Senegambia è il nome con cui i gambiani chiamano Kololi, una delle belle spiagge in cui si concentrano i turisti bianchi, in prevalenza donne, provenienti soprattutto dal nord Europa. “Big big mama africa”,racconta ridendo il giovane amico di Jemba mentre sediamo intorno al piatto di cus e pesce, “turiste enormi, che pesano più di cento chili. Di giorno prendono il sole, la sera vogliono divertirsi in discoteca. Niente musica tradizionale per loro, niente kora o balafon, solo boom boom boom, fire fire fire …”. Ride, e noi anche, senza capire se sia consapevole dei doppi sensi nascosti nelle sue parole. Dice di avere quindici anni, ma ne dimostra almeno diciotto. Ha un bel viso, i muscoli gonfi scolpiti sotto la pelle lucida e una voglia di sorridere contagiosa, che viene da lontano.
Yusuf Suso
Lasciata la Casamance siamo arrivati a Serrekunda, una città aperta e piena di vita che si sviluppa accanto alle spiagge dell’Atlantico, a pochi chilometri da Banjul. Si respira un’atmosfera giamaicana, e nell’aria rimbomba il ritmo down beat di un improvvisato sound system montato per una qualche festa che si sta svolgendo in una strada non lontana. Abbiamo appena finito di mangiare, e nel cortile della casa di Ibu ancora in costruzione, dove siamo ospiti, entra Yusuf Suso con un balafon a tracolla, accompagnato da suo fratello Ousmane. Dall’Italia qualcuno li ha avvertiti del nostro arrivo, e loro sono venuti a darci il benvenuto in musica. Il giovane frequentatore delle spiagge e delle discoteche stasera sembra contento e a suo agio, forse perché capisce che non avrà bisogno di alcun “boom boom fire fire”.
bambina di Serrekunda
I bomsa sono ragazzi e ragazze disponibili a far divertire i turisti lattigginosi, maturi e sovrappeso che affollano i lussuosi alberghi blindati della costa, attratti dal sole, dal mare e dai paesaggi esotici, ma anche da quella carne giovane che nei loro paesi non riescono a consumare. Per i bomsa i toubab – i bianchi - sono un modo facile per fare in una sera i soldi che i loro padri guadagnano in un mese di duro lavoro. La Gambia è uno dei paradisi del turismo sessuale, e lo spettacolo che ci attende durante la breve visita che ci concediamo sulla spiaggia di Palma Rima ci lascia una sensazione di disagio. “Andiamo via” mi sussurra inaspettatamente Margherita, mentre passeggiamo sulla sabbia calda tra le palme. Cosa non ci appartiene del modo di vivere l'Africa dei toubab che poltriscono sui lettini di Senegambia beach?
cocktail
L’interrogativo non nasce da moralismi che pensiamo non ci appartengano, ma piuttosto dal grande valore che diamo al rispetto. Che si stabilisca nel vecchio continente, sulle spiagge della Gambia o nelle strade di una città africana, la relazione tra un bianco e un nero fatica sempre a trovare un equilibrio, perché vacilla sotto il peso delle differenze culturali e di reddito e dell’eredità della storia. Quando un europeo come noi mette piede in Africa, anche se inconsapevolmente, porta quel peso sulle spalle. Indipendentemente da ciò che pensa e in cui crede, sarà visto come un portafoglio che cammina e incuterà un sentimento di timore e di rispetto. Ciò è una conseguenza del fatto che i ruoli di dominanza e sottomissione hanno nel tempo logorato l’identità stessa dei popoli e della loro gente, e per chi è attento l’esperienza lo conferma continuamente.
avvoltoi
Per persone come noi, che ritengono di avere un interesse e sentimenti sinceri, e di conseguenza la volontà di imparare dall’Africa, cercare un comportamento che ci liberi almeno in parte da quelle dinamiche stereotipate diviene un’impellente necessità. Ecco allora che ci siamo ritrovati a modificare il nostro agire, lasciandoci andare, ma allo stesso tempo osservando con attenzione e imitando il loro modo di stare insieme, per comprendere quali parole e quali gesti siano appropriati in ciascun contesto. Con la pratica si riesce a dare il giusto valore a gesti e parole che nella nostra cultura sono insignificanti, e man mano che la propria sensibilità si allinea a quel modo di agire ci si sente a prprio agio e ci si accorge che le barriere delle differenze si sgretolano. Quando ciò accade la comunicazione si fa più fluida e profonda, e nascono nuovi sentimenti.
bambini a Serrekunda
E’ difficile spiegarlo, e forse a qualcuno sembrerà anche fuori tema, ma siamo tornati dal Gabu con la sensazione di aver trovato una modalità che sentiamo appartenerci e che ci porta lontano dalle spiagge dei toubab e dei bomsa, avvicinandoci al cuore della gente nera. Questa volta più delle altre ci sembra di aver vissuto l’Africa con naturalezza, rispetto, fiducia, amore, pazienza e libertà dalle aspettative. Sto parlando semplicemente di fratellanza, un tipo di relazione che stiamo imparando dagli africani, per i quali la famiglia non è definita semplicemente dalla genetica, ma anche dai comportamenti. Per loro è fratello e sorella chi ha dato prova di essere degno di fiducia, anche se ha la pelle bianca. “Molti bianchi sono venuti in questa casa, hanno pronunciato belle parole, hanno goduto della nostra ospitalità e hanno registrato la nostra musica. Ma una volta tornati nei loro paesi non si sono fatti più sentire. Avendo però visto in voi il rispetto, e dopo aver ascoltato coloro che vi conoscono da più tempo, crediamo che voi siate diversi. Per questo oggi siamo davvero molto, molto contenti.”
Jimba e Mawdo Suso
Se loro erano contenti noi lo siamo stati di più. Con amore crediamo di aver trovato l’inizio di un sentiero che ci porterà a delle scoperte, che riguardano l’Africa, ma anche noi stessi.
aquila
Note per l'ascolto
La Kambeng Band - in mandinka kambeng vuol dire unità - è un gruppo formatosi a Birikama, fondato da Ebrima Jobarteh, figlio del famoso suonatore di kora gambiano Amadou Bansang Jobarteh. Attualmente la Kambeng Band suona ogni domenica sera al Senegambia Beach Hotel. Le tracce in ascolto sono tratte dal loro disco Yeriinaa. Tracce in ascolto: 1. Sabari Mussolu 2. Kumuna 3. Tabanga (Tubaka) 4. Konkoto
Siamo tornati, ancora una volta con l’Africa nelle orecchie, negli occhi e nella pancia. Ogni volta sembra di entrare un po’ più dentro, e quando le acque del fiume Gambia si sono richiuse sulla nostra testa ci è sembrato come un battesimo. “Ci sono coccodrilli?” chiediamo prima di tuffarci nel fiume. “Qualche tempo fa un uomo è stato ucciso da un coccodrillo proprio qui, ma da allora preghiamo Allah affinché non accada ancora, e coccodrilli non se ne sono più visti.”
Tambasansang - il fiume Gambia
Il Gambia river nasce dagli altipiani del Futa Djallon, come il Niger, e sfocia nell’Atlantico a Banjul, dopo aver percorso più di mille chilometri tra la Guinea, il Senegal e il Gambia. Fu la via usata dall’esploratore Mungo Park per addentrarsi nel cuore dell’Africa, alla fine del ‘700. Il territorio che dalla foce risale il fiume Gambia, dominato dai baobab, dai manghi, dalle palme e dai cespugli di kenkeliba, è rimasto fino ai primi anni ’60 sotto il controllo degli inglesi, nonostante tutta l’area circostante fosse stata colonizzata dalla Francia.
il Gambia a Bansang
Il Gambia è lo stato più piccolo dell’Africa, una lingua di terra che separa il Senegal settentrionale da quello meridionale, conosciuto con il nome di Casamance. Il fatto che Gambia e Casamance siano separati da una frontiera ha motivi completamente estranei alla storia e alla cultura di quell’area, in quanto, assieme alla Guinea Bissau, costituiscono un unico territorio culturalmente omogeneo, che fu l’antico regno mandinka del Gabu, separatosi dall’impero del Mali a metà del XVI° secolo e assoggettato ai fula del Futa Djallon guidati da Alpha Yaya nel 1866. La kora, l’arpa malinke a 21 corde, è originaria del Gabu.
Sedhiou - il fiume Casamance
Il nostro viaggio si è concentrato in quei territori, in particolare nei villaggi di Bolonbalola Dar Salaam, vicino a Tanaf e al pigro scorrere del fiume Casamance, e a Tambasansang, nel cuore dell'alta Gambia e sulle rive del Gambia.
Bolonbalola Dar Salaam - Diebate Kunda
A Diebate Kunda – la casa dei Diebate, la famiglia di Madya e Sambou – sette fratelli e la maggior parte dei loro figli maschi suonano la kora. La loro djeliya è un eredità antica, e nella memoria custodiscono molte storie. Malang Diebate, il fratello maggiore che ricopre il ruolo di capofamiglia da quando è morto il padre Bully, è un virtuoso della kora che conosce a fondo lo stile tradizionale della Casamance, diverso da quello maliano nelle figure ritmiche e nell'accordatura, e canta con una voce tagliente è straordinariamente ricca di colori e sfumature.
Festa a Diebate Kunda
Nella loro casa è iniziato il nostro viaggio dentro le famiglie tradizionali africane, che ci hanno accolto come re e regine, come genitori e figli. Un percorso che è la prosecuzione naturale della nostra vita nei cortili di Bamako. Superati i primi imbarazzi Margherita e Marta stringono le loro amicizie africane, e mentre noi adulti andiamo a letto restano accanto al fuoco, ad ascoltare la kora che parla la lingua dei giovani.
Marta e Margherita
Suso Kunda è invece la casa della famiglia di Omar e Ibu. Tambasansang è un villaggio con un'antica tradizione di djeliya guidato dalla famiglia Kora, che un paio di secoli fa regnava su un vasto territorio che arrivava fino a Bansang.
Tambasansang - Jalimuso a Suso Kunda
Ma nella famiglia di Omar e Ibu l'antica eredità familiare centrata sulla kora rischia di andare perduta. Solo Omar suona ancora, ma vivendo in Italia non può insegnarla ai giovani. Suo padre, El Hadji Lamine Suso, era un korafola conosciuto in tutta la Gambia, ma non suona più regolarmente da quando alcuni anni fa si è spaccato una mano. A Tambasansang vive però lo zio Landing Kanuteh, una persona molto blues, che ha imparato a suonare la kora dal vecchio Lamine e ora è uno dei migliori musicisti del paese.
bambini a Suso Kunda
Maudo Suso, la cui famiglia ha ereditato la conoscenza di un altro strumento centrale della musica malinke, il balafon, vive invece a Serekunda, una città a pochi chilometri da Bajnul e vicino alle spiagge dove si concentra il turismo. Maudo e tutti i suoi figli, a cominciare da Yusuf, lo suonano con un’arte talmente straordinaria da trascinarci in un vortice di sensazioni corporali. "La Gambia è piena di balafon" abbiamo commentato. La loro famiglia viene da una regione dell’alto Gambia chiamata Wully, e la Wully Band, guidata da Yusuf, è un'orchestra di giovani musicisti che reinterpretano la musica tradizionale in chiave moderna.
Serekunda - balafon a Suso Kunda
Il mare di sentimenti ed emozioni che ci ha sommerso mentre passavamo le nostre calde giornate africane assieme a quelle famiglie numerose non trova le parole giuste per essere descritto, meglio servirebbero le lacrime versate ad ogni arrivederci. Con noi – e per Margherita, Marta e Alfredo era la prima esperienza africana – abbiamo riportato parole, sorrisi, sguardi, e la sensazione di tante piccole e grandi mani che più o meno timidamente si stringevano con le nostre.
Simbandi
Tramonto sul fiume Casamance
E poi i canti dei djeli e la musica, ascoltata, registrata e filmata, e che nelle prossime settimane proporremo attraverso tutti i canali a nostra disposizione. Dateci solo il tempo di sistemare suoni e immagini e di tradurre i testi. Quest’anno – è nostra intenzione e promessa – la Wallai Records comincerà a rendere disponibili i tesori che si stanno accumulando negli hard disk dei nostri personal computer.
