra di Bissau, quella musica sottolineava il vuoto della loro assenza.

Quando ho comprato Ar Puro pensavo che fosse un’altra raccolta delle registrazioni di Lisbona, e comunque mi sarebbe bastato. Ho inserito il CD nel lettore e mi è mancato il fiato. La voce da soprano di Dulce Noves cantava ancora di Amilcar Cabral, ma quella registrazione era troppo moderna, troppo perfetta per far parte della sessione in studio del 1980. Così ho scoperto che nel 2007 un gruppo di folli ha cercato i musicisti superstiti dei Mama Djombo, li ha invitati nella fredda Islanda e ha registrato Ar Puro, il loro nuovo incredibile album.

Dulce Neves
Zé Manel
Chi è rimasto della vecchia band oltre a Dulce Neves? Prima di tutto Adriano Ferreira Gomes detto Atchuchi, l’anima dell’orchestra e autore di tutti i nuovi brani. Poi c’è Ze Manel, il motore dei Djombo, che negli ultimi venticinque anni oltre alla batteria aveva imbracciato la chitarra e il basso, e cantava personalmente le sue canzoni. Ritroviamo anche la chitarra di Cesario Hopper “Miguelinho” – che ora suona anche il sax – ma purtroppo non quella di Joao Mota e Manuel “Tundu” Fonseca, sostituiti da due giovani di Bissau, Jamil Correia e Fernando Pitchetche, che da solista ripercorre lo stile e persino il flanger dell’epoca d’oro. Alle percussioni ritroviamo Armando Pereira. Oltre ai due chitarristi i giovani nuovi membri della band sono il bassista Valdir Delagado e i cantanti Binhanquinhe Quimor, Karyna Silva Gomes, Tino Trimo e Ivanildo Barbosa, che suona anche il piano.

Sembra impossibile che attraverso gli anni questi oramai maturi musicisti militanti non si siano lasciati sconfiggere dall’età e neanche dallo scoraggiamento, ma molti dei brani di Ar Puro sono gumbe moderno allo stato selvaggio, che la morbidezza tecnica della registrazione non riesce ad ammansire. Come in passato ascoltare la musica dei Djombo è un’esperienza emotiva che fa venire la pella d’oca, sia nei brani più ballabili che nelle loro classiche e struggenti ballate malinconiche.

Amilcar Cabral
Un'anima sta cantando. E' Amilcar Cabral che canta per la vittoria.
Cabral ci ha insegnato come unire la nostra gente per combattere, e combattere sempre per l'unità della nostra gente.
Egli ci ha mostrato una chiara visione del mondo.
Ci ha dato gli strumenti e una guida per servire la nostra gente.
I giovani costruiranno sul suo lavoro.
Semi cattivi cresceranno all'ombra degli alberi che lui ha piantato e aquile si poseranno sui loro rami.
Un giorno il nostro paese sarà l'orgoglio dei suoi figli.
Noi seguiremo sempre le orme di Amilcar Cabral.
(Alma)


Amilcar Cabral
L’Africa non vuole saperne di dichiararsi sconfitta, e mentre ascolto questo nuovo, inaspettato ed entusiasmante lavoro di un’orchestra che nacque clandestina, avendo negli occhi le immagini assurde del giovane Stefano Cucchi, massacrato di botte e ucciso per pochi grammi di fumo da chi dovrebbe servire la gente, prendo coscienza che a volte oggi sembra di vivere ai tempi di Salazar e di Amilcar Cabral. E allora che lo spirito Mama Djombo continui a darsi da fare e a sostenere la lotta di coloro che sono oggi i nuovi clandestini, ai quali, in qualche modo, mi sento di appartenere.





Tracce in ascolto:
1. Alma
2. Fidjo di mi
3. N'TchintcheAlma


Autore: Super Mama Djombo
Titolo: Ar Puro
Anno: 2008
Label: Smekkleysa

Tracce:
1. Alma
2. Djan Djan
3. Djugude fidalgo obi Francis
4. Tchatcha li tchatcha
5. Fidjo di mi
6. Filum
7. Ne Na Bo
8. Baliera
9. N'Tchintche
10. No Festa
11. Konta muntrus na claro


DISCOGRAFIA DEI SUPER MAMA DJOMBO


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25 ottobre 2009

Shikamoo Jazz - Chela Chela vol. 1


ASCOLTA: (Vedi "Tracce in ascolto")


Il disco che vi proponiamo questa volta non è una novità. Era rimasto sul fondo di uno scatolone, a lungo inascoltato, ed è riemerso quasi per caso ma al momento giusto, cioè adesso. Prima di proseguire nella lettura fate partire la musica, versatevi da bere e, se fumate, accendetevi quello che volete.

La Shikamoo Jazz è un’orchestra formata da undici veterani della scena musicale della Tanzania degli anni che vanno dalla fine della seconda guerra mondiale, durante l’era coloniale, fino all’epoca dell’indipendenza e del governo socialista di Julius Nyerere.

Le orchestre dalle quali provengono erano i Kiko Kids, fondati negli anni ’40 e residenti a Tabora, i Kilwa Jazz, gli Urafiki Jazz, i Western Jazz e i Dar Jazz, che suonavano a Dar Es Salaam durante gli anni ‘50, i Nuta Jazz, orchestra statale fondata dopo l’indipendenza, i Vijana Jazz, orchestra dell’organizzazione giovanile del partito di Nyerere, e poi i Tida, i Safari Trippers, gli Uda Jazz, il Bantu Group, l’Orchestra Maquis, che durante gli anni ’70 fece esplodere in Tanzania il sound della swahili rumba di matrice congolese, e Les Wanyika, che esportarono quel sound a Nairobi prima che Nyerere chiudesse le frontiere.


Nel 1993 gli anziani leader di quelle band storiche hanno fondato la Shikamoo, un termine swahili che i giovani usano per salutare gli anziani, che a loro volta - come è scritto sulla copertina del disco - rispondono "maharabaa". Gli Shikamoo Jazz sono una formazione eclettica che suona una miscela di tutti i generi musicali che hanno infiammato i night club della East Coast africana negli ultimi 60 anni, dallo swing alla cavacha, dalla musica cubana alla swahili rumba, fino al taarab della costa.

Capitanata da Iddi Nhende, cantante e percussionista, la Shikamoo annovera tra le sue fila le spettacolari chitarre di Salum Zahoro, Kassim Mponda e Ali Adinani, il basso di Mohammed Tungwa, i sassofoni pirotecnici di Bakari Majengo e Ally Rashid, che suonano entrambi anche le congas, la tromba di Madar Msellem, la batteria di Athumani Manicho, le percussioni di John Simon e le altre voci di Juma Mrisho, Zahoro, Simon e Fundi Konde, che partecipà come ospite speciale.

I membri della Shikamoo non si limitano a suonare i loro vecchi hit, ma trasportati dall’entusiasmo del successo hanno iniziato a comporre brani nuovi, reinterpretando a loro modo gli umori delle nuove realtà urbane. Ben presto la Shikamoo è divenuta un fenomeno musicale non solo a Dar Es Salaam, ma anche a Zanzibar, a Morogoro e nei campi dei rifugiati al confine con l’Uganda. Nel 1995 hanno effettuato un tour in Kenya, riscuotendo un successo analogo a quello ottenuto in patria. Subito dopo hanno partecipato al Womad di Londra, assieme al chitarrista congolese Mose Fan Fan, che già negli anni ’80 aveva suonato in Tanzania con l’Orchestra Makassy. Gli Shikamoo hanno anche accompagnato giganti del passato come Fundi Konde, autore di molti vecchi classici della musica kenyana, e la ultra-novantenne regina del Taarab di Zanzibar Bi Kidude.

Bi Kidude

Bi Kidude

Che dire del loro Chela Chela, oltre al sentito e non scontato ringraziamento all’etichetta inglese Retroafric che lo è andato a registrare a Dar Es Salaam e lo ha prodotto. Certamente che è difficile classificarlo o descriverlo come uno stile unico e omogeneo. Non è musica del passato, anche se lo può sembrare, perché manca di elettronica e perché suona romantica come ai tempi dell’Africa dell’indipendenza. Non è jazz, se per jazz si intende uno stile preciso, anche se suona jazz nel suo spirito libero, nella creatività degli assoli e nella ricchezza emotiva dei suoi canti. Non è rumba, ma qualsiasi maestro di rumba swahili o zairese del presente e del passato rimarrebbe incantato nell’ascoltare quelle linee ariose delle chitarre e quelle voci morbide. Non è taarab, ma in qualche modo lo contiene, e ascoltando la Shikamoo accompagnare Bi Kidude nel suo album Zanzibar se ne comprendono le ragioni.

E’ vero, non si può dire che Chela Chela sia musica nuova, perché gli echi dei suoni della musica tanzanese, zairese e persino dell’highlife ghaniano ne fanno parte. Ma il suo ascolto fa nascere la speranza che, grazie a qualche strana alchimia, gli anziani giganti della musica tanzanese abbiano semplicemente consentito a vecchi alberi di fecondarsi tra loro e produrre frutti freschi dai sapori riconoscibili. E ci piace immaginare che quell’operazione sia ripetibile, e che possa rappresentare una delle strade - alternativa al rap, allo zouk e alle fusioni della potato music globale - attraverso la quale la musica africana possa rinnovarsi rimanendo sé stessa.

E se nel frattempo state ascoltando e apprezzando la volutamente scarna selezione che vi abbiamo proposto, sappiate che nel disco c’è molto di più.

Vijana Jazz
Vijnana Jazz


Nuta Jazz

Tracce in ascolto:
1. Nakuomba Radhi
2. Umeniasi Mpenzi
3. Kijiti (da Bi Kidude - Zanzibar)


Autore: Shikamoo Jazz
Titolo: Chela Chela vol. 1
Anno: 1995
Label: Retroafric

Brani:
1. Bahati (5.20)
2. Eva (6.51)
3. Nakuomba Radhi (7.33)
4. Ndule (5.30)
5. Sumu Ya Ugonjwa Ni Dawa (6.34)
6. Ilole Harwandi (6.48)
7. Umeniasi Mpenzi (7.30)
8. Donda La Mapenzi (5.32)


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19 ottobre 2009

Keletigui et ses Tambourinis - The Syliphone Years

Tambourinis
ASCOLTA: (Vedi "Tracce in ascolto")


Dopo le raccolte dedicate a Bembeya Jazz e a Balla et ses Balladins, la Sterns completa virtualmente la serie intitolata The Syliphone Years con questo doppio CD sulla terza principale orchestra nazionale della Guinea Conakry, Keletigui et ses Tambourinis. TP Africa non poteva mancare all’appuntamento.

In più riprese abbiamo raccontato pezzi di storia di quello che fù un periodo magico per la Guinea Conakry e per l’Africa intera. Il programma Authenticité, lanciato dal presidente Sekou Toure subito dopo l’indipendenza conquistata nel 1958, incardinava sulla musica la rinascita culturale della Guinea, un fatto normale, considerando che alla musica è legata la vasta e antica tradizione dei griot, i depositari della storia e della cultura.