Vecchi e bambini
Alle famiglie Diebate e Suso abbiamo promesso che torneremo a chiacchierare ancora un pò con loro, ad incrociare i nostri sguardi, a mangiare yassa e bere kucha. Le famiglie africane, con i loro vecchi, i giovani e i bambini, ci hanno rapito e portato in una dimensione di cui abbiamo percepito l'importanza e persino l'effetto curativo. Nonostante le loro enormi difficoltà e le contraddizioni tra modernità e tradizione sono un mondo in cui vogliamo entrare ancora, così come nelle acque del fiume Gambia e del Casamance.
E così come un anno fa, eccoci ancora insieme a festeggiare il compleanno di T.P. Africa, e a fare un bilancio degli sforzi e dei risultati. Cominciamo allora inviando al sindaco Gianni Alemanno un messaggio cantato e suonato dai nuovi cittadini romani, amici provenienti da un altro continente, pronti a ripagare l'accoglienza e le opportunità che sapremo offrirgli con l'arte che viene dal loro cuore appassionato. Sindaco de Roma, se ci sei batti un colpo!
Il video viene da un'idea originale di Costantino Spineti, che è arrivato a noi qualche mese fa dalla rete, passando per il blog di Marco, e che oramai è entrato a pieno titolo nella famiglia di T.P. Africa. Benvenuto Costantì. Lo stornello è suonato da Madya Diabate sull'aria di Kelefaba, e cantato dalla nuova amica, attrice e regista cameroonense Felicité Mbezele, che è in Italia da oltre vent'anni e che interpreta Anna Magnani con un'itonia tutta personale.
Al ritorno dal Mali abbiamo cominciato - con calma - a fare le cose più seriamente. E' nata così la T.P. Africa Ensemble, un gruppo formato da musicisti immigrati in Italia in grado di interpretare con molta classe la musica tradizionale malinke, e che è pronto a suonare nella sua line-up completa - due kore, un balafon, djembe e doundoun - per chiunque voglia un assaggio di quella straordinaria e antica tradizione musicale.
Oltre alla T.P. Africa Ensemble abbiamo collaborato alla realizzazione di qualche concerto - dopo Toumani Diabate Oumou Sangare e Madya Diebate, da solo e con varie formazioni - occupandoci essenzialmente dei contatti con gli artisti africani.
Prosegue la trasmissione su Radio Popolare Roma, 103.3 FM, ogni mercoledì alle 22.35, mentre in autunno, riprendendo la formula della trasmissione radio live portata al meeting di Djembe.it a Treviso, abbiamo inaugurato il ciclo del Palm Wine Bar @ Griot, dove raccontiamo in parole, musica e palm wine, le molte vie della musica africana, così come noi l'abbiamo scoperta e assorbita.
Il blog naturalmente continua a rappresentare l'asse delle nostre iniziative. Oltre alla musica abbiamo cominciato a pubblicare piccoli squarci di storia e tradizione africana, primo fra tutti la serie sui griot malinke e sulle loro epiche.
In un anno abbiamo ricevuto circa 17.000 visite di 10.000 visitatori provenienti da 104 paesi, alle quali si aggiungono le 5.500 visite di 4.000 visitatori del sito in lingua inglese, che provengono da ben 114 paesi. A questi dati vanno aggiunte le 28.000 visite al canale video e le 4.200 visite ai myspace della Wallai Records e della T.P. Africa Ensemble, e le 17.000 visite al myspace di Madya Diebate, tutti frutti delle nostre rilassate ricerche nell’arcipelago della musica africana.
Tra pochi giorni ripartiamo per l'Africa, e le destinazioni questa volta sono il Gambia e la Casamance, la patria della kora. Torneremo certamente e nuovamente carichi di emozioni, di immagini e di suoni, che provvederemo a raccontarvi a nostro modo da queste pagine.
Auguri dunque a T.P. Africa, e a tutti voi. Noi lasciamo il freddo e ci trasferiamo nel caldo ventre di mamma Africa, ritorneremo alla fine di Gennaio.
Vi lasciamo con un piccolo omaggio alla cultura creola, una playlist di brani estratti dagli ultimi album di due giovani, belle e talentuose interpreti capoverdine, Mayra Andrade e Lura, delle quali per molte insignificanti ragioni non abbiamo avuto modo di parlare. Entrambe autrici di molti dei brani che interpretano, rappresentano la nuova generazione di artisti creoli di origine africana, che ama la propria terra ma guarda al mondo, a partire dal vasto arcipelago dei paesi lusofoni. C'è un'evidente cammino nella loro musica, che si fa più delicata e raffinata nelle composizioni e negli arrangiamenti, e a volte l'identità capoverdina si perde, diluita dalle melodie e dai ritmi del gigante brasiliano.
Tra le due Lura mantiene la sua identità più corporale e sanguigna, mentre Mayra Andrade sale più in alto delle nuvole, la sua voce inconfondibile è poetica, emozionante e bellissima, persino troppo ricca e autorevole per la sua giovanissma età. Loro sono il futuro di Capo Verde, e ascoltarle è un'emozione sottile e profonda.
Tracce in ascolto: 1. Juana (Mayra Andrade) 2. Seu (Mayra Andrade) 3. Turbulensa (Mayra Andrade) 4. Marinhero (Lura) 5. Maria (Lura) 6. Mascadjon (Lura) 7. Dimokransa (Mayra Andrade, da Navega) 8. Tunuka (Mayra Andrade, da Navega) 9. Navega (Mayra Andrade, da Navega)
Autore: Mayra Andrade Titolo: Storia Storia Anno: 2009 Label: RCA / Sony
Brani: 1. Storia, Storia 2. Tchapu Na Bandera 3. Seu 4. Juana 5. Konsiensia 6. Odjus Fitchadu 7. Nha Damaxa 8. Mon Carrousel 9. Badiu Si 10. Morena, Menina Linda 11. Palavra 12. Turbulensa 13. Lembransa
Autore: Lura Titolo: Eclipse Anno: 2009 Label: Lusafrica
Brani: 1. Libramor 2. Um Dia 3. Tabanka 4. Eclipse 5. Marinhero 6. Maria 7. Terra'l 8. Quebrod Nem Djosa 9. Na Nha Rubera 10. Orfelino 11. Sukundida 12. Mascadjon 13. Queima Roupa 14. Canta Um Tango
La musica del Ghana è l’highlife, il quale, assieme alla rumba congolese, è una delle due grandi radici della moderna musica da ballo africana.
“Durante i primi anni ’20, quando ero bambino, il termine highlife cominciò ad essere usato dalla gente che si attardava intorno ai locali da ballo come il Rodger Club (costruito nel 1904) per ascoltare e sbirciare le coppie che si divertivano all’interno. Highlife divenne così un modo di riferirsi alle canzoni indigene suonate in quei club dalle prime band come i Jazz Kings, i Cape Coast Sugar Babies, i Sekondi Nanshamang e, in seguito, la Accra Orchestra. La gente lo chiamava highlife per sottolineare l’irragiungibilità della classe sociale alla quale appartenevano quelle coppie che ballavano nei club, che non solo avevano il denaro per pagare quel costoso biglietto, ma vestivano abiti da sera lussuosi ed eleganti.”
Sono le parole di Yebuah Mensah, fratello del re dell’highlife E.T. Mensah, citato da John Collins nel suo West African Pop Roots. Si riferisce al cosiddetto highlife delle orchestre da ballo, che suonavano dapprima una miscela di valzer, polke e foxtrot per le elite bianche e nere del Ghana coloniale, mentre in seguito, dopo la seconda guerra mondiale, furono influenzati dallo swing dei musicisti americani che stazionarono ad Accra per un certo tempo. Ma quel tipo di highlife ebbe vita breve. Dopo il 1957, anno dell’indipendenza del Ghana, il paese fu impegnato in un vasto movimento ideologico che univa il pan-africanismo con la ricerca delle proprie radici culturali, e se al principio l’highlife di orchestre come i Tempos di Mensah o i Black Beats di King Bruce rappresentò l’entusiasmo di quella nuova era, già alla fine degli anni ’60 non era più un genere così popolare e amato dalla gente, che lo considerava troppo simile alla musica degli odiati colonizzatori. Ma in Ghana esisteva anche un altro highlife, chiamato palm wine highlife o guitar highlife. Nonostante l’analogia nel nome, la storia di quella musica era completamente differente da quella dell’highlife delle orchestre da ballo, così come lo erano le melodie, i ritmi e gli strumenti usati. Al posto di sassofoni e trombe la protagonista era la chitarra, accompagnata da percussioni e voci.
Molti studi indicano i Kru della Liberia e della Sierra Leone come i maggiori responsabili della formazione della musica palm wine e della diffusione sulla costa atlantica dell’Africa della chitarra e dello stile two finger picking, in cui le corde venivano suonate con il pollice e l’indice, alla stregua della tecnica usata per molti cordofoni tradizionali. I kru sono un’etnia che originariamente era concentrata sulla costa della Liberia, nell’area di Monrovia. Erano abili navigatori, sapevano nuotare e affrontare l’oceano, ed erano inoltre pronti a lasciare la loro terra in cerca di fortuna. Sin dal XVIII secolo i kru furono imbarcati sulle navi europee che battevano le rotte della costa africana e verso le Americhe, e nell’800 comunità di Kru si trovavano in tutti i porti dell’Atlantico, soprattutto a Freetown, ma anche in Ghana, in Nigeria e in Congo.
La loro musica ruotava intorno alla chitarra, ma anche alla concertina, al mandolino, al flauto e alle piccole percussioni ed era influenzata dalle ballate dei marinai europei e dagli stili caraibici, come il calypso di Trinidad. Quel sound delicato si diffuse nei palm wine bar dei porti africani, prendendo molti nomi: maringa in Sierra Leone, native blues e palm-wine highlife in Ghana e juju tra gli yoruba di Lagos, in Nigeria.
Riguardo al Ghana, John Collins - fondatore dei Bokoor Studio di Kumasi - distingue essenzialmente due stili differenti di palm wine highlife, quello della costa, legato alla cosiddetta confluenza musicale dei kru, e l’akan blues dell’interno, nelle regioni ashanti, dove gli akan svilupparono stili più legati alle melodie tradizionali. La diffusione della chitarra nelle regioni interne soppiantò l’uso dei cordofoni tradizionali in uso tra gli akan, primo fra tutti la seprewa, un’arpa-liuto che ha tra le sei e le dodici corde e una cassa di risonanza in legno, e che viene definita a buon diritto la madre del guitar highlife.
Sembra che la seprewa sia nata tra il XVII° e il XVIII° secolo. Veniva suonata alla corte del re degli Ashanti, ma anche in occasione della celebrazione di matrimoni, funerali e altre cerimonie religiose. Oggi è uno strumento che sembra apprtenere al passato, e ciò rende l’uscita dell’album dei Seprewa Kasa, prodotto dal chitarrista ghanese Kari Banaman e registrato in Ghana e a Londra, un autentico avvenimento per gli appassionati di musica tradizionale africana.
L’ensemble dei Seprewa Kasa ruota intorno alle seprewa di Baffour Kyerematen e di Osei Korankye e alla chitarra acustica dello stesso Kari Banaman, ed è arricchita dalle percussioni tradizionali e dal aprenpensua, il grande piano da pollice degli akan che suona sui registri bassi dello spettro sonoro. I brani sono essenzialmente composizioni acustiche che reinterpretano l’akan blues, l’highlife delle regioni interne del Ghana. Dagomba, il titolo della seconda traccia, è una parola kru che vuol dire piroga, e rappresenta il filo sottile che lega le eteree melodie della seprewa ai tempi in cui i kru portarono la chitarra in Costa d’Oro.
Ma torniamo al palm wine highlife. Mentre le dance band suonavano nei club esclusivi delle città, le band itineranti di highlife per chitarra uscivano dalle città per girare i villaggi. Alcuni di questi gruppi non si limitavano a fare musica, ma mettevano in scena veri spettacoli teatrali – spesso a sfondo comico - in cui venivano sviluppate storie tradizionali o situazioni tratte dalla vita quotidiana, accompagnate da musica e danza. La gente amava quei concert party, e persino il presidente Kwame Knrumah cominciò a farsi accompagnare da una di queste compagnie nei suoi viaggi ufficiali. A poco a poco il guitar highlife divenne l’anima del Ghana indipendente.