La Syliphone era l’etichetta discografica statale, che negli anni che vanno dal 1968 fino ai primi ’80 documentò in modo ampio e puntuale quella straordinaria scena musicale, in cui sei orchestre nazionali e ben trentacinque tra ensamble e orchestre regionali, tutte finanziate dallo Stato, venivano incoraggiate a reinterpretare i classici della musica malinke e a comporre brani nuovi su temi quali l’orgoglio nazionale, l’anti- colonialismo e l’anti-imperialismo.


La prima orchestra nazionale, costituita il 15 gennaio del 1959, fu la Syli Orchestre National, dove confluirono i migliori musicisti guineiani. Presto la Syli si divise in due orchestre più piccole, la Pailotte, la cui direzione fu affidata a Keletigui Traore, e le Jardin de Guinée, affidata a Balla Onivugui, le quali negli anni successivi divennero Keletigui et ses Tambourinis e Balla et ses Balladins. Incaricati da Sekou Toure di far fiorire giovani talenti in tutto il paese, furono loro a tracciare per primi il suono inconfondibile ripreso poi da tutte le altre orchestre guineiane, e che in seguito sarebbe rimasto nella storia.

Keletigui Traore nacque a Conakry il 26 maggio del 1934. Da giovane suonò il banjo, la fisarmonica, la chitarra e il basso. Grazie all’incontro con alcuni musicisti francesi imparò finalmente a suonare il sassofono, con il quale ottenne nel 1953 il suo primo ingaggio con la Joviale Simphonie, un’orchestra coloniale che sunava musica per bianchi all’Hotel de France. Fu nei Joviale che Keletigui conobbe Momo Wandel Soumah, che lo accompagnò per molti decenni, e Kanfory Sanoussi, che avrebbe poi guidato la Syli Orchestre National. Nel 1956, quando i proprietari dell’hotel de France lasciarono la Guinea, Keletigui rilevò gli strumenti musicali e formò il suo primo vero gruppo, gli Harlem Jazz, che furono presto considerati la migliore band di Conakry.

Sekou Toure affidò personalmente la direzione della Paillotte a Keletigui. L’orchestra comprendeva nella sua prima formazione MomoWandel e Bigne Doumbia al sax alto e al soprano, Kerfala Camara alla voce e alla tromba, Linke Conde alla chitarra solista, Sekou Conde alla chitarra ritmica, M’Bemba Dioubate al basso, Kaba Sylla alla batteria, presto sostituito da David Camara, Djigui Toure alle percussioni, Lansana Diabate al balafon e Manfila “dabadou” Kante alla prima voce. Keletigui Traore suonava il sax tenore e il flauto. A metà degli anni ’70, pionieristicamente, Keletigui introdusse l’organo nella line-up dei Tambourinis, e a partire da allora molte altre orchestre – ad esempio i Super Boiro - ne seguirono l’esempio.

Tambourinis
I Tambourinis erano la band più rispettata di Guinea. Furono i soli tra le orchestre da ballo ad avere l’onore di accompagnare l’inarrivabile Sory Kandia Kouyate, la voce della rivoluzione. La loro sezione di fiati, che arrivò a contare fino a sette elementi, creava un muro sonoro che non aveva rivali, mentre Linke Conde era considerato tra i maggiori chitarristi dell’epoca, al pari di Sekou “Bembeya” Diabate dei Bembeya Jazz e di Sekou “le docteur” Diabate dei Balladins. Quando una star di un altro paese si recava a suonare in Guinea spettava ai Tambourinis accompagnarla nelle sue performance, come nel singolo M’Bongi Eyi del congolese Franklin Boukaka, contenuto nella raccolta.

Oltre alla voce di Dabadou e di Kerfala Camara, i principali solisti dell’orchestra erano soprattutto il sax tenore di Keletigui, con il suo fraseggio corte e nervoso, e la chitarra di Linke Conde, forse meno strabordante di bembeya e meno eclettica di le docteurs, ma asciutta ed essenziale, a modo suo altrettanto efficace. Il sound dei Tambourinis fondeva indistricabilmente le melodie tradizionali con la guajira cubana e lo swing, e si caratterizzava per la compattezza della sua sezione ritmica e per la spinta continua e travolgente dei fiati.

Momo Wandel Soumah
Momo Wandel rimase sempre nelle retrovie della band e, nonostante la statura artistica e la padronanza della tecnica, raro era un suo assolo. Fu solo a partire dal 1988, quando la Guinea si aprì al mondo, che l’oramai 62enne Wandel vide riconosciuto il suo straordinario talento di musicista e compositore. Raccogliendo intorno a sé una ensemble tradizionale formata da balafon, kora, flauto, djembe, doundoun e bolon, Momo Wandel registrò Matchowe, il suo primo album che fu poi pubblicato dalla Buda Musique, jazz ruvido e gentile tra i migliori e più sofisticati tra quelli suonati da un’ensemble interamente africana. Oltre alla sua versione di Afro Blue dedicata a Coltrane e divenuto un classico, Wandel reinterpreta con il suo sassofono e la sua voce fangosa alla Louis Armstrong brani tradizionali non solo malinke e peul, ma anche – e soprattutto – delle genti della costa come i soussou e i baga, la sua etnia d’origine.

The Syliphone Years, doppio CD curato da Graeme Counsel, il quale firma le note di copertina, è una selezione accurata di brani tratti dall’intera discografia dei Tambourinis, che inizia nel 1965 – anno delle prime registrazioni dell’Orchestre la Pailotte, pubblicate poi nel 1968 – fino al 1976, data di pubblicazione del loro ultimo LP intitolato Le Retour. Molte sono le tracce rare tratte da sngoli o persino inedite, e ciò rende il disco appetibile anche per gli ascoltatori più consumati.

Keletigui Traore
Momo Wandel è scomparso nel 2003, mentre dall’11 novembre 2008 anche Keletigui Traore non è più fra noi. Ma ancora oggi a Conakry, al club Pailotte, gli anziani membri superstiti di quella storica orchestra affiancati da giovani nuovi talenti e guidati dalla chitarra di Linke Conde si esibiscono tutte le settimane nei loro hit memorabili, come Bebè o Mariama. Dai primi anni 60 non hanno mai smesso.

Wallai Mariama canta Kerfala Camara, “nel nome di Dio” Mariama. Così come a Mariama fu dedicata una canzone per far vivere per sempre la sua straordinaria bellezza, Keletigui Traore, Momo Wandel e i Tambourinis meritano di essere raccontati e ascoltati ancora, affinché attraverso la loro musica possano continuare a vivere un sogno e una speranza. Wallai Tambourinis!


Tracce in ascolto:
1. Mariama
2. M'bongi Eyi
3. Mande
4. Soundiata (da Authenticité - The Syliphone Years)
5. Matchowe (da Momo Wandel Soumah - Matchowe)
6. Mi Mu Akolon (da Momo Wandel Soumah - Matchowe)
7. Elma Mory Leo (da Momo Wandel Soumah - Momo le Doyen)


Autore: Keletigui et ses Tambourinis
Titolo: The Syliphone Years
Anno: 2009
Label: Sterns


Tracce:

CD1
ORCHESTRE DE LA PAILOTTE
1. Sabougnouma 05:02
2. Mariama 03:25
3. La Guinee Moussolou 06:04
4. Fruitaguinee 02:49
5. Kadia Blues 05:01

KELETIGUI ET SES TRAMBOURINIS
6. Famadenke 03:58
7. Cigarettes Allumettes 03:22
8. Djoute Wassa 03:31
9. Kesso 03:05
10. I Boyein-Boyein 03:41
11. Tambourinis Sax Parade 04:46
12. Quinzan 03:06
13. Il Tomatero 04:02
14. Banankoro 04:20
15. La Loma De Belen 02:56
16. JRDA 05:02

CD2
1. Guajira Con Tumbao 03:14
2. Toubaka 05:07
3. N'nadia 04:43
4. La Bicycletta 05:14
5. Ilole Gbanina 04:00
6. Tambourinis Cocktail 04:28
7. Kiss My Nose (Aka Kiss My Noose) 02:48
8. M'bongi Eyi 03:08
9. Bebe 04:42
10. Talassa 04:52
11. Donsoke 04:05
12. I Dyoolaro 03:21
13. Mande 04:23
14. Bakary-Dian 03:53
15. I Kanan N'djanfa 04:59
16. Kabakele 05:12

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17 ottobre 2009

Roma antirazzista

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NO AL RAZZISMO
MANIFESTAZIONE NAZIONALE

Sabato 17 ottobre, ore 14:30
Roma, Piazza della Repubblica



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11 ottobre 2009

Bassekou Kouyate - I Speak Fula

bassekou 2009

ASCOLTA: (Vedi "Tracce in ascolto")


“Mi chiamo Bassekou, sono un griot dei Kouyate, i primi fra tutti i griot. Sono nato a Garana, un villaggio a 60 chilometri da Segou. Mio padre suonava il n’goni, era un griot famoso che si esibiva per i grandi marabout. Accompagnava mia madre, che era una bravissima cantante. Mio padre suonava il n’goni tutte le volte che poteva, ma non è mai uscito dall’Africa. Ha suonato in Burkina Faso, in Guinea, in Costa d’Avorio e in Sierra Leone. Io sono nato nella musica, e ho trovato il n’goni nella mia famiglia. A sette anni ho cominciato a suonare, e ringrazio la mia famiglia se ho avuto la possibilità di girare tutto il mondo con il mio n’goni.” (Segou, 2006)

Il sole tramontava sulle acque del Niger quando ascoltai la prima volta il gruppo Ngoni Ba dal vivo, al Festival di Segou del 2006. Le corde del n’goni hanno un suono sordo e sgraziato, e ne fanno uno strumento per molti versi limitato, ma addomesticate sotto le dita di Bassekou e del suo gruppo riuscivano a produrre un sound potente e coinvolgente, a cavallo tra il blues, il rock e la tradizione del Mali profondo.

Bassekou Kouyate è un djeli bamana, o bambara, il gruppo dei malinke più diffuso in Mali. L’appellativo di bambara, che vuol dire “il popolo dei senza dio”, fu dato loro dai Songhai di Askia Mohammed, che a partire dal XV° secolo avviarono la diffusione dell’islam in tutta la regione. I bambara, il cui impero aveva il suo centro nella città di Segou, sulle rive del Niger, circa 300 km a nord di Bamako, rimasero fieramente legati alla loro spiritualità animista e resistettero alla conversione all’islam fino a metà dell’800, quando i tukolor di El Hadji Omar conquistarono Segou e imposero la fede in Allah.


“Il n’goni è uno strumento davvero molto antico e importante nella musica maliana. Sin dal XIII° secolo, dai tempi di Soundjata Keita, fino a Da Monzon, l’imperatore di Segou, e a Ba Bemba, re di Sikasso, i griot del Mali hanno cantato sull’accompagnamento del n’goni. La musica maliana si può dire che viene dal n’goni. Il n’goni suonava per i re e per i grandi marabout, e non tutti avevano la possibilità di ascoltarlo, perché il n’goni veniva suonato soltanto per loro. Quindi la musica del n’goni si può definire musica reale.

Tutti volevano avvicinarsi al re e alla sua casa per ascoltare il n’goni. Così i giovani hanno costruito il loro n’goni, che è chiamato il kamale n’goni. Anche i cacciatori hanno costruito il loro n’goni, il donso n’goni. Ma questi alti tipi di strumento non sono il n’goni dei re. Erano i djeli che stavano sempre accanto al re.”