Negli anni ’70 il guitar highlife era un’espressione artistica popolare, viva e pulsante, suonato da centinaia di band e pubblicato su vinile dall'artigianale industria discografica ghanese. Nel 1971 ad Accra si tenne il Soul to Soul Concert, in cui per due giorni artisti di oltre oceano come Roberta Flack, Tina Turner e Carlos Santana trascinarono i giovani ghanesi in un uragano di nuovi suoni. Erano gli anni in cui l’Africa scopriva generi musicali di importazione come il funky-soul e il rock, e la mentalità aperta e progressista dei ghanesi accolse quei nuovi suoni incorporandoli nell’highlife, producendo una varietà musicale straordinaria, seconda forse solo a quella del gigante nigeriano.
Dopo i due volumi di Ghana Soundz, dedicati alla scena funky ghanese di quegli anni, il fondatore della Soundway Records Miles Cleret fa uscire oggi Ghana Special, una superba compilation che consente di gettare l’orecchio in quell’incredibile caleidoscopio musicale nato dal palm wine highlife.
I 33 brani contenuti nei due CD di Ghana Special vanno dai grandi nomi del guitar highlife, come gli African Brothers di Nanah Ampadu, gli Sweet Talks di A.B. Crentsil, Ebo Taylor e i Cubanos Fiestas di K. Frimpong, al funky roots highlife degli Hedzoleh Soundz – che in seguito collaborarono a lungo con Hugh Masekela e furono trai principali responsabili della sua conversione all’afro-funk – ai Basa Basa Soundz con Fela Kuti, gruppo che più tardi lavorò addirittura con Brian Eno. Accanto ad essi troviamo molti altri gruppi più o meno conosciuti, che interpretavano a modo loro il guitar highlife della costa, l’akan blues e il funky highlife.
Chitarre guizzanti, voci parlanti, roche e trascinate, ritmi sincopati allo spasmo, hammond impazziti, ma anche atmosfere solari e rilassate di giornate trascorse nei palm wine bar dei porti e delle città dell’interno. Ghana Special è il frutto di una ricerca approfondita fatta sul posto, arricchita con i contributi di John Collins, di Frank Gossner – del blog Voodoo Funk – e di una lunga lista di artisti ghanesi. Sorprende, come tutti i dischi della Soundway, ma soprattutto apre nuovi spazi di consapevolezza su un universo musicale che ogni volta stupisce per la sua vastità e per la sua resistenza ad essere svelato.
Presi assieme, Seprewa Kasa e Ghana Special rappresentano in qualche modo l’origine e l’esplosione di un sound che ha segnato l’universo musicale di un intero continente, arrivando fino ai club di molte capitali europee e americane. Una storia che nasce sulle navi e nei villaggi della foresta, e che è arrivata alle nostre orecchie da più direzioni e sotto molte forme, spesso impreviste e inaspettate.
Brani in ascolto: 1. Dagomba (Seprewa Kasa) 2. Barima Ye Na (Seprewa Kasa) 3. The Barbecues - Aaya Lolo (Ghana Special) 4. Asaase Ase - Ohiani Sua Efir (Ghana Special) 5. City Boys Band - Nya Asem Hwe (Ghana Special) 6. Hedzolleh Soundz - Omusus Da Fe M'musu (Ghana Special)
Autore: Seprewa Kasa Titolo: Seprewa Kasa Anno: 2008 Label: World Music Network
Titolo: Ghana Special Autore: AAVV Anno: 2009 Label: Soundway Records
Brani:
CD1 01. The Mercury Dance Band - Kai Wawa 02. T. O. Jazz - Owuo Adaadaa Me 03. Christy Azuma & Uppers International - Din Ya Sugri 04. The Barbecues - Aaya Lolo 05. Asaase Ase - Ohiani Sua Efir 06. St. Peter & The Holymen - Bofoo Beye Abowa Den 07. City Boys Band - Nya Asem Hwe 08. Hedzoleh Soundz - Edinya Benya 09. The Cutlass Dance Band - HweHwe Mu Yi Mpena 10. Dr. K. Gyasi & His Noble Kings - Sei Nazo 11. Kyeremateng Atwede & The Kyeremateng Stars - I Go Die For You 12. Vis a Vis - Obi Agye Me Dofo 13. Ebo Taylor - Twer Nyame (excerpt) 14. The Big Beats - Mi Nsumõõ Bo Dõnn 15. Pa Steele's African Brothers - Odo Mmera 16. The Ogyatanaa Show Band - You Monopolise Me
CD2 01. The African Brothers International Band - Wompe Masem 02. Gyedu-Blay Ambolley & His Creations - Akoko Ba 03. The Sweet Talks - Akampanye 04. Houghas Sorowonko - Enuanom Adofo 05. Oscar Sulley's Nzele Soundz - Bukom 06. Bokoor Band - You Can Go 07. K. Frimpong & His Cubanos Fiestas - Kyenkyen Bi Adi M'Awu 08. Basa Basa Soundz feat. Fela Anikulapo Kuti - Dr. Solutsu 09. Pagadeja - Tamale 10. Hedzolleh Soundz - Omusus Da Fe M'musu 11. The Uhuru Dance Band - Yahyia Mu 12. Dr. K. Gyasi & His Noble Kings - Noble Kings (Yako Aba) 13. The Wellis Band - Bindiga 14. Boombaya - Boombaya 15. Sawaaba Soundz - Owuo 16. The Cutlass Dance Band - Them Go Talk Of You 17. Honny & The Bees Band - Sisi Mbon
La straordinaria originalità della Tout Puissant Orchestre Polyrythmo de Cotonou, unita alla potenza del loro sound, stridono con la loro totale e storica assenza dal mercato discografico europeo, almeno fino a pochi anni fa. Per questo qualcuno ha definito i Polyrythmo “the West Africa best kept secret”, il segreto meglio custodito dell’Africa Occidentale.
Il primo “bianco” a mettere assieme una compilation di brani della TP Orchestre Polyrythmo – Reminiscin’ in Tempo - fu Gunter Gertz, per la sua etichetta Popular African Music. Con The Kings of Benin Urban Groove Miles Cleret della Soundway Records è stato il secondo. Ma il lavoro di ricerca sulla musica del Benin che sta svolgendo Samy Ben Redjeb per la Analog Africa è ad oggi il più straordinario. Una dopo l’altra ha pubblicato quattro raccolte – African Scream Context, Legends of Benin e due volumi sulla Polyrythmo, The Vodoun Effect ed Echos Hyphnotiques – ciascuna della quali ha fornito un contributo di musica e informazioni determinante per comporre il mosaico.
La forza dei Polyrythmo viene dalla loro versatilità e inventiva. Frugando nella loro oscura ma sterminata discografia si può trovare di tutto, dal soukous alla salsa, dal rock al reggae, dal funk all’afrobeat, fino ai ritmi e ai canti della tradizione vodun. Ma in ogni caso il suono dei Polyrythmo resta inconfondibile e riconoscibile sempre, dimostrando una personalità musicale progressiva e sfrontata che non viene mai diluita. Ascoltandoli non si può fare a meno di chiedersi come sia possibile che gli echi psichedelici della loro musica, precedenti di alcuni anni a molti esperimenti analoghi del rock nostrano, non abbiano prodotto influenze dell’orchestra beninese sulle avanguardie europee. Ad oggi la migliore ricostruzione della loro storia è scritta nei booklet dei due volumi della Analog Africa, in cui si narra di ricerche e di incontri, e poi si lascia parlare loro, primo tra tutti Clement Melome, leader incontrastato della band sin dai suoi esordi. Il breve racconto che segue è tratto da quella fonte. Era il 1964 quando Clement Melome – che oltre a cantare allora suonava la fisarmonica – fondò il Group Meloclem. La seconda voce era Eskill Lohento, che sarebbe rimasto con Melome per tutta l’avventura dei Polyrythmo. Wallace Creppy li ascoltò, si propose come manager e comprò loro nuovi strumenti musicali. Nel 1965 i Meloclem si unirono ai Sunny Blacks Band e divennero nove, tra cui il batterista Joseph Amenoudji “Vicky”, che in seguito sarebbe divenuto un altro dei cantanti storici dei Polyrythmo.
La band suonava stabilmente in un club di Cotonou che si chiamava la Canne a Sucre. Con il passare del tempo alcuni musicisti se ne andarono, altri arrivarono. Uno dei nuovi membri fu Gustave Bentho, bassista con i Super Star de Ouidah. Un altro fu Bernard Zoundegnon “Papillon”, un chitarrista alle prime armi e pieno di passione che si esercitava moltissimo, ispirandosi a Jimi Hendrix e a Victor Uwaifo.
Nel 1968 i Sunny Blacks cambiarono ancora nome, e divennero l’Orchestre Poly-Disco. A quel tempo il “jerk” – il termine con cui i beninesi chiamavano il funky-soul – imperversava nei club delle città africane, e la band incorporò Vincent Ahehehinnou, che proveniva dalla Daho Band e sapeva cantare il jerk. Dopo che Creppy si trasferì in Europa la band cambiò diversi manager, ma la stabilità arrivò grazie a Seidou Adissa, che veniva da Portonovo ed era proprietario dell’etichetta Albarika Store e del negozio omonimo. Fu allora che la band prese il nome definitivo di Orchestre Polyrythmo.
Le prime incisioni per la Albarika Store - in particolare Gbeti Majiro, Medida e la nuova versione di Angelina - divennero subito degli hit in tutto il Benin. Nell’orchestra entrarono il sassofonista Pierre Loko, il cantante e percussionista togolese Paul Agbemadon “Gabo” e il batterista Leopold Yehouessi. Quest’ultimo, il basso di Bentho e la chitarra di Papillon sono i responsabili principali delle incredibili atmosfere che la band era capace di creare.
La curiosità e la costanza di Papillon lo avevano trasformato in un chitarrista a dir poco avveniristico, che infilava note distorte in sequenze imprevedibili, come una sorta di precursore africano di Robert Fripp. Inoltre Papillon suonava anche l'organo, ed era lui, assieme al sassofono di Loko, a interpretare la maggior parte degli assoli. Sostenuto dalla chitarra ritmica di Melome e dalle potenti linee di basso di Bentho, Yehouessi era a suo agio con qualsiasi genere musicale. Egli non suonava solo i ritmi più alla moda, come il funky e il soukouss, ma ereditò da Vicky l'uso del battito ancestrale del vodun dei dahomey, ritmi come il sato - Gan Tche Kpo ne è uno splendido esempio - e il sakpata - come in Mi Ni Non Kpo.
“Un ascoltatore occasionale di questa meravigliosa raccolta potrebbe arrivare facilmente alla conclusone di essersi imbattuto in un altro esempio della incredibile musica urbana dell’Africa di quel periodo, sottoposta alla modernizzazione subito prima o poco dopo la decolonizzazione” afferma Gerald Arnaud nel booklet di The Vodoun Effect. “Ma la verità è assai più complicata. Con la parola vodun ci si riferisce al culto di circa 250 divinità, chiamate Vodun dai adja e dai fon del sud del Benin e Orisha dagli yoruba ai confini con la Nigeria. In quella religione la musica ha un ruolo cruciale. Ciascuna divinità ha un suo specifico insieme di canti e di ritmi, che sono usati per invocare lo spirito affinche si impossessi dei partecipanti, che durante i riti cadono in trance. Quei ritmi sono tenuti segreti, e sono così complessi che anche un musicista esperto può avere difficoltà a comprenderli.”
"il Sato è un ritmo tradizionale derivato dal vodun" spiega Melome. "In Benin è usato durante le cerimonie annuali in onore dei morti, ma si può suonare in qualsiasi momento. Sato è anche il nome di un tamburo utilizzato durante quelle cerimonie. E' enorme, alto quasi due metri. I percussionisti danzano intorno al tamburo con le bacchette e lo suonano tutti insieme - boom bo-bo-bo boom - in modo coordinato." "Suonavamo anche una versione moderna di un altro ritmo Vodun chiamato Sakpata, che in Fon vuol dire Dio della Terra. Le danze Sakpata sono frenetiche e indiavolate.
A metà degli anni settanta i Polyrythmo divennero Tout Puissant, onnipotenti. Avevano assoldato Theo Blaise Konkou, che sapeva cantare in lingala ed era specializzato nella rumba congolese – un genere alla moda e molto richiesto dal loro pubblico – altri due chitarristi, due percussionisti e il trombettista e sassofonista maliano Tidiane Kone, che qualche anno prima era stato il fondatore della Rail Band de Bamako. Nonostante avessero un contratto esclusivo con la Albarika Store, registravano clandestinamente anche con etichette a dir poco rustiche non appena Adissa partiva per i suoi viaggi d’affari, e per questo la loro discografia è così vasta e difficile da ricostruire. Dei due volumi pubblicati dalla Analog Africa, il primo è dedicato ai brani registrati con le etichette minori, mentre il secondo si concentra sul catalogo della Albarika Store.