Se la kora viene dal Gambia e il balafon dalla Guinea, il n'goni è originario del Mali. E' un liuto a tre o quattro corde, costituito da una piccola zucca allungata che fa da cassa di risonanza, sulla quale è montata una pelle di capra, e da un manico in legno al quale sono fissate le corde, che originariamente erano fatte di pelle o di tendini, ma oggi sono in nylon. Tutti i gruppi etnici sahelici possiedono una loro versione del n’goni, che discende dei liuti arabi e che si ipotizza sia l’antenato del banjo nord-americano.


Bassekou Kouyate è uno dei migliori suonatori di n’goni del Mali, senzi’altro il più famoso. Può vantare una lunga collaborazione con Toumani Diabate, con il quale ha suonato sin dai tempi di Djelika e del suo trio, che comprendeva anche il balafon di Keletigui Diabate. Nel 2005 è stato tra i protagonisti della band di Ali Farka Toure, che ha accompagnato sia in tournée che in sala di registrazione per Savane, il suo ultimo splendido disco.

Ma, più importante, Bassekou è stato colui che ha rivoluzionato lo stile del n’goni, lo ha elevato al ruolo di strumento solista, ha aggiunto delle corde per ampliarne le potenzialità, ha costruito n'goni di varie dimensioni, tra cui un n’goni basso dal suono profondo, e ha creato assieme ai suoi fratelli e a sua moglie, la cantante Amy Sacko, il gruppo dei Ngoni Ba, il primo composto da soli n’goni nella storia della musica maliana.

“La mia musica è universale, perché nella mia vita ho suonato con molte persone anche fuori dal Mali. Ho suonato con Taj Mahal, Bela Fleck, Carlo Santana, Bonnie Raitt, Dee Dee Bridgewater, e grazie a quelle esperienze ho imparato le tecniche del blues e del jazz. In particolare suonare il blues, che deriva dalla nostra musica, è stato davvero facile per me. All’inizio, quando Taj attaccava un suo pezzo, io suonavo semplicemente i brani tradizionali di Segou, e mi accorgevo che si fondevano perfettamente con la sua musica. Fu allora che compresi che il blues americano viene dalla mia terra, viene da Segou. Ma il blues è la base del jazz e della maggior parte della musica nera, così è stato facile per me sunare una musica universale. Il n’goni è uno strumento piccolo, ma ha mille possibilità”.


I Speak Fula continua a percorrere la strada della musica universale, come la definisce Bassekou, la stessa del pluri-premiato primo album Segu Blue, spingendosi ancora avanti. Non c’è alcun dubbio che con il passare del tempo Bassekou stia ridefinendo lo stile del n'goni contemporaneo. Sia negli arrangiamenti che nei suoi assoli egli introduce qua e là passaggi, accordi e armonie inusuali, che vengono dal rock e dal jazz. Mentre gli altri tre n’goni e la calabasse creano un groove forte e deciso, il loro leader strapazza il suo piccolo liuto – che quando è attaccato a un distorsore ricorda una chitarra elettrica dal suono secco e allucinato - con disinvoltura ed eleganza, ripercorrendo riffs pentatonici bamana e arpeggi malinke, intervallati da ostinati ossessivi tipicamente blues.

Amy Sacko, sua moglie, ha una bella voce che matura con il tempo, e in alcuni brani riesce ad emozionare, come nello splendido Mustapha, dedicato al padre di Bassekou, scomparso da poco. Ma sono le voci di Kasse Mady Diabate e di Zoumana Tereta – il violinista del Macina dal timbro cavernoso - a lasciare un solco profondo, e a continuare a risuonare nell’aria anche dopo che la musica è divenuta silenzio. Voci intense, come il velluto la prima e scolpita nella corteccia la seconda. Tra gli ospiti ritroviamo anche la kora di Toumani Diabate, l’amico di gioventù Baba Sissoko al dounoun, Haruna Samake al kamale n’goni e Vieux Farka Toure alla chitarra, che arricchiscono di colori differenti la musica blu dei Ngoni Ba.

Alla fine dell’album, nella oramai usuale traccia nascosta, si scopre un duetto sorprendente – lungo meno di due minuti – tra Bassekou e Dramane Ze Konate, un vecchio cacciatore senoufo dalla voce tagliente che viene dal sud del Mali, al confine con la Costa d’Avorio. Suona il mpolon, n’goni dei cacciatori senoufo, e si dice che il suo strumento antico – suonò nel 1960 per Modibo Keita, primo presidente del Mali - possegga poteri misteriosi, tanto che allo studio Bogolan nessuno dei presenti ha osato sfiorarlo. Ancora musica, ancora magia.







Tracce in ascolto:
1. I Speak Fula (da I Speak Fula)
2. Amy (da I Speak Fula, con Zoumana Tereta)
3. Juru Nani (da Segu Blue, con Kasse Mady Diabate)
4. Lament for Ali Farka (da Segu Blue)
5. Throw Down Your Heart (da Bela Fleck - Throw Down Your Heart. con Bassekou Kouyate e Haruna Samake)
6. Bassekou Kouyate & Baba Sissoko - Live Festival sur le Niger - 2006


Autore: Bassekou Kouyate & Ngoni Ba
titolo: I Speak Fula
anno: 2009
Label: Out|Here Records

Brani:
1. I Speak Fula
2. Jamana Be Diya
3. Musow - For Our Women
4. Torin Torin
5. Bambugu Blues
6. Amy
7. Saro
8. Ladon
9. Tineni
10. Falani
11. Moustapha
12. Senufo Hunter


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05 ottobre 2009

Comfusoes1 ... e Soul of Angola


ASCOLTA: (Vedi "Tracce in ascolto")


Molti brasiliani hanno per l’Africa un amore tanto vero quanto irrazionale, come se vivessero con un piede in quel mondo invisibile e reale nel quale abitano gli spiriti dei loro antenati.