Con Adissa i Polyrythmo cominciarono a recarsi a Lagos, negli studi della EMI, per registrare i loro dischi. Fu in quegli studi che conobbero Fela Kuti, che divenne uno degli ispiratori delle composizioni jerk di Ahehehinnou, assieme a James Brown. Nonostante fosse Melome il leader e il principale autore dei pezzi dei Polyrythmo, anche agli altri membri era lasciata l'occasione di comporre brani, e questo aumentava la varietà e la versatilità del loro repertorio.
In quegli anni la dittatura del colonnello Mathieu Kerekou, da lui definita “marxista”, si era fatta sempre più opprimente, e le orchestre beninesi furono costrette a cantare a favore dell’ideologia del despota. “Molti dei nostri brani avevano un forte contenuto politico” spiega Ahehehinnou. “Lodi al socialismo, agli sforzi nell’agricoltura e ai suoi eroi, insulti al capitalismo. Era ovvio che i paesi in disaccordo od oppressi da quella stessa ideologia non ci invitavano a suonare. Ma dopo il Festac le cose cominciarono a cambiare.” Nel 1977 i Polyrythmo parteciparono al FESTAC, importante festival pan-africano che si tenne in Nigeria, dove si classificarono secondi dopo Tabu Ley Rochereau. Da allora in poi cominciarono a girare l’Africa, a registrare per etichette importanti in Costa d’Avorio – la Mecca dell’industria discografica dell’Africa francofona - e ad accompagnare grandi star, tra cui Ernesto Djedje, Bella Below, Aicha Kone, Manu Dibango, Gnonnas Pedro.
La fine dell’epoca d’oro dei Polyrythmo avvenne all'improvviso all’inizio degli anni ‘80, e fu causata da dissidi con Adissa e - soprattutto - dalla morte improvvisa di Papillon e di Yehoussi. Con la scomparsa dei due fuoriclasse i Polyrythmo persero un pezzo importante della loro anima. Sembra che la band non si sia mai sciolta. Quel che è certo è che, a seguito della notorietà e dell’entusiasmo generato dalle compilation su CD della loro musica dei tempi d’oro, di recente i Polyrythmo sono finalmente arrivati sulla scena musicale europea, con una tournée internazionale che sarà replicata nel 2010. Grazie alla passione di Gretz, Cleret e Redjeb i Polyrythmo sono tornati, e sembrano davvero in forma.
Brani in ascolto: 1. Gan Tche Kpo (da Echos Hypnotiques, Analog Africa) 2. Malin Kpon O (da Echos Hypnotiques, Analog Africa) 3. Minkou E So Non Moin (da Echos Hypnotiques, Analog Africa) 4. Mi Ni Non Kpo (da The Vodoun Effect, Analog Africa) 5. Dis Moi La Verité (da The Vodoun Effect, Analog Africa) 6, Akoue Tche We Gni Medjome (da The Vodoun Effect, Analog Africa) 7. Gbeti Madjro (da African Scream Context, Analog Africa) 8. Gbeto Vivi (da Kings of Benin Urban Groove, Soundway Records) 9. Angelina II (da Kings of Benin Urban Groove, Soundway Records) 10. Chèrie Coco (da Reminiscin' in Tempo, Popular African Music) 11. Yao-Yao (da Reminiscin' in Tempo, Popular African Music)
Autore: TP Orchestre Polyrythmo de Cotonou Titolo: Echos Hypnotique Anno: 2009 Label: Analog Africa
Brani: 1. Se Ba Ho 2. Mi Ve Wa Se 3. Azon De Ma Gnin Kpevi 4. Noude Ma Gnin Tche De Me 5. Ahouli Vou Yelli 6. Gan Tche Kpo 7. Malin Kpon O 8. Mede Ma Gnin Messe 9. Agnon Dekpe 10. Zizi 11. Ma Dou Sou Nou Mio 12. Koutome 13. Houe Djein Nada 14. Minkou E So Non Moin
Autore: TP Orchestre Polyrythmo de Cotonou Titolo: The Voudun Effect Anno: 2008 Label: Analog Africa
Brani: 1. Mi Homlan Dadalé 2. Assibavi 3. Se We Non Nan 4. Ako Ba Ho 5. Mi Ni Non Kpo 6. Se Tche We Djo Mon 7. Dis Moi La Verité 8. Nouessename 9. Iya Me Dji Ki Bi Ni 10. Akoue Tche We Gni Medjome 11. Nou De Ma Do Vo 12. Koutoulie 13. Kourougninda Wende 14. Mawa Mon Nou Mio
Solo è il diminutivo di Souleymane Traore, un giovane e geniale balafonista nato nel 1969 a Nebadougou, un piccolo villaggio di etnia senoufo vicino a Kenedougou, nella regione maliana di Sikasso che confina con il Burkina Faso e la Costa d’Avorio.
Il balafon senoufo è differente da quello malinke nell’accordatura – tipicamente pentatonica - e nell’estensione armonica. La tradizione del balafon tra i senoufo è antica quasi quanto quella malinke e soussou, e nei tempi moderni è stata reinterpretata e consolidata dal grande griot senoufo di Kourala Lamissa Bengaly, scomparso pochi anni fa, che è stato l’ispiratore e il predecessore ideale di Souleymane Traore.
“Ho imparato a suonare il balafon quando ero un bambino. Questo non mi ha impedito di tentare l’avventura. Ho fatto molti mestieri. Alla fine del 1986 mi sono recato a Bamako, dove ho trovato un lavoro da giardiniere con il quale guadagnavo 3.500 CFA (6 euro) al mese. In quel periodo ascoltavo musica di ogni tipo, soprattutto disco, funk, rock e reggae. E’ stato grazie all’ascolto dell’album Jerusalem di Alpha blondy che mi sono chiesto: perché non usare il balafono per ottenere la stessa notorietà del rasta ivoriano? Così mi è venuta l’idea di approfittare della mia conoscenza del balafon per ottenere un posto al sole.” Dal 1987 Souleymane ha cominciato ad esplorare le potenzialità del suo strumento e a cercare un modo per creare un suono nuovo a partire da un ensemble tradizionale. “Avevo imparato molto sul basso, così ho deciso di aggiungere tre grandi tasti all’estremità bassa della scala del balafon”. Suo padre, anch’esso balafonista, giudicò all’inizio negativamente quella modifica all’antico strumento tradizionale, ma in seguito dovette ricredersi.
Il suono grave e maestoso di quel balafon e la straordinaria tecnica di Souleymane era così spettacolare che ben presto si ritrovò a suonare trenta sere al mese. In seguito fu chiamato nella compagnia teatrale regionale di Sikasso e nel 1995 vinse il primo premio al Dundumba Top, un festival organizzato da radio Jamana di Koutiala, che lanciò definitivamente la sua carriera. “Fu grazie a quel festival che vinsi il primo premio della mia carriera, un momento indimenticabile per un artista. Fui poi contattato da Sory Yattassaye, un produttore con il quale firmai il mio primo contratto”.
Nel 1996 Neba Solo e il suo gruppo, composto di sette musicisti – Siaka Traore al secondo balafon più altri quattro percussionisti – realizzarono Hommage a Lamissa Bengaly, il loro primo album, seguito da Kenedougou Foly nell’anno successivo (pubblicato in seguito in Europa da Cobalt con il titolo di Kene Balafons) e da CAN 2002, uscito in occasione della Coppa d’Africa di calcio che in quell’anno si svolse proprio in Mali e in Guinea. “Ognuno gioca il suo ruolo nella costruzione del proprio paese. La CAN 2002 è stato un evento nazionale, è il nostro contributo come artisti al suo successo sarebbe dovuto essere legato alla promozione e, soprattutto, alla motivazione dei calciatori”.
In studio il sound dei Neba Solo è unico ed inimitabile, ma dal vivo – essendone stato investito al Festival di Segou del 2006 ne ho un ricordo vivido ben impresso nella memoria del corpo e della mente – è davvero impressionante. Si tratta di un groove inestricabile di balafon e percussioni tradizionali – il tabara, il titiara, la calabasse e il karignan – spinto, e quasi sovrastato, dalle note cavernose del balafon di Souleymane e dagli assoli suoi e di Siaka, altro fuoriclasse del suo strumento. Davanti ai due balafon, posti al centro del palco specularmente uno all’altro, due straordinari danzatori volano come su un cuscino d’aria su movimenti velocissimi e a volte quasi impercettibili delle loro scarpe da ginnastica bianche, alternando nel loro ipnotico tip-tap momenti di incredibile virtuosismo e sincronia a divertenti boutàde da teatro minimalista.
La musica dei Neba Solo è così indissolubilmente legata alla danza, che dalle feste dei villaggi agricoli del Mali meridionale si è trasferita senza alcuna difficoltà nei club e nelle discoteche più all’avanguardia di Parigi e delle altre capitali cosmopolite della vecchia Europa, inizialmente grazie al progetto Frikyiwa del DJ francese Frederic Galliano. Il parallelo tra la loro musica e la techno dance nostrana è una possibile suggestione ma certamente non l’unica porta d’accesso, perché la musica dei Neba Solo non ha nulla di alienante e alienato, è cantata e suonata con mani di carne e rappresenta un popolo e una società intera, e non soltanto chi da quella società sente il bisogno di estraniarsi.
Tracce in ascolto: 1. Mussow (da CAN 2002) 2. Tchekisse (da CAN 2002) 3. Dianienko (da CAN 2002) 4. Kenedougou Foly (da Kenedougou Foly) 5. Vaccination (da Kenedougou Foly)
Discografia 1. Hommage a Lamissa Bengaly (1995) 2. Kenedougou Foly (1997) 3. Kene Balafon (Kenedougou Foly remixed a Parigi) 4. CAN 2002 (2001)
Un anno fa la benemerita etichetta inglese Sterns faceva uscire Francophonic vol. 1, una prodigiosa raccolta antologica in due CD contenente una selezione di brani tratti dallo sterminato catalogo del congolese Franco e della sua Tout Puissant Orchestre Kinshasa Jazz, altrimenti detta TPOK Jazz. Noi ne scrivemmo in occasione del primo compleanno di questo blog.
A settembre è uscito il secondo volume di Francophonic, che racconta in musica e parole del periodo che va dal 1980 al 1989, anno della scomparsa del Grand Maitre della rumba congolese.
François Luambo Makiadi, conosciuto da tutti come Franco – con l’accento sulla “o” – è una delle figure più rappresentative e amate del panorama musicale dell’intero continente africano, al pari di giganti come Miriam Makeba, Manu Dibango e Fela Kuti. E se all’orecchio degli ascoltatori euro-americani la sua musica suona meno comprensibile, è probabilmente per le stesse ragioni per cui è invece accolta con più entusiasmo dagli africani, senza distinzione di etnia, lingua o paese d’origine. La rumba dei TPOK Jazz veniva suonata, trasmessa dalle radio e ballata ovunque ci fosse un pubblico africano, ed è soprattutto grazie a Franco che oggi il soukous è il primo tra le musiche da ballo dell’Africa intera. E’ una ragione più che sufficiente per imparare a conoscerlo e ad apprezzarlo. Durante gli anni ’80 i TPOK Jazz contavano tra i venti e i quaranta elementi. Franco viveva tra Kinshasa, Bruxelles e Parigi, e in ognuna delle città aveva la sua orchestra, formata in gran parte di musicisti residenti. Il loro sound era davvero straordinariamente potente. La maggior parte dei loro brani duravano tra i dieci e i venti minuti, e durante il loro sviluppo la musica cresceva di energia. Quell’orgia di chitarre, voci, fiati e percussioni trascinava inevitabilmente i corpi del suo pubblico, che si avvicinavano tra loro mentre intorno i sederi degli uomini e delle donne cominciavano a muoversi e a vibrare.
Cooperation, un brano del 1982 in cui la OK Jazz si riunisce nuovamente con il vecchio amico Sam Mangwana, è un esempio dell’energia irresistibile della loro musica. “Mio caro Luambo” dice Sam: “Cosa vuole fare la gente dopo che ha ben mangiato e bevuto?” “Mio caro Mangwana” risponde Franco: “è semplice. Vogliono ballare la musica della Tout Puissant OK Jazz.” “La OK Jazz del gran maestro Luambo Makiadi.” “Esattamente, è tutto”. A questo punto parte, come lanciata da un elastico, una rumba spericolata e inarrestabile.
Dopo ben otto minuti il dialogo tra Luambo e Mangwana si arresta lasciando spazio a un "sebene", una frase ritmica alla chitarra che si ripete più volte con piccole variazioni, come in una progressione minimalista, accompagnata da altre due chitarre e dal basso. Il sebene, che si dice sia stato inizialmente introdotto nella rumba congolese da Henry Bowane, maestro di Franco ai tempi dei suoi Loningisa, è la forma principale dello stile della chitarra congolese. Più sebene che si intrecciano uno all’altro formano un intricato tessuto sonoro, che resta sotto le voci fino al momento in cui prende il sopravvento. Rinforzato dagli interventi della sezione dei fiati, è il sebene che dà l’impulso principale ai danzatori, che li accende e gli spreme l’anima.
Cooperation racconta anche della personalità di Franco, sempre generoso con i suoi musicisti e libero dal rancore. Per il suo carattere collerico e imprevedibile e per il suo modo di vivere dissoluto, a base di sesso, marijuana e musica, Franco era continuamente bersaglio d pettegolezzi e maldicenze, più o meno fondate. Ma qualsiasi dissidio svaniva immediatamente quando si ritrovava a fare musica con i suoi vecchi compagni, come accade con Sam Mangwana, che aveva cantato con gli OK Jazz tra il 1972 e il ‘75. “Io e gli OK Jazz” canta Sam “quando siamo insieme e anche quando siamo lontani, torniamo sempre a questo tipo di musica.” “Qualsiasi cosa dice la gente riguardo alle scorrettezze e alle rivalità non ci riguarda” gli risponde Franco “non occupiamoci dei loro pettegolezzi. E’ questo che è importante”.
Franco ha sempre trattato con grande generosità i suoi musicisti, e persino con il suo principale rivale, Tabu Ley Rochereau, erede di Joseph Kabasele Grand Kallè e leader degli African Fiesta – che in seguito divennero gli Afrisa International – creò dei progetti musicali comuni. Nel 1983 i due chiamarono alcuni musicisti dalle rispettive orchestre e formarono i Lisanga ya Banganga – Associazione dei guaritori – con i quali registrarono ben quattro album per un totale di sei LP. Uno dei brani tratto da quei dischi, in cui Franco e Tabu Ley duettano alla voce accompagnati dalla chitarra di Michelino, è il lento, drammatico e trascinante Suite Lettre No. 1.
Un altro degli elementi che davano al sound della TPOK Jazz un’incredibile potenza era l’intreccio dei canti, a quattro, cinque o persino sei voci. L’elenco dei cantanti che negli anni hanno collaborato con gli OK Jazz, da Rossignol a Vichy Longomba, da Sam Mangwana a Josky Kiambukuta, fino a Madilu System, è straordinariamente lungo e incredibilmente ricco. In Sandoka, un brano tratto dal quarto volume di Le Quart de Siècle,ben cinque cantanti oltre a Franco – Dalienst, Pépé Ndombe, Josky, Wuta-Mayi e Djo Mpoyi – si rincorrono in frasi a due, tre o quattro voci, raccontando il dialogo di una ragazza con i suoi genitori, che vogliono dissuaderla dalla relazione con un fidanzato indesiderato. Se ci si lascia andare all’intreccio liquido di quelle voci e di quei controcanti ci si ritroverà avvolti nella loro dolce e ammaliante bellezza.
Per riuscire a entrare nel mondo di Franco non bisogna avere fretta nell’ascolto. Le sue canzoni si prendono tutto il tempo necessario, usano con fiera ostinatezza la ripetizione, nei temi, nei riff dei fiati e nei sebene delle chitarre, con l’effetto di impossessarsi dell’anima in trance e del corpo di chi danza. Ma questa non è l’unica porta di accesso alla sua musica. Se capissimo il lingala – una sorta di esperanto urbano di origine bantu, parlato o comunque compreso da oltre dieci milioni di persone che vivono in Congo e nel resto dell’Africa Centrale fino alle coste dell’oceano Indiano – potremmo apprezzare la magia della sua affabulazione.
Con la sua voce grossolana e baritonale, in contrasto con la dolce morbidezza tenorile di molti grandi cantanti congolesi – primo tra tutti Tabu Ley – Franco era il più grande tra i cantastorie, e i filmati documentano l’attenzione con cui il suo pubblico lo ascoltava, ridendo quando dipingeva situazioni e personaggi grotteschi e cercando di cogliere i significati multipli delle sue metafore e dei suoi doppi e tripli sensi. I suoi racconti erano ricchi, e si sviluppavano su piani diversi e per la maggior parte impliciti. La mbakwela è l’arte popolare di raccontare una storia alludendone altre, e Franco la padroneggiava a tal punto che i significati impliciti di molte delle sue canzoni sono ancora oggi un interrogativo. Storie aperte dunque, che potevano essere interpretate in base agli avvenimenti del momento e al comune sentire della gente, che riuscivano a capirlo perché Franco era uno di loro, veniva dalla strada e ne incarnava lo spirito.
La sua perizia con le parole fu la causa dei suoi continui dissidi con il presidente Mobutu, che era il suo più grande fan, ma era anche convinto che dietro ai suoi testi Franco nascondeva sottili critiche al suo operato. Dopo l’assassinio di Patrice Lumumba, primo presidente del Congo, gli African Jazz di Gran Kallè, che lo avevano appoggiato in modo esplicito, furono considerati da Mobutu la voce della dissidenza politica, e ben presto furono costretti a interrompere la loro attività artistica. Al contrario Franco non si era mai schierato con Lumumba, mentre in più occasioni cantò in favore del nuovo presidente, e questo gli procurò notevoli vantaggi.
Mobutu non poté mai fidarsi completamente di Franco, ma nonostante ascoltasse ogni suo disco con attenzione per coglierne le critiche della mbakwela, non riuscì mai a inchiodarlo per la sua dissidenza. Così accadde che Franco fu arrestato nel 1978 per alcuni testi osceni e mai per ragioni politiche. Quella tensione continua costrinse Franco a trasferirsi in Belgio, e tornò nella sua amata Kinshasa solo dopo che l’Unione degli Artisti Zairesi gli conferì il titolo di Grand Maitre.
Nel 1985 Franco registrò il suo più grande successo, che vendette oltre 200.000 copie e fu suonato dalle radio e dai DJ di tutta l’Africa, e persino in Europa. Si tratta di Mario, un brano di oltre quattordici minuti dallo stile fortemente originale, che lo stesso Franco non definiva né rumba né soukous, ma odemba, un termine che sosteneva derivare da una danza rituale della tradizione bantandu, l’etnia di sua madre.
Franco registrò in Gabon ben due versioni di Mario, che uscirono contemporaneamente su LP differenti. La OK Jazz era assemblata con quattro chitarre – compreso il basso e la chitarra solista di Papa Noel – due sax soprani, due trombe e varie percussioni, comprese alcune basi campionate. Oltre a Franco, i cantanti erano Madilu e Josky.
Mario tratteggia l’icona di una figura caratteristica della società africana, un maschio indolente, prepotente, sbruffone, che ama la bella vita ma per farla sfrutta il lavoro e il denaro di una donna più grande di lui, rimasta vedova. Ma arriva il momento in cui la sua compagnia esaurisce la pazienza e, stufa di quell’uomo che non la merita, lo ridicolizza e lo caccia di casa.
"Oggi problemi, domani problemi" cantano Franco e Madilu nei panni della donna: "Sono stanca. Oggi litigi, domani zuffe. Ne ho abbastanza.
Mario ha cinque diplomi, ma non lo si può importunare chiedendogli di cercarsi un lavoro. Lui lascia credere ai suoi genitori che è lui a supportarmi economicamente, ma io sono la sola che si occupa di vestirlo, di dargli da mangiare e una casa dove abitare. E dopo che ha distrutto la mia Mercedes si aspettava che io gli comprassi un’automobile nuova. Il mio letto non è abbastanza confortevole per te? Guadagna qualche soldo, così te ne puoi comprare uno da solo. Ecco, Mario, tieniti pure il vestito di Valentino come ricordo del nostro amore, E vai fuori da casa mia. Vattene ora!"
Per la gente quella storia divertente doveva essere necessariamente mbakwela, ed era convinta che parlasse di Franco e di Mobutu. Ma chi era la vedova, e chi il mantenuto? Probabilmente Franco si riferiva alla classe sociale della nuova elite urbana, che non faceva nulla per il bene e il progresso del paese ma si preoccupava solo di sé stessa, in contrasto con le donne congolesi, che pur continuando a sobbarcarsi gran parte del lavoro familiare stavano conquistandosi una nuova indipendenza.
Grazie a Mario, Franco si conquistò una grande fama internazionale, e dal 1985 cominciò a girare il mondo, tenendo concerti che duravano oltre quattro ore in Africa – dove riempiva gli stadi - in Europa e negli Stati Uniti.
Nel 1986 Franco cominciò a cantare della malattia e della morte, ad esempio nel brano Testament ya Bowule. Nel 1987 scrisse Attention na SIDA, attenti all’AIDS, in cui ammoniva la gente comune che l’AIDS può colpire chiunque, e che era necessario fare attenzione e prendere le opportune precauzioni. Nonostante Franco lo negasse, aveva cominciato a dimagrire ed era spesso malato, e la gente capì che aveva contratto la terribile malattia che lo avrebbe portato alla morte due anni dopo.
In Sadou, un duetto con Madilu del 1988, Franco cantò ancora della morte. “Sadou, tutela la mia stirpe, tutela l’amore che abbiamo condiviso, tutela le cose che abbiamo fatto insieme.” E mentre il brano sta finendo, Franco esclama: “l’ammalato esalò il suo ultimo respiro.” Franco entrò in ospedale nel settembre del 1989, per morirvi il 12 ottobre. Lasciò sua madre, diciotto figli, dodici delle sue quattordici donne da cui li aveva avuti e oltre mille brani di musica sensazionale. La sua salma fu esposta al Palais du Peuple a Kinshasa, e mentre la TPOK Jazz suonava, l’intera cittadinanza si recò a dargli l’ultimo saluto. Mobutu proclamò il lutto nazionale di quattro giorni durante i quali radio e televisioni trasmisero ininterrottamente la sua musica, e gli conferì il titolo di Comandante dell’Ordine del Leopardo.
Assieme al vol. 1, questo secondo volume di Francophonic – in tutto sono quattro CD - racconta la storia del gigante della rumba zairese Franco Luambo Makiadi, apprendo una piccola ma estremamente significativa finestra su un mondo artistico e sociale che per noi ascoltatori e appassionati europei è difficile da penetrare quanto affascinante. Non vi resta che leggere nei due preziosi booklet il resto della storia, oppure semplicemente ascoltare e ballare la sua musica.
Tracce in ascolto: Cooperation (con Sam Mangwana) Sandoka Suite Lettre No. 1 (con Tabu Ley Rochereau) Marie Naboyi (da Francophonic vol. 1) Ku Kisantu Kikwenda Ko (da Francophonic vol. 1) Likambo Ya Ngana (da Francophonic vol. 1) Kinsiona (da Francophonic vol. 1) Lisolo Ya Adamo Na Nzambe (da Francophonic vol. 1)
Brani: 1. Tokoma Ba Camarade Pamba 2. Bina Na Ngai Na Respect 3. Sandoka 4. Princesse Kikou 5. Nostalgie 6. Coopération 7. Suite Lettre No. 1 8. Missile 9. Pesa Position Na Yo 10. Kimpa Kisangameni 11. Mario 12. Testament Ya Bowule 13. Sadou
«Se non puoi organizzare, dirigere e difendere il paese dei tuoi padri, fai appello agli uomini più valorosi.
Se non puoi dire la verità ovunque e sempre, fai appello agli uomini più coraggiosi.
Se non puoi essere imparziale cedi il trono a uomini giusti.
Se non puoi proteggere l’acciaio che serve a sfidare il nemico, dona la tua spada da guerra alle donne, che ti indicheranno il cammino dell’onore.
Se non puoi esprimere coraggiosamente il tuo pensiero, dona la parola ai griot.
Oh Faama ! Il popolo ha fiducia in te, perché tu incarni tutte queste virtù.» (Inno dell’impero del Wassoulou. Bembeya Jazz National – Regard sur le Passé)
- Djeli di Kela: Keme Bourama (filmato da TP Africa, 2009) -
La storia di Samory Toure (1830-1900), uno dei grandi eroi africani, suscita ancora oggi sentimenti contrastanti e grandi passioni.