Sulla scena musicale brasiliana Mauricio Pacheco è stato musicista e produttore dagli anni ’90 in poi. Il suo gruppo, gli Stereo Maracanà, suonavano una sorta di capoeira-hip hop, mentre tra le sue produzioni figurano artisti come Fernanda Abreu e Jussara Silveira. Nel 2000 una spinta insopprimibile lo condusse in Angola, dove ha collaborato con le moderne star del semba e del kuduro. Dieci anni fa l’Angola non era ancora uscita dall’ultima delle guerre civili che l’hanno ininterrottamente devastata dall’indipendenza in poi.

Ma questa storia inizia prima.

Durante gli anni 60, mentre il resto dell’Africa si liberava dal colonialismo, il dittatore fascista portoghese Antonio de Oliveira Salazar ostinatamente non voleva cedere alla lotta per l’indipendenza degli angolani e delle altre sue colonie. Del resto era dal 1500 che il Portogallo aveva assoggettato l’Angola, le cui popolazioni servirono nei secoli all’approvigionamento di schiavi destinati soprattutto all’esercito e alle piantagioni del Brasile.

Agostino Neto
Alla fine degli anni 50 nacquero i movimenti indipendentisti angolani, tra i quali il Movimento Popolare per la Liberazione dell’Angola (MPLA) di Agostino Neto, sostenuto da Unione Sovietica e da Cuba, e l’antagonista Unione Nazionale per l’Indipendenza Totale dell’Angola di Jonas Savimbi, appoggiata dagli Stati Uniti e dal Sud Africa. Nei cinque anni che partono dal 1957 e dalla liberazione del Ghana, quasi tutte le colonie africane ottennero l’indipendenza.

Solo Salazar resistette, fortemente intenzionato ad esibire al mondo le sue colonie come esempio di sviluppo, basato sulla forte promiscuità di persone e culture che, diversamente da Francia e Inghilterra, aveva da sempre caratterizzato il colonialismo portoghese. Dal 1961 Salazar favorì il trasferimento di persone e mezzi nelle colonie, innescò iniziative volte al riconoscimento delle culture indigene e intraprese una politica di integrazione economica. Fu allora che nacquero la casa discografica statale CDA e la Voz de Angola, una radio nazionale che trasmetteva nelle lingue locali.

Spinta da molte forze, la nuova musica angolana ebbe in quel periodo uno sviluppo senza precedenti. Nei musseques, i sobborghi di sabbia di Luanda, a Sambizanga, Marçal, Bairro Operaio e Sao Paulo, generi locali come il semba e il rebita, già da tempo intrisi della struggente malinconia del fado portoghese, si mischiarono con i suoni stranieri del samba brasiliano, della rumba congolese e del rock. I protagonisti erano giovani band urbane elettrificate come i Kiezos, i Gingas, i Jovens do Prendo, i Ngoleiros do Ritmo e i Bongos. Nonostante molta di quella musica incarnasse il fervore indipendentista del popolo angolano, per una strana contingenza il suo sviluppo era favorito dalla politica paternalista dei despoti.


Fu in quello scenario che esplose la musica di artisti straordinari come Teta Lando, Artur Nunes, Bonga, Urbano De Castro, Oscar Neves, Avozinho, Minguito e di altri eroi della musica angolana, che compongono lo splendido mosaico del doppio CD intitolato Soul of Angola – antologies de la musique angolaise 1965-1975, edito dalla francese Lusafrica nel 2001. Non ci sono davvero parole per descrivere la vitalità, l’andamento, l’allegria e la malinconia delle voci e delle chitarre elettriche di quella musica, che racconta vividamente di un sogno mai compiuto e di ideali destinati a essere delusi a lungo.

L’indipendenza arrivò finalmente l’11 novembre 1975, e Agostino Neto fu eletto primo presidente. Ma il petrolio dell’Angola si rivelò, come in molti altri casi, la sua disgrazia, e la guerra civile continuò a bruciare, alimentata dalla volontà predatoria delle potenze straniere. Gli oppositori guidati da Jonas Savimbi, appoggiati dalle truppe del Sud Africa dell’apartheid e armati dagli Stati Uniti, si scontrarono con l’esercito regolare rafforzato da truppe cubane e armato dall’Unione Sovietica, dando vita a una guerra civile lunga oltre 25 anni, interrotta soltanto da brevi armistizi e che lasciò sul suolo angolano più di un milione di vittime. Neto morì nel 1979 e fu sostituito da Josè Edoardo dos Santos, proveniente anch’egli dalle file dell’MPLA. Quella guerra è finalmente cessata soltanto nel 2002, con la morte dell’antagonista Savimbi, e ha lasciato un paese in ginocchio che oggi sta affrontando la ricostruzione sulla base della sua enorme ricchezza.

Ritroviamo così il musicista brasiliano Mauricio Pacheco in un’Angola che attraversa una fase di rinnovato sviluppo e speranza, in cui la scena musicale vede esplodere la nuova musica globale accanto ai vecchi eroi del semba e del rebita. Da oltre dieci anni i giovani angolani ballano il kizomba e, soprattutto, il kuduro, un sound infernale e infuocato che accelera i ritmi del semba e li miscela con la house music, il rap, il ragga e lo zouk.



Incantato dalla musica angolana degli anni 60 e 70, Mauricio Pacheco ha cercato e selezionato alcuni degli storici successi di allora e li ha raccolti assieme a brani di musicisti angolani contemporanei come Paolo Flores, Elias Dia Kimuezo – il re del semba - e la star del kuduro Dog Murras. Li ha poi trattati con i filtri delle nuove sonorità elettroniche, aggiungendo qualche strumento e affidandoli per il remix a DJ brasiliani di successo, tra cui Mario Caldato JR – produttore di Bestie Boys, Jack Johnson e Beck – DJ Dolores, Moreno Veloso, Kassin & Berna Ceppas e lo stesso Pacheco.

Il risultato è Comfusoes1, un disco prodotto dall’etichetta angolana Maianga Discos e distribuito nel mondo dalla Out | Here Records, il cui titolo è un gioco di parole. Dalla confusione alla fusione di sonorità musicali contemporanee provenienti da due paesi lontani ma dalle culture intrecciate irreversibilmente, entrambi in qualche modo in prima linea nella sintesi di nuove musiche. Ben tre dei brani di Comfusoes derivano da altrettanti successi contenuti in Soul of Angola, ed è interessante vedere come la musica di artisti come Artur Nunes, Avozinho e Alvarito venga remixata e integrata oggi con i suoni e i ritmi delle avanguardie brasiliane.

E’ inevitabile che anche dall’Africa derivi musica resa ballabile e commestibile per i palati assuefatti ai nuovi sapori globali. Anzi, direi che per certi versi è persino un bene, nella misura in cui ritorna indietro in risorse e riconoscimento. Ma la sensazione è che la musica angolana allo stato grezzo, anche quella di quarant’anni fa, suoni viva e originale ancora oggi, e che operazioni pur ben fatte come Comfusoes non siano molto più che un buon packaging, un travestimento. Non si tratta di essere nostalgici, ma più semplicemente ci chiediamo se l’evoluzione della musica angolana e africana in generale non abbia altra scelta che passare attraverso i tritacarne elettronici dei DJ del mondo, o se possa esserci spazio per un percorso alternativo che attinga al cuore della ricca cultura musicale dell’Africa per proiettarla in avanti. Così sarebbe davvero per noi musica nuova.



Tracce in ascolto:

1. Chofer de Praça - Luiz Visconde (Soul of Angola)
2. Chofer de Praca - Luis Visconde e Alvarito, remix M. Pacheco (Comfusoes1)
3. Kisua Ki Ngui Fuá - Artur Nunes (Soul of angola)
2. Tia - Artur Nunes remix Mario Caldato JR (Confusoes1)
5. Máma Divua Diame - Avozinho (Soul of Angola)
6. Kappopola Makongo - Ciros Cordeiro da Mata remix Moreno Veloso (Confusoes1)
7. 8. Semba da Ilha - Jovens do Prendo (Soul of Angola)

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Autore: AAVV
Titolo: Comfusoes1 - from Angola to Brasil
Anno: 2009
Label: Out Here Records

Tracce:
1. Teta Lando - Angole
2. Artur Nunes - Tia
3. Avonzinho - Mama Divua Diame
4. Bonga - Kapakiao
5. Carlos Lamartine - Nzambi nzambi
6. Wyza - Mae
7. Carlos Lamartine - Kuale N'go Valodo
8. Luis Visconde e Alvarito - Chofer de Praca
9. Paulinho Pinheiro - Merengue rebita
10. Ciros Cordeiro da Mata - Kappopola Makongo
11. Kissanguela - Cada Cidad o Deve Sentir-se um Soldado
12. Elias di Kimuezo - Zom zom

_____________________________________

Autore: AAVV
Titolo: Soul of Angola - anthologie de la musique angolaise 1965/1975
Anno: 2001
Label: Lusafrica

Tracce:
1. Chofer de Praça - Luiz Visconde
2. Mana - Artur Nunes
3. Zinha - Artur Nunes
4. Tia - Artur Nunes Listen
5. Dito Zé - Artur Nunes
6. Kisua Ki Ngui Fuá - Artur Nunes
7. Princeza Rita - Os Kiezos
8. Saudades de Luanda - Os Kiezos
9. Kughinguengambá - Os Kiezos
10. Muxima - Os Kiezos
11. Memorias de Lamartine - Os Kiezos
12. Kiá Lumingo - Urbano De Castro
13. Maria da Horta - Urbano De Castro
14. N'Vula - Urbano De Castro
15. Eme N'Ggongo Iami - Tanga
16. N'Hoca - Tony Tvon
17. N'Ginda - Tony De Fumo
18. Tia Sessa - Oscar Neves
19. Mundanda - Oscar Neves
20. Mabelé - Oscar Neves
21. Nzzambi - Oscar Neves

1. Pachanga de Juventade - Paulino Pinheiro
2. Genro Ciumento - Paulo 9
3. Fazer Bem - Paulo 9
4. Máma Divua Diame - Avozinho
5. Sakeça Mukongo - Avozinho
6. Lena - Os Bongos
7. Solista Praguejado - Jovens do Prendo
8. Semba da Ilha - Jovens do Prendo
9. Coio - Jovens do Prendo
10. África Merengue - Jovens do Prendo
11. Palace - Jovens do Prendo
12. N'Gandala Ku Uganhala O Fuma - Minguito
13. Mona Ku Jimbre Manheno - David Zé
14. Pangui Yami Uafua - Tony Gaetano
15. Kamba Ba Laumba - Antonio Paulino
16. Ambula N'Gui Zeka - Quim dos Santos
17. Socana N'Gam - Adolfo Coelho
18. Tino Mungo Yo Dimba Diobe - Tino Dia Kimuezo
19. Kibela Kiame - Tino Dia Kimuezo


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29 settembre 2009

Conjunto Africa Negra - Aninha

di ROBERTO LYCKE


ASCOLTA: (Vedi "Tracce in ascolto")


Disco uscito originariamente nel 1981 per la label portoghese C.A.S con la semplice dicitura Conjunto Africa Negra, viene oggi rieditato dalla Sons da Africa con il titolo di Aninha ed una sequenza dei brani leggermente diversa dall’originale.