Samory Toure è stato un capo che ha saputo rinnovare profondamente la propria comunità alla vigilia della conquista coloniale. Con dignità e coraggio, ma anche con crudeltà e disperazione, egli ha rinnovato l’identità dei malinkè mentre era in corso la fatale invasione delle potenze europee, ricostruendo un impero che nei secoli si era disgregato e versava in una profonda crisi. Samory è stato l'eroe della lotta contro l'oppressione dell’imperialismo francese, a cui si oppose con ardore e lungamente - diciassette lunghi anni, dal 1881 al 1898, anno della sua cattura - anche se la sconfitta finale sua e dell’intero continente era inevitabile.
Na il successo di Samory non fu soltanto il frutto della sua abilità nella guerra. Fu possibile anche perché l’intero corpo di quell’antica società, rivitalizzatosi attorno a lui, comprese e sostenne i suoi obbiettivi e le sue strategie. Come cantanto i Bembeya Jazz, «nella storia feroce e triste del colonialismo francese, i nostri nemici più mortali riconoscono unanimamente che l’almany Samory non violò mai la parola data, e che il tradimento non è mai stato tra le sue abitudini. Non è esagerato dire che l’almamy Samory si è dimostrato superiore a tutti i capi neri che si sono opposti ai nostri avversari nel continente africano. Egli ha dato prova di qualità che lo caratterizzano come capo del popolo, come stratega e – soprattutto – come politico. Condottiero di uomini, possedeva l’audacia, la perseveranza, la capacità di prevedere gli eventi e, soprattutto, una tenacia inattaccabile dallo scoraggiamento.»
I griot malinke cantano tuttora la sua storia, e come spesso accade nella tradizione del djeliya, ne raccontano le gesta come di rimbalzo, atraverso quelle di suo fratello minore, che rispondeva al nome di Keme Bourama, o Keme Bourema, o Keme Brema. Quello che segue è il preambolo di Regard sur le Passé, la versione dell’orchestra guineiana Bembeya Jazz National dell’epica di Keme Bourama, che vinse la medaglia d’argento al Festival Panafricano di Algeri nel 1969.
« Ascoltate figli dell’Africa, Ascoltate donne dell’Africa. Ascoltante anche voi, giovani dell’Africa, Lo spirito del domani. Ascoltate tutti una pagina della gloriosa storia africana.
Lui è stato uno di quegli uomini che, anche se non ci sono più, continueranno a vivere in eterno nel cuore della loro gente. Stiamo parlando dell’almamy Samory Toure, imperatore del Wassoulou, dell’illustre Alpha Yaya Diallo, re di Labè, e di Morifing Djan Diabate, simbolo dell’amicizia, i cui resti riposano nel suolo natale che hanno amato e difeso per tutta la vita. Il colonialismo, per giustificare la sua dominazione, li ha dipinti come re sanguinari e malvagi, ma, attraverso la notte dei tempi, la loro storia ci è stata tramandata in tutta la sua gloria.» (Bembeya Jazz National – Regard sur le Passé)
Samory Toure
Nascita di un predestinato
Samory Toure – detto anche Mandjou e Sanankoro Faama - Re di Sanankoro - nacque nel 1830 a Manyambaladougou, piccolo villaggio vicino a Sanankoro, l’odierna Kerwane in Guinea, da una famiglia di commercianti djoula. La sua nascita e il suo destino furono predetti a Kemo Lafia Toure, suo padre, da un indovino che praticava la divinazione sulla sabbia. La sua prima moglie, Masorona - conosciuta anche con il nome di Ma Sona Camara - era una donna di grande bellezza appartenente al potente lignaggio dei Camara, stirpe di animisti signori del paese, ma si dice che non potesse avere figli. Fu però lei, tra le sue tre mogli, a dargli il lungamente atteso erede maschio che sarebbe diventato famoso tra i faama – i sovrani Malinke.
Samory dimostrò presto la sua intelligenza, audacia e un gran senso degli affari, ma anche un carattere piuttosto rude, affidando la soluzione dei contrasti più all’efficacia dei suoi pugni che alla dialettica sagace del commerciante. Di taglia superiore alla media, quando gli capitava di sorridere i suoi denti brillavano aguzzi come quelli di un leone. Aveva lo sguardo profondo e perspicace, ma erano le sue mani – con grandi chiazze decolarete sulla pelle - a renderlo inquietante.
A causa delle sue intemperanze il padre era continuamente soggetto alle rimostranze della gente offesa dal figlio. Così, per non disonorare più il padre, Samory decise di dedicarsi al commercio itinerante. Acquistò stoffe bianche usate nelle comunità iniziatiche esoteriche e si mise in viaggio per vendere la sua merce.
A Banko Wuladala Samory incontrò il marabutto Sedinu Kulubali, che lo ospitò e curò il suo piede ferito. Durante quel soggiorno Kulubali lo convinse a occuparsi di commercio del bestiame. Prima di rimettersi in viaggio, Samory scambiò allora le sue stoffe con un toro.
Arrivato al villaggio di Saraia Wuladala il toro cominciò a brucare in un campo coltivato, e Samory fu costretto a donarlo ai contadini come risarcimento per il danno subito. Umiliato e scoraggiato da quell’episodio, Samory vagabondò per mesi senza una meta precisa fino a quando, stanco e disperato, gli apparvero in sogno due spiriti femminili, la cui casa era a Takirinì. Erano stati mandati dall’antenato Samawurusu, che inviò in tutto dodici spiriti per trovare una persona adatta a ricevere il primo fucile della terra dei neri. Per questo si può dire che fu Samawurusu ad autorizzare Samory ad intraprendere la guerra.
L’incontro con gli spiriti fu molto particolare. Samory arrivò a Kankan che la città era in fibrillazione, e trovò i suoi abitanti impegnati a fortificare le mura contro un possibile attacco dei Cissé di Sikasso. Samory cominciò allora a regalare noci di cola per far danzare i giovani mentre costruivano le mura. Ma il re di Kankan, Kemo Musa, aveva ricevuto una profezia secondo la quale “lo straniero che avrebbe aiutato ad erigere le mura in seguito le avrebbe abbattute”. Così, venendo a sapere delle offerte di Samory chiese alle sue guardie di arrestarlo. Suba Musa, signore della guerra, si offrì di aiutarlo. Lo nascose presso la sua dimora e, passato il pericolo, gli presto un fucile per la caccia nella foresta. Al ritorno dalla caccia Samory scambiò una coscia di antilope per un tacchino bianco, che avrebbe sacrificato agli antenati per allontanare la sfortuna.
Fu allora che gli apparvero i due spiriti femminili, che gli dissero di andare a Keruame, dove lo avrebbero atteso nei pressi del fiume Jigbe alla mezzanotte del giorno successivo. La paura non è compagna dell’uomo. Samory restituì il fucile a Suba Musa e partì. Arrivò all’appuntamento sul fiume e subito il colore delle acque cambiò, divenendo prima bianco come il latte, poi rosso come il sangue, e infine tornò del colore dell’acqua. I due spiriti femminili apparvero tra i flutti e chiamarono Samory, costruendo per lui un ponte di corde. Quando Samory le raggiunse, gli spiriti gli diedero un fucile e gli dissero: “per 30 anni, 3 mesi e 3 giorni durerà il tuo potere sulla terra nera. Sarai straniero la mattina e colui che ospita gli stranieri la sera”. Poi gli spiriti lo misero alla prova. Una si trasformò in un pitone che cominciò a ingoiare il suo braccio, mentre l’altra si trasformò anch’essa in un serpente che gli leccava il viso, ma Samory non si spaventò.
Gli spiriti esposero allora le condizioni che avrebbe dovuto rispettare. “Anche quando la guerra sarà in tuo favore, non dovrai mai attaccare Karamogo Daye a Kankan. Karamogo Daye è un amico degli spiriti. Non dovrai mai attaccare Sikasso Keba, una nostra zia spirito. Non dovrai attaccare Gbon, perché una nostra sorella lavora per il capo di quel villaggio. Al di fuori di questi tre luoghi potrai portare la guerra in tutto il resto della terra africana.”
Disegni di bambini: Samory e Morifindian Diabate
Sofa alla corte dei Cissé
Mentre Samory riceveva la protezione degli spiriti femminili, il suo villaggio natale veniva attaccato dai mussulmani guidati dai Cissé, che uccisero gli uomini e presero in ostaggio donne e bambini. Samory arrivò al villaggio che dalle capanne bruciate ancora il fumo saliva verso il cielo. Ritrovò il padre in salvo nascosto presso alcni parenti, ma seppe che sua madre era a Madina, prigioniere del terribile Seré-Burlay, faama dei mussulmani.
Dopo aver rimproverato il padre, l’intrepido Samory si recò immediatamente a Madina e, giunto alla corte del monarca, si inginocchiò davanti a Sere-Burlay, chiedendo di concedergli la possibilità di riscattare sua madre divenendo schiavo del re. Contro il parere del fratello Sere-Bourama, il faama lo arruolò nella guardia personale e gli fece frequentare la scuola coranica. Per sette anni, 7 mesi e 7 giorni Samory combatte con i Cissé, facendosi apprezzare per il suo valore e ricevendo dal re doni e schiave di grande bellezza. Fu così che, grazie a sua madre, scoprì che la sua vera vocazione era la guerra.
Dopo la morte improvvisa di Sere-Burlay, suo fratello Sere-Bourama divenne il nuovo re. Ossessionato dagli oracoli che presagivano la fine dei Cissé per mano di Samory, Sere-Bourama lo accusò di non aver combattuto valorosamente nella battaglia dove suo fratello aveva perso la vita, e lo condannò alla gogna per otto giorni, una suprema vergogna che il giovane Touré non dimenticò mai .
Ma Samory riuscì a fuggire portando con sé sua madre e, dopo molte fatiche, tornò finalmente al villaggio natale di Manyambaladougou, dove Masorona trovò la morte poco tempo dopo. La scomparsa di Masorona liberò Samory da qualsiasi vincolo che lo tratteneva al villaggio. Povero era andato e povero era tornato dal reame dei Cissé, ma con la padronanza della scienza delle armi e e con la conoscenza dell’Islam e di sé stesso.
Samory - source: J. S. Gallieni
Keletigui dei Camara
Samory si unì allora al clan materno dei Camara, che avevano visto i loro villaggi bruciati e la loro gente, di tradizione animista, sottoposta alla conversione forzata all’islam da parte dei Cissé e dei Bereté. Grazie alle sue conoscenze militari Samory fu nominato “keletigui", capo di guerra. Per quattro anni, dal 1861 al 1865, egli fu alla testa delle milizie dei Camara, costituendo un piccolo esercito di guerrieri tutti armati di fucili, tra i quali vi erano i griot Morifindjan e Niamakala-Amara Djeli, che da quel momento in poi sarebbero rimasti per sempre al suo fianco.
Sconfisse in breve tempo i Bereté e trattò un patto di non belligeranza con i Cissé. Nel 1867, con il suo esercito, stabilì la sua base a Sanankoro. Da quel momento rivolse la sua attenzione verso nord – come è tradizione per i mercanti djoula – e iniziò una snervante azione di guerriglia verso il regno di Sabadougou, che infine decise di attaccare con mille cavalieri i cento guerrieri di Samory. L’esito della battaglia fu favorevole a Samory, che conquistò Sabadougou è stabilì la sua nuova base per i successivi vent’anni nel villaggio di Bissandougou, dichiarando la sua indipendenza dai Camara.
Samory (K.I. Fofana: Presence Africaine)
Le basi dell'impero: Samory l’almamy
La via verso nord scelta da Samory portava alla vecchia metropoli di Kankan, prestigiosa sede del commercio djoula e centro della cultura islamica da sempre sotto il dominio dei mussulmani Kaba. I sovrani di Kankan, in lotta con la fazione animista, chiesero la protezione di Samory, che accettò dichiarandosi un vero credente nonostante le sue origini animiste.
Di lì in poi la popolarità di Samory crebbe sempre di più. La sua abitudine a trattare i vinti con molta clemenza incoraggiò i capi villaggio a sottomettersi volentieri a lui, ben sapendo che in tal modo avrebbero ricevuto protezione e conservato il comando. Alla fine anche l’impero toucouleur di Agibou, il figlio di El Hadji Omar, si sottomise al nuovo faama Samory, permettendogli di rifornirsi di cavalli da est, dato che la via consueta del nord era bloccata dalla presenza dei francesi. I territori verso est erano abitati da piccoli regni, disorganizzati e spesso in lotta tra loro, e fu facile per Samory procedere alla loro conquista. Così, in poch anni, Samory ottenne anche il controllo di tutta l’area bambara.