E’ una musica scarna quanto le informazioni contenute nel booklet del Cd in cui oltre ad alcune foto di stampo turistico si trovano solo i nomi degli autori delle tracce e, una scritta che cita “Saudades de Sao Tomè e Principe” che inspiegabilmente occupa un terzo dello spazio generalmente usato per alcune possibili e sempre ben accette info.

Il disco apre proprio con Aninha una traccia dal sound torrido e quasi sgarbato che mette subito in chiaro quale è l’energia di questa banda.

E’ un suono incendiario reso grezzo dalle poche risorse tecnologiche degli studi di Sao Tomè dell’epoca, e dalla voce roca di Joao Seria che riesce a trasmettere quell’urgenza che rende così immediata e ballabile la musica di Africa Negra.

Aninha esplode sin dalle prime note in un misto di chitarre congolesi cariche di echi e flanger, mentre i ritmi sostenuti probabilmente da maracas accompagnate da una dikanza (reco-reco) tessono tappeti ritmici sanguinari che portano allo sfinimento.

E’ ossessività e gioia allo stesso tempo, sono i canti che durante i fine settimana riempivano i Fundoes - una specie di corrispettivo dei fundos de quintal brasiliani nei quali ci si riunisce per festeggiare a suon di balli e musica - di pescatori, marinai e lavoratori che il sabato notte arrivavano dalle piantagioni di caffè a spendere tutti i propri soldi per trascorrere notti di piacere in questi spazi che sostituivano gli inesistenti clubs delle isole.

E’ una musica che riecheggia i suoni captati dalle radio nazionali congolesi ed angolane che durante le notti trasmettevano rumba rebita e morna capoverdiana; stili musicali assorbiti e riletti attraverso quella estetica sonora comune a tutti i paesi africani di lingua portoghese nella quale troviamo sempre qualche accenno alla malinconia tipica del fado.


Immagine: Copertina della stampa originale prodotta dalla C.A.S.


Sao Tomè e Principe un arcipelago la cui storia ed il cui destino per molti versi sembrano fondersi con quello di Capo Verde è situato a 270 Km a largo dalle coste del Gabon.

Nel 1471/72 le isole vennero occupate dai portoghesi che le dichiararono totalmente disabitate.

Divenute una ottima base per spingersi sulle coste del centro Africa per commerciare schiavi da impiegare nella coltivazione della canna da zucchero, Sao Tomè e Principe divennero un centro importantissimo per il commercio dell’area dove oltre alla produzione di zucchero divennero presto note per la tratta degli schiavi.

Attraverso il sistema del lavoro nelle piantagioni in breve la popolazione di origine africana risultò essere in netta maggioranza rispetto a quella di origine europea, cosa che peraltro non aiutò ad evitare i vari disordini che esplosero puntualmente con l’arrivo della concorrenza dei prodotti delle colonie americane.

In breve tempo sia Capo Verde che Sao Tomè e Principe accomunati dallo stesso destino sprofondarono in una depressione economica che, sino ad oggi solo a tratti ha dato una speranza di miglioramento ad una popolazione che attraverso la gioia di suonare e fare musica ha saputo resistere alla fame all’isolamento e, a quella povertà che sembrerebbe essere un marchio indelebile per la maggior parte degli stati
africani.

Terminata “Aninha” il disco continua con altre due tracce cariche di ritmo che fanno vibrare i corpi; “Vence Vitoria” e “Instrumental” brani in cui indiavolate chitarre soukouss danzano su patterns ritmici locali accompagnati dai cori del conjunto e dalla voce di Joao Seria che fa da gran cerimoniere.

Con la traccia successiva; “Camarada Neto” si cambia totalmente rotta, i ritmi si fanno inaspettatamente più calmi e la melodia ci ricorda che l’Angola non è così lontana visto che, i due popoli sono stati affratellati nella tragedia che ha insanguinato per anni le colonie portoghesi in Africa.

Un omaggio al Presidente del MPLA Agostinho Neto, il presidente poeta angolano che insieme a Amilcar Cabral fu uno tra i maggiori teorici dell’indipendenza delle nazioni africane lusofone.

Cullati da rilassate rumbe congolesi quali “So So So” “Gaspar” e “Caixeiro sem cosciencia” si arriva agli ultimi due pezzi che chiudono il CD: “12 de Julho” data dell'indipendenza dell'arcipelago e “Zimbabwe” il cui testo è un grido di libertà per l’Africa tutta.

Con queste due tracce il disco riesplode all’insegna di un sound ruvido e asciutto che ci fa rivivere da vicino il Kwassa-Kwassa del Pepe Kallè dei tempi migliori e, le emozioni di quelle notti durante le quali gli Africa Negra infiammavano a suon di concerti le notti di Mindelo Lisbona e Luanda città nella quale arrivarono ad esibirsi in stadi di fronte a folle deliranti di giovani accorsi ad ascoltare canzoni come “Quà na bua ne ga fa”, “Bô Lêgo Caço Modebô” o “Vence Vitoria”.

Oggi con alterne fortune Africa Negra continua ad incidere dischi che sono però molto lontani da quel sound ineguagliabile dei primi anni. Molto meglio i primi tre LP, dove a volte fanno capolino anche batterie ed organi che farebbero la gioia di molti mods cresciuti a suon di Nothern Soul e Beat.


Tracce in ascolto:
1. Aninha
2. Camarada Neto


Autore: Conjunto Africa Negra
Titolo: Aninha
Anno: ?
Label: Sons da Africa


Discografia consigliata:

Conjunto Africa Negra - Cas LP –101 – 1981 – LP
Carambola – Discos IEFE 043 – 1983 – LP
Angelica – Discos IEFE 046 – 1983 – LP

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