Nel 1881 la potenza di Samory, che nel frattempo aveva sconfitto anche i Cissé, era al suo apice, e il suo efficiente esercito poteva contare su un gran numero di guerrieri. Il controllo dell’immenso territorio che costituiva il suo impero era affidato a governi militari regionali. Per assicurarsi l’approviggionamento delle armi da fuoco, che gli inglesi vendevano a Freetown, Samory affidò al generale Langaman Fali la protezione della rotta comerciale per la Sierra Leone.
Il governo dell’impero era gestito da Samory e dal suo consiglio, nel quale i mussulmani, a partire da quelli di Kankan, occupavano un posto di rilievo. I suoi fratelli e parenti, che all’inizio avevano anch’essi un ruolo considerevole, vennero gradualmente rimpiazzati dai suoi figli. Il consiglio era diviso in fazioni. I concilianti, guidati da Jaule Karamoko, sostenevano la necessità di un accordo coi Francesi, mentre gli intransigenti, capitanati da Nyamakala Amara, erano contrari a ogni compromesso. Il mediatore del consiglio era il saggio griot Morifindjan.
La "rivoluzione djoula" di Samory aveva creato un’organizzazione solida grazie al rispetto della struttura gerarchica e delle tradizioni dei differenti kafu - cantoni costituiti da più villaggi - ai cui capi tradizionali era garantita l’autonomia in cambio di tributi e di soldati. Ogni cantone aveva un suo keletigui, un generale scelto da Samory, con un’armata ai suoi ordini. Anziani e fidati militari vivevano al fianco dei capi tradizionali con il compito di riferire a Samory o al keletigui del cantone ogni notizia che fosse ritenuta rilevante.
Le tasse e i bottini di guerra non erano però sufficienti a sostenere le spese di quella complessa e capillare organizzazione, nonché l’approviggionamento delle armi. Così Samory, grazie alla sua esperienza di commerciante, organizzò le attività dei territori che controllava e avviò la produzione e l’esportazione di kola, caucciù, avorio e oro.
Non è facile farsi un’idea precisa dell’impatto che ebbero il governo di Samory e le sue guerre sulle società dell’alto Niger. Bisognerebbe parlare delle sue innovazioni militari, della costruzione di fortezze, della gerarchia, della disciplina che sapeva imporre nel suo esercito, così come del modo con cui risolse problemi di amministrazione giudicati secondari da altri. La preoccupazione maggiore di Samory, uomo eccezionale il cui onere era di far regnare l’ordine sulla terra, fu però quella di trovare un elemento di coesione tra i suoi sudditi, che appartenevano a culture e tradizioni differenti. La soluzione scelta fu di fondare quella necessaria coesione sull’islam, e al tempo del Ramadam del 1984, al massimo della sua espansione territoriale, Samory rinunciò a farsi chiamare faama e si fregiò del titolo di almamy, lo stesso dei sovrani mussulmani del Fouta Djalon.
Samory arriva in un villaggio
Due leoni si disputano la stessa gazzella
Fino a quel momento gli unici contatti di Samory con gli europei erano dovuti all’acquisto di armi dagli inglesi della Sierra Leone. A partire dal 1881 i francesi, che già occupavano il Senegal, decisero di aprire una via al commercio verso il Sudan, e avviarono la costruzione della ferrovia che avrebbe collegato l’Atlantico a Bamako.
Il primo scontro sanguinoso con i francesi fu a Kita, dove Samory si trovò ad affrontare tattiche di combattimento a lui sconosciute. Ingenti perdite ci furono da entrambe le parti, ma alla fine Samory perse Kita. Ma quella vittoria fu tanto inutile per la Francia quanto importante per Samory, che fece tesoro della conoscenza acquisita delle strategie di guerra di quel nuovo potente avversario.
Da quel momento in poi il fronte maliano della guerra con i francesi fu il teatro di molte battaglie. Il 2 aprile del 1982 i sofa di Samory, guidati dal fratello Keme Bourama, inflissero una pesante sconfitta ai francesi, che a Woyowayanko furono costretti a una precipitosa ritirata. Quella vittoria accrebbe il prestigio dell’almamy e infuse fiducia nei resistenti. Nonostante la superiorità militare dell’esercito francese, che possedeva anche una moderna artiglieria, le armate di Samory riuscirono nei quattro anni successivi a creare loro continue difficoltà e perdite, grazie alla tattica della guerriglia.
Nel 1986 i francesi occuparono Bamako precedendo Keme Bourama, il quale si era attardato in scaramucce sui monti. La presa di Bamako del 1886 segnò per i francesi il controllo del Niger, e un susseguente periodo di pace che durò due anni, garantito dal trattato di Bisandougou, in cui i francesi concedevano a Samory di ritirarsi a Sikasso in cambio del controllo della riva sinistra del Niger.
Ma Samory non riuscì mai a prendere Sikasso. L’assedio della fortezza, iniziato nel marzo 1887, perdurò a lungo, ma Sikasso non cedette. Ben presto i costi di quell’assedio in termini di requisizioni di viveri e di uomini crearono una profonda irritazione delle popolazioni di gran parte dell’impero, e l’Almamy, per limitare i danni, si vide costretto, seppur a malicuore, a rinunciare all’impresa.
Fu a Sikasso che si consumò la divisione ormai profonda con il fratello Keme Bourama.
Modibo Diabate racconta Keme Bourama sotto il baobab
LA STORIA DI KEME BOURAMA (Tratta dal racconto di Modibo Kouyate sotto il baobab sacro di Kita)
Il griot di Samory Toure si chiamava Morifindjan Diabate. Lo accompagnava ovunque, era il suo servitore e il suo ambasciatore. Fu lui che raccolse la storia di Keme Bourama, di cui io vi racconterò solo una parte.
Il suo vero nome era Brema Toure, o Bourama. Keme vuol dire cento, e il suo significato è che quando riceveva un dono ricambiava con cento doni. Di lui si dice che avesse tre grandi mogli: Joro (la sua spada), Mariana Sire (il suo cavallo) e Ju’ufa (il nemico assassino). Grazie alle sue straordinarie doti Keme Bourama si era guadagnato la popolarità e la fiducia di tutto il popolo. Fu a causa di ciò che Samory divenne geloso.
Dapprima provò ad avvelenarlo, ma Bourama non ne fu ucciso. Preparò allora una cartuccia difettosa che sarebbe dovuta eslpodere lanciando il piombo all’indietro. Ma quella cartuccia funzionò bene, e il piombo fu sparato in avanti. Sembrava che uccidere il fratello fosse impossibile. Samory parlò allora con sua moglie Sara Kagni, conosciuta come la bella, chiedendogli di sedurre il fratello. Sara gli rispose: “vuoi vederlo morire? Domani morirà.” “Come puoi affermare ciò con tanta sicurezza? Io, che sono uomo e ho un grande potere non ci sono riuscito. Tu sei soltanto una donna.”
La mattina dopo Sara si svegliò presto, si sedette in cortile e cominciò a piangere. Quando Bourama si recò a salutare Samory, come faceva ogni mattina, la vide piangere. Bourama salutò Sara prima una, poi due, poi tre volte, ma lei non gli rispose. Se qualcuno non risponde al saluto ripetuto tre volte è un segno che è successo qualcosa. Così Bourama chiese spiegazioni. “Samory ti ha picchiata? – No, non mi ha picchiata. – Samory ti ha insultata? – no, non mi ha insultata. – Samory ti ha rifiutata? – No, non mi ha rifiutata. – Allora per quale motivo stai piangendo?”
“Io, Sara Kagni, non ho un marito. Lui non vale niente, non è buono a niente, non sa riconoscere e apprezzare il piacere che una donna può donare a un uomo. Per questo, Bourama, voglio preparare per lui una medicina. Ma l’ingrediente principale che mi serve per prepararla e una parte di un baobab che cresce nella corte di TiebaTraore a Sikasso, davanti alla porta della capanna dove dimora la sua prima moglie.”
Era una missione difficile. Il muro che cingeva la casa della prima moglie di Tieba Traore era una grande muraglia difensiva, un autentico Taba. Sara Kagni aveva escogitato un piano assai astuto, perché tutti sapevano che chiunque passava davanti al Taba dei Traorè moriva.
“Sara Kagni, se sono le foglie del baobab che ti occorrono io te le porterò. Se vuoi l’intero baobab io te lo porterò. Vuoi il baobab o solo le sue foglie? – Solo le foglie. – Accendi il fuoco sotto la pignatta, prima che te l’aspetti sarò tornato con le foglie che ti occorrono. Asciugati le lacrime, sto partendo per Sikasso.”
Bourama lasciò Sara Kagni e tornò nei suoi alloggi. Prese una corda, se la legò sotto il boubou e uscì, senza fucile né coltello. A suo moglie disse: “vado a Sikasso”, e partì. Dentro di se Sara Kagni rideva trionfante.
Prima di andar via Bourama passò a salutare Samory Toure, e gli disse: “vado a Sikasso”. Samory rispose: “Se andrai morirai, resta qui accanto a me”. Ma dentro di sé l’almamy pensò che sarebbe stato un bene se Bourama fosse andato a morire a Sikasso. E infatti Bourama partì lo stesso.
Mentre usciva dal villaggio, sulla strada, molti giovani si raccolsero per salutarlo, chiedendogli dove andasse. Ma quando Bourama rivelò la sua destinazione tutti quei giovani si misero a piangere in preda alla disperazione. Qualcuno chiese il permesso di accompagnarlo, ma Bourama rifiutò con gentilezza, dicendo che comunque sarebbe andato da solo.
Fu così che Bourama arrivò davanti al Taba della dimora della prima moglie di Tieba Traore, a Sikasso. Saltò, afferrò con la mano il bordo del muro e vi si issò sopra con grande facilità.
In quel momento Tieeba era assieme ai suoi griot, e uno di loro si accorse che c’era qualcuno sul muro e avvertì gli altri. Arrivarono così i guerrieri con i fucili, caricarono e spararono assieme una scarica contro l’intruso, Ma le pallottole non fecero altro che accarezzare la pelle di Bourama.
Bourama saltò giù dal muro e si arrampicò agilmente sul grande baobab. Prese tutte le foglie, salto giù dall’albero e poi sul muro, e infine andò via. Durante la sua incursione i soldati continuarono a sparare all’impazzata,ma non riuscirono a ferirlo.
Bourama tornò con le foglie del baobab alla corte di suo fratello Samory e bussò alla porta. Sara Kagni chiese: “chi è alla porta?” “Sono Bourama, ti ho portato le foglie che ti servivano. Buttale nella marmitta.”
Quando Bourama tornò nella sua stanza il suo spirito protettore gli spiegò molte cose. Bourama si recò allora dal fratello, e disse: “Fratello, tu sei il maggiore, io sono il minore. Ma la mia anima e soltanto nelle mani di Dio onnipotente”. Arrabbiato di quella sfrontatezza Samory chiese: “cosa vuoi dire con le tue parole?” – “Soltanto che tu non puoi uccidermi”. Poi si recò da Sara Kagni e anche a lei disse: “Tu non puoi uccidermi, e oltretutto sei soltanto una donna. Anche cento donne come te non avrebbero alcuna possibilità di uccidermi. E neanche tuo marito può farlo.”
Infine Bourama tornò ancora una volta da Samory Toure, per annunciargli che se ne sarebbe andato via dal villaggio.”
Altri griot raccontano invece che era Keme Bourama che non condivideva il comportamento di Samory riguardo alla promessa che aveva fatto agli spiriti in gioventù. Ignorando tutti e tre gli ammonimenti dei due spiriti femminili, tutti e tre i villaggi proibiti furono invece attaccati e distrutti. Inoltre, durante l’assedio di Sikasso, Keme Bourama si innamorò della sorella del Re Tieba, Demba con un solo seno e dai grandi poteri magici. Quando Samory scoprì la relazione tra il fratello e la figlia del Re di Sikasso, gli tolse tutte le armi.
Keme Bourama non si oppose alla decisione del fratello e, avendo promesso di non litigare mai con lui, per porre fine al suo dolore, si tolse anche gli amuleti protettivi e andò in battaglia, espose volontariamente il suo petto ai fucili e perse la vita. Le persone che tengono ai valori tradizionali mantengono le promesse. Keme Bourama, che nessuno aveva mai battuto né catturato, si arrese ad una fucilata per colpa del fratello.
L'impero di Samory
Samory si sposta sempre più a sud-est
Dopo la sconfitta di Sikasso Samory perse il potere a causa di una rivolta interna. I popoli alleati, sottomessi e stanchi delle confische di viveri e dell'intransigenza religiosa si sollevarono non appena si sparse la voce che Samory avesse abdicato a favore di Moryfindjan – notizia che sconvolse i capi animisti che detestavano quel griot devoto all’islam - e che fosse morto. Ma presto fu chiaro che Samory non era morto, e che si aggirava pericolosamente nelle sue terre tentando di riconquistare la sua posizione. All’euforia seguì il panico, e mentre prima si esagerava nel descrivere la sua debolezza, ora si era pronti a inchinarsi alla sua forza. Il solo nome dell’almamy era sufficiente a seminare il terrore, e non a torto, perchè Samory era come un leone ferito che combatteva per non morire. A Samamouroula fece decapitare migliaia di ribelli, compresi coloro che volevano negoziare la pace. Si racconta che, mentre i boia continuavano a tagliar teste senza sosta, a nord del villaggio avesse preso a scorrere un ruscello alimentato dal sangue delle vittime.
Ristabilita in parte la sua autorità Samory si insediò a Nyako, nel Wassoulou, da dove poteva controllare la valle del Niger e del Milo. Alla fine del 1889 l’impero manteneva grosso modo gli antichi confini, ma la popolazione era dimezzata, e i molti rifugiati sulla riva francese del Niger vivevano in miseria. Fu allora che Samory abbandonò l’impresa dell’islamizzazione forzata, e tornò fedele ai valori tradizionali propri della sua famiglia. Proclamò suo successore il figlio cadetto Sarankényi-Mory e riorganizzò nuovamente l’esercito, acquistando fucili moderni. Forte di un’armata ridotta nel numero ma assai ben addestrata e organizzata, era pronto per affrontare nuovamente i francesi fino in fondo.
Scosso dal disprezzo per la doppiezza del comportamento dei francesi i quali, violando il trattato di pace, avevano iniziato l’avanzata oltre la riva destra del Niger, l’almamy veniva spinto dalle truppe coloniali sempre più verso sud-est. Nel 1891 cadde Kankan, e subito dopo toccò a Bisandougou, la capitale dell’impero, che fu messa a fuoco dai francesi.
Samory adottò allora la tattica della terra bruciata, che si rivelò molto dura per gli abitanti ma efficace per rallentare l’avanzata dell’avversario. Attraverso azioni di guerriglia le truppe dell’almamy inflissero gravi perdite all’esercito francese, che avanzava a corto di cibo in un territorio distrutto dal fuoco, e che nel frattempo veniva decimato anche da epidemie di febbre gialla e di peste bovina.
Conscio dell’impossibilità di affrontare i francesi in campo aperto, nel 1892 Samory decise di prendere fiato, rifugiandosi con quello che rimaneva delle sue truppe a Odienné, una regione isolata e inaccessibile. I francesi rimasero padroni del campo, ma la distruzione delle foreste, dei villaggi e delle coltivazioni rendevano difficoltoso l’approviggionamento per le truppe.
Lo stallo durò per alcuni anni, durante i quali ai guerrieri di Samory si aggiunsero truppe senoufo e di altre etnie locali. Il sogno dell’impero era oramai svanito, l’accesso a Freetown e alle armi era impedito, e la marea bianca costituita dalle forze coloniali francesi, inglesi e tedesche continuava ad allungare i suoi tentacoli, restringendo sempre più il territorio in cui l’almamy poteva sentirsi al sicuro. Il nuovo impero andava da Sassandra al Volta Bianco, la città più a nord era Sankana, nel Gonjia, mentre quella più a sud era Anybilékrou, accanto alle terre degli ashanti.
Il nuovo impero, che vantava la famosa città di Kong, il venerabile reame degli Abron e il reame di Bouna, era simile in vastità a quello di Bissandougou ma assai più precario, soprattutto perché gli alleati dell’almamy non erano più i sudanesi, ma erano le popolazioni della foresta, coltivatori d’ignami e venditori di cola, il cui sfruttamento doveva essere limitato affinché quella fragile ma indispensabile alleanza fosse mantenuta.
L’Africa era entrata nell’era del provvisorio, si viveva alla giornata, ci si meravigliava di essere ancora vivi: "Noi vivevamo nell’eternità ed ecco che la precarietà ci ha avvolti nell’onda del suo fiume, ci ha riempito la bocca con la sua melma dal cattivo odore. I nostri passi sono prigionieri nelle sue sabbie mobili. Non possiamo più niente." (Ahmadou Kourouma, I Soli delle Indipendenze. Ed. e/o 2004).
Nel 1897 Samory, a cui l’esodo imposto alla sua gente cominciava a sembrare inutile, propose un trattato ai francesi in cui cedeva Bouna, in Costa d’Avorio, in cambio dell’autorizzazione a ritornare a Sanankoro. Ma i “falchi” alla corte di Samory si ribellarono, e le truppe francesi furono massacrate dai sofa di Bouma mentre si apprestavano ad entrare in città.
Saint-Louis, Senegal. Ottobre 1898. Almamy Samory Touré in navigazione con la sua guardia militare
La fine dell’impero
Fu l’inizio della fine. La reazione dei francesi fu feroce, nel 1898 conquistarono Kong, mentre Babemba Traore, il nuovo re di Sikasso e fratello di Tieba, cadeva dopo appena due settimane d’assedio.
Samory si era rifugiato nella piana di Dwé, non lontano dall’avamposto francese di Touba. Il suo esercito era composto solo da malinke, e il suo seguito contava circa centomila persone, masserizie, viveri e mandrie. La zona era fertile e i viveri sufficienti per sopravvivere fino al nuovo raccolto.
Durante la stagione delle piogge, attaccato dai francesi, Samory decise di avventurarsi verso ovest, attraverso le montagne. Ma la gran massa dei fuggitivi si muoveva lentamente su quelle piste strette e invase dal fango. Assediata dagli insetti e decimata dalle malattie e dalla fame, si arrese quando l’avanguardia di Samory, comandata da Sarankenyi-Mori, venne sorpresa a Tyafeso da una guarnigione proveniente da Beyla, mentre tentava di attraversare il passo Cavally, e capitolò quasi senza combattere. Samory riuscì ancora una volta a fuggire, ma a Geule (Gelemu), nel cuore della catena montuosa, venne sorpreso e catturato dall’ufficiale francese Gouraud, con il quale trattò la resa. Era il 29 settembre del 1898.
Verrà deportato prima a Saint Louis, dove tentò il suicidio, e infine esiliato in Gabon, sull’isola di Ndjolé, assieme alla fedelissima Sarankeny Konate, a suo figlio Sarankeny-Mori e all’amico e consigliere Moryfindjan. Morì il 2 giugno del 1900 di polmonite. La sua tomba, coperta dagli sterpi, è introvabile.
Almamy Samory Touré e le sue mogli prigioniere a Saint-Louis, Senegal.
L’Epica di Almamy Samory Toure. Narrata da Sory Fina Camara e registrata da David Conrad in Kissidougou, Guinea 1994. Tradotto in inglese da David Conrad, Jobba Camara e Lanine Magasouba. Traduzione e adattamento all’italiano a cura di tpafrica.
La Storia di Keme Bourama. Narrata da Modibo Kouyate. Kita, Mali 2009.
Samory, construction et chute d’un empire. Yves Person ed. Jeune Afrique, Paris, 1977.
Samory, la renaissance de l’empire mandingue. Yves Person Les Nouvelles Editions Africaines, 1983.
Samory, une révolution dyula. Yves Person Dakar, IFAN, t. I e II, 1970; t. III. 1975.
Glossario:
[1] Diola, Djoula: di solito sono chiamati Djoula le popolazioni musulmane del nord che parlano una lingua del gruppo mande, che portano un lungo abito (boubou) e che esercitano una professione legata al commercio. [2] Faama: detto anche Mansa, sovrano: titolo riservato ai re malinké. [3] Marabutto: originariamente il termine significava un pio personaggio musulmano con una forte valenza religiosa. Oggi il termine è utilizzato per indicare non solo coloro che insegnano il corano, ma anche i ciarlatani, i guaritori, i veggenti. [4] Sofa: soldato delle truppe di Samory. [5] Kélétigui: capo dei guerrieri [6] Kafu: in djoula: cantone. L'impero di Samory era suddiviso in cantoni, ognuno dei quali raggruppava diversi villaggi.
2) Ensemble Instrumental du Mali: Keme Birama (da Musiques du Mali - Banzoumana, Sylla/Melodie) kora e canto.
3) Balla et ses Balladins: Keme Burama (da Objectif Perfection, Syliphone,1980) Versione classica della celebre orchestra guineiana, con gli splendidi assoli di Sekou le docteur Diabate.
4) Mamadou Diabate & Safi Diabate: Keme Bourama (registrato da TP Africa a Bamako, Mali, 2006) kora e voce.
5) El Hadji Djeli Sory Kouyate: Keme Bourama (da Balafon Mandengue, Buda Musique) L'interpretazione del gran maestro del balafon guineiano.
6) Madya Diabate: Keme Burama (da Un Griot a Rome, registrato da TP Africa a Roma, Residence di Ripetta, 2007) kora e voce.
7, 8 e 9) Bembeya Jazz National: Regard sur le Passé Part 1, 2 & 3 (da Regard sur le Passé, Syliphone, 1969) Suonata da una ricostituita Syli National Orchestre, ha vinto la medaglia d'argento al Festival Panafricano di Algeri nel 1969.
10) Amazones de Guinée: Loukhoure (da Au Couer de Paris, Syliphone, 1983) Interpretazione acustica delle amazones de Guinée. La musica è quella di Keme Bourama.
11) Salif Keita & les Ambassadeurs: Mandjou (da the Mansa of Mali ... Retrospective, Mango) Non si tratta del classico Keme Bourama, ma di una composizione di Salif Keita che è stata il suo più grande successo con les Ambassadeurs. Composta come lode a Sekou Toure, primo presidente della Guinea Conkakry e nipote di Samory Toure.
12) Alpha Blondy: Bory Samory (da Cocody Rock, 1984) Composizione personale dell'ivoriano re del reggae africano che loda e invoca Samory Toure
13) Sory Kandia Kouyate: Keme Bourema (L'épopée du Mandingue. Volume 2, Syliphone, 1973) L'interpretazione della voce dei Malinke, Sory Kandia, il più grande tra tutti i griot del XX° secolo, è considerato uno standard assoluto. Voce, kora e balafon. Il brano è diviso in 2 parti.
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... tutta la musica di T.P. Africa. impostare random il lettore mp3
Per qualcuno l’Africa è un continente rimasto indietro, una società pre-moderna incapace di prendere il passo del resto del mondo. Secondo noi chi vede l'Africa solo da questo punto di vista si perde il meglio, e implicitamente nega alle società africane la possibilità di un riscatto. Ma per comprendere e apprezzare l’Africa di oggi non basta solamente invocarne la sfortuna o i diritti, e neanche accontentarsi del mito di un mondo scomparso, di una tradizione eco-sostenibile e a misura d’uomo. La cultura dell’Africa va scoperta e conosciuta, ma affinché ciò avvenga deve essere messa a disposizione. T.P. Africa vuole essere un piccolo ponte per accedere a una terra fremente. Il suffisso T.P. - Tout Puissant (che può tutto) - vuole evidenziare il potenziale dell'Africa, che a volte non si esprime, ma anche quando accade, come nella musica, rimane spesso sconosciuto. La neonata Wallai Records promuove l'ascolto di quella musica troppo spesso dimenticata, rendendo diponibili quei prodotti culturali che diversamente sarebbero inaccessibili.
LUSOFONIA Viaggio sulla rotta Africa-Brasile a cura di R. Lycke e S. Guabello Tutti i giovedì dalle 22:35 alle 23:30 su Radio Popolare Roma, FM 103.3
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"IO NON RESPINGO" Campagna Nazionale
Come un uomo sulla terra Calendario Proiezioni la voce diretta dei migranti africani sulle brutali modalità con cui la Libia controlla i flussi migratori, su richiesta e grazie ai finanziamenti di Italia ed Europa ______________________________